1979, Primo Levi ad HaTikwà: «Gli antisemiti di oggi sono idioti. Il binomio tra vittima e aguzzino andrebbe studiato»

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HaTikwà – L’intervista è del 1979, porta la firma di Giorgio Segre ed è stata pubblicata su HaTikwà, una volta cartaceo. Per la Giornata della Memoria abbiamo pensato di pubblicarla nuovamente, in modo da renderla più fruibile e per far leggere nuovamente le parole di Primo Levi, sopravvissuto alla Shoah, partigiano, nonché chimico e scrittore. Le sue parole:

Ritiene che esista attualmente una cultura ebraica diaspora? E se sì, nel campo letterario gli esponenti di questa possono essere rapportati, sia pure con le ovvie varianti soggettive, a comuni denominatori?
Direi senza esitare di sì. Direi che esiste una cultura ebraica diasporica. Basta dare un’occhiata all’elenco dei premi Nobel. Esiste una presenza ebraica in tutti i rami della cultura. In tutti i paesi esistono tuttora colonie ebraiche consapevoli di esserlo, esiste nelle scienze umane, nelle lettere, nelle arti figurative, nelle scienze esatte, nelle scienze naturali. Direi che non manca in nessun luogo. Se poi veramente ci siano dei comuni denominatori, direi di sì. Ma con molte riserve, può essere molto piccolo il denominatore comune. Sarebbe interessante scavare e vedere che cosa c’è di ebraico in Saba, in Moravia per esempio: che cosa c’è di ebraico in non ebrei. Sarebbe molto interessante vederlo. Come è noto, negli Stati Uniti la letteratura è impregnata di ebraismo di oggi; e non soltanto da parte di autori ebrei, ma di tutti. L’America è il baricentro della cultura ebraica oramai. Si può dire che in tutti gli Stati Uniti c’è questa presenza differenziata, segmentata in una quantità di segmenti, che vanno dal classicismo addirittura, fino all’ebraismo più laico di Bellow, per intenderci. E’ curioso come sia un fenomeno di grande scala questa trasmigrazione, non dico dell’ebraismo, ma del baricentro dell’ebraismo, che non è più in Polonia, in Russia Bianca, in Ucrania, in Lituania. Ma è a New York. Ma non ha perso nulla per la strada: anzi si è arricchito. Addirittura l’yiddish, lingua straordinaria, meravigliosa, che in Italia è sconosciuta, sta facendo una capriola ulteriore: dopo aver attinto al tedesco, all’ebraico, al russo, al polacco, al lituano, adesso diventa English e attinge dell’inglese. Fenomeni che sono preziosi per i linguisti, perché assistono veramente ad una lingua che è la lingua più ibrida del mondo, vive proprio perché è ibrida. E’ una follia pensare a lingue pure. Pensi quanto è ibrido l’inglese. L’yiddish è ancora più ibrido dell’inglese, per lo meno ha un ibridismo più recente perché continua a trasformarsi. L’inglese è ormai bloccato dalla sua letteratura. L’yiddish ha una letteratura gloriosa, ma piccola, scarsa come volume, in proporzione, non è così appesantita. E’ in grado di continuare a evolversi con neologismi straordinari.

Che cosa ci può dire della cultura ebraica israeliana? 

Della cultura ebraica israeliana so molto poco. Ho l’impressione che non sia molto vitale, per lo meno che sia un po’ provinciale. E’ un’affermazione che butto lì, senza saperla giustificare, perché non ho sentito parlare di una letteratura israeliana moderna. So che c’è qualcuno che scrive: la figlia di Dayan, per esempio. Non ho letto i suoi libri: quindi non so pronunciarmi. Ho l’impressione che Israele tenda, come del resto è giusto che sia, a diventare un paese del Medio Oriente, quindi a recidere i suoi legami con la cultura europea ed occidentale in genere. Mi si dice che le nuove generazioni israeliane non siano più poliglotte. Parlano l’ebraico e forse l’inglese imparato a scuola, quando va bene; mentre invece la mia generazione, i miei coetanei israeliani, parlano quattro o cinque lingue, perché hanno conservato tutte le loro radici. Penso che in queste condizioni possa esistere, possa magari nascere una cultura specifica israeliana con caratteristiche diverse, cioè molto più mediorientale. Il che non è un insulto: vuol dire nuovi legami, legami col mondo arabo, col mondo islamico addirittura. Perché no? Mi risulta che la musica è già così: la musica israeliana di oggi ha attinto attivamente, e in modo fecondo, alla musica araba. Molto di più non saprei dire. Io sono un ebreo diasporico, e mi sento molto di più legato alla cultura occidentale. Non so molto di questa cultura nuova. Le cose che ho detto sono da prendere con riserva.

Lei ha parlato di argomenti dolorosi, come il rapporto fra l’oppressore e l’oppresso nei campi di sterminio e della figura stessa dell’aguzzino, perché, secondo lei, bisognerebbe indagare su come l’aguzzino giunge a fare determinate cose, che forse non avrebbe fatto in altre occasioni. Vorremmo che lei ci specificasse meglio il suo punto di vista.
Se sono stato vago in quell’intervista è perché sono tuttora vago su questo argomento. Non ho ancora le idee chiare su quello che farò o quello che vorrei fare. All’ingrosso si tratta di questo. La situazione della persecuzione ebraica, dell’Olocausto, ormai il termine è prevalso, tende a schematizzarsi, come tutto tende a schematizzarsi. Siamo degli animali, noi tutti esseri umani, che preferiscono le cose semplici. Ma le cose non sono semplici. Sono sempre complesse. Mi piacerebbe contribuire a un’analisi, diciamo sociologica. Io non sono un sociologo, o sono un sociologo dilettante. Ma comunque sono un testimone, l’esperienza l’ho conosciuta, l’ho attraversata. Mi piacerebbe ristabilirla nei suoi termini. Per cui questo binomio, la vittima e l’aguzzino, va studiato. Bisogna capire perché l’aguzzino è diventato aguzzino. Per quali vie. Se veramente era un aguzzino o forse invece no. Forse era uno che eseguiva tutti i compiti, tutti i gesti, tutti gli atti dell’aguzzino. Ma era uno come noi. E’ molto probabile ed è molto importante. E’ molto triste. E’ la tesi di Haren, questa della banalità del male. Questa tesi assomiglia a quella che sto dicendo. Cioè era molto più importante l’ambiente che non la natura umana interna. Non si parla di mostri. Io di mostri non ne ho visti neanche uno. Era gente come noi che agiva in quel certo modo per il fatto che esisteva un fascismo e un nazismo in Germania. Se tornasse un fascismo o un nazismo, dovunque si troverebbero persone che agirebbero in questo modo; e un discorso parallelo si può fare sulla vittima, sul perché di certi comportamenti, su cui molte cose si sono dette. Tipicamente le obiezioni che fanno i giovani israeliani si basano su “Noi non lo faremmo”. Ed è vero. Loro non lo farebbero, Ma se fossero nati quaranta anni prima lo avrebbero fatto. Si sarebbero comportati esattamente come gli ebrei deportati si sono comportati; e del resto anche i russi deportati, anche gli italiani deportati.

Cosa pensa delle varie manifestazioni e prese di posizione antisemite che si vanno intensificando in Italia e in Europa?
E’ difficile dire delle cose che non siano ovvie. E’ chiaro che davanti a fatti come quelli di Varese (*1) si prova dolore, si prova scandalo. Vorrei aggiungere una cosa. Mi sembra di poter distinguere un legame tra l’episodio dell’Express, l’intervista a Darquier de Pellepoix (*2), e l’intervista su Le Monde a Faurisson (*3) e questo fatto di Varese. E’ una tesi che propongo. Andrebbe discussa, dibattuta. Si direbbe: i tre episodi sono collegati da un’estrema stupidità. Non era cosi nella Germania di Hitler. Si potrebbero dire molte cose contro i nazisti, ma non che fossero tanto stupidi. Qui invece direbbe che c’è una delega agli idioti. E’ idiota perché è senile Darquier de Pellepoix. Idiota, bisogna parlare con rispetto dei malati di mente, ma è un malato di mente Faurisson? E questi di Varese, a quanto pare, erano dei ragazzini abbastanza inconsapevoli di quello che facevano. E’ probabile. Certamente è la delega agli idioti. I deleganti non è detto che lo siano, idioti, probabilmente non lo sono. E’ da valutarsi che non trovino di meglio tutti, anche in Francia, e usino gente di questo tipo.


(*1): 7 marzo a Varese. Al Palazzetto dello Sport, durante I’incontro di Pallacanestro tra la squadra locale Emerson e la squadra israeliana Maccabi, un gruppo di tifosi ha steso davanti a sé uno striscione con la scritta “1-10-100 Mauthausen”, inalberando delle croci che poi, spezzate in seguito all’intervento della polizia, sono state lanciate sul campo. Ostentando il saluto romano, sono state lanciate grida, quali “saponette, saponette”, “Ebrei ai forni”, “Adolf Hitler ce lo ha insegnato uccidere gli ebrei non è reato”, “Sieg Heil”, “Non facciamo parlare gli sporchi ebrei” eccetera. Arrestate 5 persone del gruppo, quasi tutti appartenenti alla sezione locale del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile del MSI).

(*2): Nel 1978, durante un’intervista rilasciata a L’Express dopo l’ennesimo rifiuto spagnolo ad estradarlo, Darquier de Pellepoix dichiarò: “Vi voglio dire cosa successe davvero ad Auschwitz. Sì, fu usato il gas, è vero. Ma per gassare i pidocchi”.

(3*): Nel 1978 fu pubblicato su Le Monde uno dei testi di Faurisson, intitolato «Le problème des chambres a gaz», cui seguirà un confronto sulle pagine del celebre quotidiano, l’opzione negazionista farà, seppure momentaneamente, la sua apparizione nel dibattito intellettuale, tentando di trovare spazio e legittimazione all’interno di una sedicente «battaglia delle idee». Dopo Faurisson, una lunga serie di storici dilettanti, privi di alcuna reale competenza in materia, come di documenti, materiali o testimonianze a sostegno delle loro posizioni, tenteranno di accreditare una tesi ripugnante in base alla quale la verità della Shoah corrisponderebbe invece alla «menzogna del XX secolo».