17 di Tamuz, dalla Rottura alla Ricostruzione

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di Daniele Steinhaus

Pochi giorni fa ricorreva il 17 di Tamuz, la giornata di digiuno che ricorda alcuni degli eventi più infausti accaduti al popolo ebraico. Tra le altre cose, questo giorno di lutto richiama la rottura delle prime Tavole della Legge da parte di Mosè, in seguito alla nota vicenda del vitello d’oro.

Riflettendo sul significato di tale evento e sul suo impatto sulla storia ebraica, sorge spontanea una domanda: come è possibile che, dopo un simile tradimento di Dio, il popolo ebraico sia stato ritenuto meritevole di ricevere le seconde Tavole della Legge? In altri termini, come ha potuto Dio perdonare il popolo d’Israele?

Il vitello d’oro non rappresenta un semplice peccato, ma una delle trasgressioni più gravi esistenti nell’ebraismo: l’Avodà Zará (idolatria). Inoltre, la costruzione del vitello d’oro avvenne ai piedi del Monte Sinai, poco prima del suggello di un Patto eterno tra Dio e il Suo popolo, testimoniato dalle Tavole della Legge.

Facendo le opportune distinzioni, è come se un uomo tradisse una donna la mattina stessa del matrimonio e lei lo cogliesse in fragrante. Quante donne sarebbero disposte a perdonare?

Esistono numerose spiegazioni del perdono concesso da Dio al popolo, richiamate dalla tradizione rabbinica e non approfondite in questa sede, che tentano di ridimensionare la responsabilità del popolo ebraico.

Piuttosto che soffermarsi sulla condotta del Popolo d’Israele, il quale ha indubbiamente commesso un atto di idolatria disdicevole agli occhi di Dio, potrebbe rivelarsi particolarmente interessante guardare agli eventi immediatamente successivi all’adorazione del vitello d’oro.

Subito dopo, infatti, l’Onnipotente dice a Mosè: “Lasciami, cosicché la mia ira si abbatta su di loro e io li distrugga e farò di te una grande Nazione”. Mosè ricorda allora a Dio i miracoli compiuti in Terra di Egitto e conclude dicendo: “Ricorda i tuoi servi Abramo, Isacco e Giacobbe”.

A una prima lettura, la risposta di Mosè sembrerebbe insensata. Perché Mosè non ha replicato a Dio difendendo il popolo, sminuendo la gravità di quanto accaduto e testimoniando della loro genuina bontà? Perché invece richiamare un passato irrimediabilmente lontano? Riprendendo il paragone del tradimento di coppia, è come se il marito cercasse il perdono della moglie ricordando i momenti più belli della loro relazione, invece che ridimensionando la propria colpa.

Una delle possibili chiavi di lettura potrebbe essere la seguente: Mosè stava ricordando a Dio perché avesse prediletto gli ebrei tra tutti gli altri popoli. In altri termini, Mosè non voleva che la percezione di Dio del popolo ebraico si riducesse al loro peccato.

Mosè non nega la gravità della trasgressione. Non prova nemmeno a giustificarla. Fa qualcosa di molto più profondo: impedisce che l’identità del popolo venga ridotta al suo errore peggiore. Per questo ricorda i Patriarchi. Ricorda a Dio chi è Israele, prima ancora di ciò che Israele ha fatto.

Nelle relazioni personali, tra marito e moglie, padre e figlio o tra amici, può accadere che sorgano incomprensioni, delusioni o tradimenti.

La Torah non insegna a ignorare le colpe dell’altro. Insegna a non identificare l’altro con le sue colpe.

Questo non significa perdonare e andare avanti e subito ad ogni costo. Mosè trascorrerà altri ottanta giorni e ottanta notti sul Monte Sinai prima di meritare le seconde Tavole della Legge. I tradimenti hanno bisogno di essere metabolizzati. E non possono essere dimenticati.

Il 17 di Tamuz non invita soltanto a ricordare un peccato antico. Invita a ricordare quanto sia facile spezzare una relazione e quanto sia difficile ricostruirla. Le seconde Tavole non cancellano le prime. Nascono proprio dalla loro frattura.

Forse è questo il significato più profondo del digiuno: ricordare che anche quando una relazione viene ferita, essa può ancora essere ricostruita, a condizione di non lasciare che l’errore dell’altro diventi tutta la sua identità.


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