Ze haya’ beitì – Questa era casa mia

Domenica 15 agosto, mentre molti di noi erano su qualche spiaggia a prendere il sole e a scherzare con gli amici, chi in qualche posto esotico, chi a rilassarsi in una meta tranquilla e chi magari sulla sabbia dorata di Frishman a Tel Aviv, ricorreva l’anniversario di un avvenimento che di vacanziero e spensierato ha davvero molto poco.

Il 15 agosto 2005 si concludeva una delle operazioni più impegnative e emotivamente complesse che l’esercito Israeliano abbia mai dovuto compiere. Non si trattava di lanci di razzi sulle città del sud, e nemmeno di scontri in qualche campo profughi.

I nostri soldati, vestiti di una divisa blu, senza le insegne dei propri reparti di appartenenza, ma solo con una bandiera israeliana sul cuore, sono dovuti entrare casa per casa nelle cittadine di Gush Katif per allontanare tutti quegli israeliani, loro fratelli, che non si erano ancora rassegnati a dover abbandonare le proprie case, scuole e giardini, in quella operazione chiamata disimpegno da Gaza.

Il paese in quell’anno appariva spaccato; non si trattava però di una spaccatura politica come spesso accade anche da noi qui in italia. La questione era ben più delicata. Ottomila cittadini israeliani dovevano abbandonare le proprie case per consegnare (alcuni direbbero restituire) quella terra, un tempo deserto, dove avevano fatto fiorire città, serre e coltivazioni, a quei vicini mai troppo cordiali.

La questione non era però affrontabile solamente con qualche talk show televisivo. Non è possibile ridurre il tutto a qualche ora, quando c’è chi scrive sul proprio muro di casa “Questa era casa mia, ora apparterrà a chi ha ucciso mio padre”.

Certo, c’è chi dice che era illegittimo rimanere all’interno di Gaza, altri affermano che ventimila soldati all’interno della Striscia, contro ottomila persone residenti sia una misura sproporzionata, ma per una volta voglio essere un po’ scorretto (e permettetemi di farlo).

Al posto di fermarmi a cinque anni fa, e ai ragionamenti che allora sono stati fatti, voglio fare un salto in avanti, e riflettere con voi, a posteriori, se veramente ne è valsa la pena.

Ottomila persone hanno abbandonato le proprie case e le proprie occupazioni abituali per ritrovarsi in qualche altra parte del paese, sapendo di non poter mai più fare ritorno alla vita di prima, dal momento che anche le cittadine sono state rase al suolo, perché non si verificasse il timore di chi aveva scritto sul proprio muro di casa prima abbandonarla per sempre. Da quel momento sono iniziati i lanci di razzi verso Sderot, e parliamo di 9200 razzi caduti in territorio israeliano. Ancora, un gruppo di miliziani sono penetrati tramite un tunnel in Israele, hanno assaltato una pattuglia e hanno rapito un caporale dell’esercito, che da quattro anni è tenuto prigioniero a Gaza, senza che sia possibile avere notizie sul suo stato di salute. È stata necessaria un’operazione militare che ha messo sotto i riflettori dell’opinione pubblica Israele per mesi e mesi, arrivando a conclusione con un rapporto delle Nazioni Unite in cui si condanna, unilateralmente Israele per il proprio operato.

So di giocare sporco, non dovrei guardare al passato con la cognizione di cosa è successo dopo, ma non posso farne a meno, sapendo che ciò che sarebbe verosimilmente accaduto era scontato ai più.

Oggi, a cinque anni di distanza ancora mi vengono i brividi rivedendo i video di quei giorni, sentendo le voci rotte dal pianto delle ragazze che urlano al cielo “H. Shmà tefillati – Signore, ascolta la mia preghiera”, ricordando quel rabbino che, dopo aver estratto il Sefer Torah dall’Aron Hakodesh di quella sinagoga che solo qualche ora più tardi sarebbe stata data alle fiamme dai “nuovi padroni di casa”, diceva “Benedetto tu Signore, giudice di verità” (benedizione che si dice quando si riceve una brutta notizia), immediatamente prima di strapparsi la camicia in segno di lutto.

Questa era casa mia, aveva un giardino e un pollaio. Era mia, era tua era nostra… ora rimarrà solo nel nostro ricordo.

di Benedetto Sacerdoti


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