Vincere il tempo: domande alla Memoria

mem1Il tempo passa e l’oblio è dietro l’angolo, combatterlo significa munirsi di strumenti adatti. Tradizione e memoria appaiono i mezzi migliori pur richiedendo una giusta dose di sforzo, temperamento e buona volontà e chi possiede i primi spesso manca del terzo. Il problema è reale e sempre più imminente, si presenta dapprima in modo vago assumendo forma definita solo con il passare degli anni. Tuttavia questi volano via come parole e non si fa a tempo a scrivere che il ricordo è già sfumato, non ne rimangono che i contorni che, un po’ sbiaditi, fanno quel che possono. I fatti, come i concetti, risultano fragili e balordi: a toccarli troppo si finisce per cambiar loro forma e a sfiorarli appena si rischia di darli in pasto alla polvere. La distorsione come l’indifferenza ne cambiano il profilo, ne alterano il contenuto lasciando spazio solo a pochi suoni qui e qualche vocabolo lì che, gradevoli alla pronuncia, si prestano a esser ricordati.

mem2Quando si parla di Shoah il pericolo incombe più incalzante che mai: il bagaglio sembra piccolo e le cose da ricordare sono troppe. Tutta l’esperienza è affidata alla carta che tenta di immagazzinare quante più informazioni possibili. Si dimentica talvolta la voce e il potere che essa è in grado di esercitare. Accanto a lei vengono tenuti in disparte anche suoni e odori che, data l’inconsistenza e breve durata, risultano i primi soggetti contro cui il tempo si scaglia. Inversamente a quanto si pensa la loro precarietà li rende ancor più persistenti.

Altri problemi emergono quando il tema della Shoah si impone. Come relazionarvisi? Con quali mezzi affrontarlo? A chi lasciare l’onere della tradizione?

Il contatto iniziale – più che l’approfondimento e il suo insegnamento – appare questione delicata, ognuno tenta di fare ciò che può per non darlo in pasto al tempo. Si visitano musei e si affrontano dibattiti sul tema, si vedono film e si leggono romanzi e libri storici. Altrettanto battuta è la via della riflessione che non lascia adito a dialogo scegliendo di rimanere circoscritta. Questa non richiede parole, preferisce affidarsi al silenzio.

mem3Per ultima la figura del testimone che, al contrario della memoria, in nessun modo può sottrarsi al pericolo che il tempo gli pone. Risulta tanto più inerme quanto più gli anni passano. Si aggrappa come può ai ricordi, chiedendo loro di non scomparire e impegnandosi per farli rimanere. Un testimone con buona memoria è tanto fondamentale quanto la presenza di un erede. Questo pone su di sé un grande carico: un passato che gli è parzialmente estraneo e che tuttavia non può permettersi di dimenticare.

Richiamare alla memoria non può prescindere dalla conoscenza. Questa deve essere chiara e puntuale altrimenti se ne ricorda la forma tralasciando il contenuto. Si corre il rischio di reiterare il gesto svuotandolo del significato e contenuto iniziale. La Shoah non chiede questo, e tantomeno l’ebraismo la cui forza sta nel rivivere ogni vicenda con lo stesso vigore e fermezza. Si sollecita l’analisi e la profondità d’osservazione per preservare al meglio una memoria che chiede di essere aiutata a non perdere le proprie tracce e la capacità di esprimersi.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza


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