Università e approcci culturali – da Roma a Tel Aviv

Torno a parlare di cose che fanno parte della quotidianità, e non di cose che sono diventate improvvisamente quotidianità, anche se solo per una settimana.

Il mio arrivo in Israele ha coinciso con il mio ritorno allo studio. Ad un anno e mezzo dalla fine della mia esperienza universitaria alla Sapienza di Roma, sono tornato ad essere studente, ma stavolta presso la Tel Aviv University.

Quali sono le differenze tra queste due realtà? Moltissime. Non mi sembra appropriato generalizzare e, per questo, mi limiterò a descrivere l’atmosfera che si respira all’interno della facoltà nella quale da due mesi studio cinema.

Come ho detto a tutti i professori al primo giorno di lezione, lo spaesamento iniziale è stato generato da due grandi fattori: la lingua e le differenze tra il sistema universitario israeliano e quello italiano.

Catapultarsi in un ambiente nuovo, con persone nuove, regole nuove e in una lingua non propria non è facile, ma questa è una sfida che offre anche spunti importanti.

La cosa che mi ha colpito inizialmente più di ogni altra è il rapporto che si crea, ovviamente salvo eccezioni, con i professori durante le lezioni. L’orario di inizio delle classi sancisce l’inizio di una sorta di confronto che ovviamente è portato avanti dal professore, ma con il quale è molto più facile interagire rispetto a quello che ho constatato nella mia passata esperienza italiana. Nel mio caso personale, fatta eccezione per due delle lezioni che frequento, tutte le classi sono frequentate da dieci o al massimo trenta alunni. Questo fa sì che si instauri un rapporto personale con ogni singolo professore. In questi casi, ogni professore conosce il nome di ogni suo studente e, cosa che ancora marca una differenza di rapporto sostanziale anche se principalmente simbolica, gli studenti si rivolgono ai professori chiamandoli per nome, e non per cognome. Sostanzialmente quindi, il distacco tra chi insegna e chi studia è minore, e questo si percepisce; tutto ciò crea un’atmosfera più “leggera”.

Se tutto ciò possa facilitare lo studio non lo so. Quello che ho capito è che ho avuto bisogno di tempo per abituarmi a questa come ad altre differenze più “burocratiche” o regolamentari e che ora, dopo 2 mesi, comincio ad avere in parte la sensazione di capire l’aria che si respira alla Tel Aviv University.

Daniele Di Nepi

(Twitter @danieledinepi)


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