Una vita strappata, trent’anni dopo

“Oggi sono convinto più che mai che il nostro piccolo Stefano non sia morto invano. Oggi la Comunità ebraica non è più sola. La cosa più terribile che mi è stata fatta è stato togliermi la possibilità di conoscere mio fratello. Mi è stato portato via un compagno di giochi. Un compagno di vita. Con cui parlare, confidarsi, scherzare e anche litigare. In fondo avevo solo 4 anni quando mi fu portato via. Un’età in cui è difficile capire che il fratellino più piccolo con cui giocavi non c’è più”. Con queste parole Gadiel Gay Tachè ha ricordato il fratello Stefano, assassinato da un commando di terroristi palestinesi il 9 ottobre 1982. La cerimonia di commemorazione si è svolta pochi giorni fa nella Sinagoga Maggiore di Roma alla presenza delle istituzioni e del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Una platea commossa ha regalato un lungo applauso alle parole di Gadiel ed ha compreso quello che voleva essere il suo messaggio: lo Stato italiano si deve adoperare per consegnare alla giustizia i mandanti e gli esecutori materiali di quel vile gesto che ha lasciato un segno indelebile nella vita di una Comunità. Troppo poco fino ad oggi si è fatto: se esistono dei segreti di Stato devono essere resi pubblici, è un sacrosanto diritto. Dobbiamo poter credere che una verità storica e giudiziaria sia accertata su quella triste pagina. Noi giovani abbiamo il dovere morale di ricordare quel momento della Storia recente e batterci per far si che avvenimenti simili non possano ripetersi in futuro.

Daniele Massimo Regard

 


«

»