Una nazione di start-uppers

Chiunque vada in Israele può accorgersi della mostruosa crescita che il paese ha avuto in poche decine di anni. Sotto ogni punto di vista: culturale, economico, tecnologico, e scientifico. Palazzi vertiginosi crescono inesorabili su una terra che, in 60 anni, da arida è diventata fiorente come poche al mondo. I treni sfrecciano a tutta velocità sui binari da Haifa a Tel Aviv. Sulle strade i caffè e i ristoranti sono sempre stracolmi, e i giovani camerieri corrono all’impazzata urlando “Rega!”. Le vivaci donne anziane sono sedute ai bar di rechov Ben-Yehuda sorseggiando un caffè e fumando una sigaretta, commentando l’ultimo pettegolezzo dell’insegnante di yoga  (e anche piuttosto rumorosamente). Le persone corrono freneticamente per le strade, la maggior parte parlando al telefono (uno smartphone quasi sempre). L’autista dell’autobus litiga per l’ennesima volta con un passeggero che ha sbagliato fermata. I centri commerciali pullulano di famiglie numerosissime: papà, mamme, e tanti figli (e spesso la mamma è anche incinta).

Insomma, la sensazione che si prova stando in una grande metropoli quale Tel-Aviv e Yerushalaim è di grande movimento, ma soprattutto evoluzione e crescita. Le università di ottimo livello ricche di possibilità sfornano studenti freschi di laurea, che con la loro conoscenza regalano uno step in più alla crescita di questa macchina ben oliata che è Israele.

Ma ciò che rende Israele il vero “miracolo economico” è l’immenso numero di start-ups sviluppate da Israeliani nel corso degli anni. Ciò che lascia sbalorditi è come sia possibile che Israele, un paese neonato e della grandezza della Lombardia, costantemente in guerra, e che non dispone di risorse naturali, sia diventato il secondo Paese (dopo gli Stati Uniti) col maggior numero di start-ups.

Secondo Dan Senor e Saul Singer nell’ormai famoso libro “Start-up nation”, gli Israeliani avrebbero meno paura di rischiare e di fallire. Essendo un paese di immigranti, sono abituati a cominciare da zero. “Un paese di immigranti è un paese di imprenditori”. Il governo e la burocrazia sarebbero ciò che si dice “start-up friendly”, ovvero favorevoli a nuove idee e iniziative. Inoltre gli israeliani prediligono una buona dose di chutzpah (faccia tosta) rispetto alle buone maniere, e raggiungono più velocemente il loro obiettivo. Non esattamente in stile Silicon Valley.

Secondo gli autori un altro fattore a contribuire a questo successo è l’arruolamento al militare. In Zavah le regole non sono estremamente gerarchiche: anche i più giovani hanno la possibilità di insegnare qualcosa ad un ufficiale. Questo significa che in un ambiente simile c’è spazio per la creatività e l’intelligenza, anzi, queste doti vengono fortemente incoraggiate.

E mentre gli scenziati del Weizmann Institute e del Technion Institute of Technology lavorano su ogni ricerca nell’ambito della scienza e della medicina, numerosi imprenditori lanciano nuove applicazioni e high tech avanzatissime.

Il modello israeliano dovrebbe fungere da spunto ed incoraggiamento per tutti quei giovani che ancora non riescono a uscire da quella tana comoda che è la famiglia e concentrarsi sui loro progetti. Solo mettendosi finalmente in gioco e puntanto non sui finanziamenti (che mancano quasi sempre), ma sull’efficienza e la creatività delle loro idee, i giovani italiani possono realizzarsi come start uppers.

Sonia Hason


«

»