Un popolo libero

Daniele Di Nepi 1

A Tel Aviv, come in tutto il resto del paese, si respira già aria di festa. Pesach è alle porte e comincia il periodo che passando per Yom a Shoa e Yom Hazikaron, ci porterà fino a Yom Atzmaut.

Tra una settimana si festeggerà la nascita storica e biblica del popolo di Israele e, tra un mese, la fondazione dello stato di Israele.

Sarà il secondo anno che passerò Yom Atzmaut da cittadino israeliano e, come lo scorso anno, in questo periodo non mancheranno occasioni di sentire l’inno nazionale, l’Hatikwa. Mi sono reso conto che con il passare del tempo, le sensazioni che scatenano queste note dentro di me stanno cambiando.

É stato proprio ascoltando quelle note, nella parte finale del museo di Yad Vashem, che anni fa scattò dentro di me qualcosa; una scintilla che mi fece cominciare un percorso che mi ha portato all’Alyah. Quelle note erano per me collegate a una speranza di realizzare qualcosa che non c’era:

“לִהְיוֹת עַם חָפְשִׁי בְּאַרְצֵנוּ” (Essere un popolo libero nella nostra terra), speranza ereditata da chi, molti anni prima, avrebbe avuto vitale bisogno di una patria propria. Durante la mia infanzia quelle note portavano quindi un pizzico di nostalgia e di tristezza, con uno sguardo verso un possibile futuro di cui però, non avevo nessuna certezza.

Ora questa sensazione sta cambiando. Ora questo canto rappresenta sì una speranza, non più di un futuro incerto, ma di migliorare una nazione di cui oggi faccio parte.

Avendo respirato l’aria, sentito le opinioni e vissuto a contatto con gli abitanti che forse non hanno mai cantato l’Hatikwa provando quello che si prova cantandola da lontano, si capisce che le prospettive di chi vive qui sono diverse. Ho capito che il mio sionismo ed il mio attaccamento a questa terra andavano riscoperti qui, perché ci sono cose che da fuori non si capiscono e non si vedono.

Credo che quindi Israele sia una tappa fondamentale per chiunque voglia scavare all’interno del proprio sionismo e del proprio ebraismo, ma oggi credo profondamente anche che questa esperienza vada vissuta appieno. Immergersi  nella cultura israeliana vuol dire entrare a contatto con gli abitanti (più che mai diversi uno dall’altro), vuol dire studiare l’ebraico, sentirsi parte di una società molto complessa. Solo così si potranno scoprire alcune dinamiche che dall’estero è molto difficile comprendere.

Una tappa in Israele credo sia quindi indispensabile durante la vita di ogni ebreo, ma credo anche che debba essere una tappa degna di significato, con un giusto equilibrio tra vivere la propria esperienza cosciente delle proprie radici italiane e una completa integrazione con la popolazione locale.

Quale augurio migliore, alle porte della festa che celebra l’uscita del popolo ebraico dall’Egitto.

“לשנה הבאה בירושלים”.

 

Daniele Di Nepi

@danieledinepi

 

Foto di Daniele Di Nepi


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