Triangolo rosa: le ragioni del silenzio

convegno2La conferenza tenutasi giovedì 28 gennaio presso il Senato dal titolo “Le ragioni del silenzio”, e replicata presso il centro ebraico Il Pitigliani di Roma il 14 aprile, si apre con un inevitabile sguardo sulla contingente situazione politica italiana e il ddl Cirinnà.

A prendere parola per primo è Luigi Manconi, presidente della commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani, che ricorda come lo stato debba garantire la tutela completa di ogni individuo, sul piano morale e sociale, prima ancora che su quello economico-materiale. Sottolinea come il disprezzo possa insidiarsi dietro il velo ipocrita della tolleranza, intesa come concessione di parte dei propri diritti a chi è diverso, senza arrivare però a porre l’altro davvero sullo stesso piano. Dello stesso parere sono i due oratori successivi, il senatore Lo Giudice e Patrizio Gonnella (presidente Cild).

A prendere parola sono poi Marco Fiammelli e Raffaele Sabbadini, esponenti di Magen David Keshet – Italia, prima associazione Lgbt ebraica italiana; emerge da subito il loro vissuto di membri di una doppia minoranza, e tengono a ricordare come nella storia, antisemitismo e omofobia siano spesso andati di pari passo. Citano con orgoglio il tiqqun olam, il correggere le ingiustizie del mondo, e portare luce sulle persecuzioni naziste è sentito da loro come un dovere fondamentale sia come ebrei sia come omosessuali. convegno

Interviene poi Anna Segre, psicoterapeuta, che sposta l’attenzione sulla tragedia della Shoah nei suoi più crudeli dettagli. Cita il paragrafo 175, la legge tedesca che vieta i rapporti omosessuali, mettendoli sullo stesso piano dei rapporti fra uomini e animali, tenendo a specificare che abbia origini antecedenti al nazismo: emanato nel 1879, rimarrà in vigore in Germania fino al 1994. Questo paragrafo è emblematico di tutta la storia degli omosessuali, che fino ai tempi più recenti continueranno a essere additati come criminali. Nel 1935 il paragrafo 175 viene ampliato, rendendo possibile la condanna senza processo. Nel solo 1940 sono 10.000 gli arresti. Ma più forti delle parole di Anna Segre, sono le testimonianze dirette dei superstiti. Solo cinque persone, in tutta la Germania, si sono rese disponibili a rilasciare un’intervista, ma sotto falso nome, per rimanere nell’anonimato. Assistiamo alle loro agghiaccianti storie, proiettate nella sala. Storie raccontate a metà, rievocate con molto dolore, ma soprattutto vergogna, una vergogna che non li hai mai abbandonati da 60 anni a questa parte. Hanno taciuto persino con i famigliari, non trovando nessuno con cui metabolizzare il trauma, perché gli stessi genitori non riuscivano ad accettare l’omosessualità dei figli. Così come la legge dello stato fino ai tempi più recenti: come se non bastasse, alcuni di loro sono stati arrestati altre decine di volte, dopo esser usciti dai campi di concentramento, sempre per la stessa “colpa”. pink-triangle-armband

Ultimo a prendere la parola è Franco Goretti, laureato in storia contemporanea con una tesi sul confino degli omosessuali. Ci racconta la sua storia personale di omosessuale, che insieme ad altri ha cercato di compiere l’immenso sforzo di portare alla luce quello che è stato il triangolo rosa della Shoah. Sfata il mito degli “italiani brava gente”, racconta di come in Italia, la mancanza di norme contro l’omosessualità non derivasse da un sentimento di tolleranza, ma dalla volontà di rimanere nel silenzio, non creare scandalo, fare finta di niente, come se l’esistenza di omosessuali fosse una favola. Il confino è stato l’arma usata dal potere. Allontanare, esiliare il diverso, il problema. E anche in Italia, con la fine della guerra non sono finiti i problemi. Racconta Goretti di come, quand’era ragazzo, gli stessi omosessuali seguissero la linea della discrezione, non si rivelassero al mondo, per non turbare la quiete pubblica. “Ma io mi rifiuto di assumere il punto di vista del persecutore”, sentenzia, reclamando il proprio diritto ad avere pari dignità fra gli uomini, e ricordando il nostro dovere di cittadini di portare avanti la memoria. La conferenza si chiude con un appello alla nostra coscienza civile per rompere questo silenzio, che in parte è ancora rimasto.

Giulio Piperno

Giulio Piperno, di Roma, studia psicologia alla Sapienza


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