viaggio

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 agosto 2016
viaggio3-500x345.jpg

5min3390

viaggio3Quando ci muoviamo per intraprendere un viaggio, ci siamo mai chiesti se è più bello l’arrivo alla meta, o il tragitto percorso per arrivarci? E’ una domanda, però, che con il sempre più frequente spostamento dei viaggiatori tramite l’aereo, è stata resa vana. In un’ora e mezza dall’Italia siamo a Parigi, o a Berlino, in due ore arriviamo a Cracovia, e in tre e mezza addirittura a Mosca.

Eppure, senza bisogno di tornare a 100 anni fa, pensiamo semplicemente a quando viaggiamo in automobile. Personalmente, ho avuto bellissime esperienze di vacanze in macchina raggiungendo città come Budapest, Praga, Vienna, Monaco e anche Parigi. Quando ci spostiamo in aereo ci troviamo catapultati all’improvviso in un’altra realtà, della quale non conosciamo l’ambiente circostante, e non sappiamo davvero come ci siamo arrivati. Viaggiando in macchina, vediamo gradualmente cambiare il paesaggio, e spesso ci si accorge che i confini delle nazioni non a caso coincidono con il cambiamento dell’ambiente. Possiamo godere appieno della natura intorno alla strada che stiamo percorrendo, e della nazione straniera che stiamo visitando apprezziamo dettagli e piccole bellezze che ci sfuggirebbero in un viaggio diretto in aereo. Arrivati a destinazione, abbiamo un senso incredibile di soddisfazione, possiamo dire che in un certo senso la meta finale ce la siamo conquistata e meritata. E allora sì che ne apprezzeremo tutte le particolarità, proprio perché siamo arrivati già preparati, già “nel mood”.

viaggio2Voglio estendere questa riflessione al senso metaforico del viaggio. La meta che raggiungiamo non è altro che la mera forma, quello che appare all’esterno, ma è ciò che abbiamo fatto per raggiungerla che è davvero la sostanza e il contenuto del nostro viaggio.

Immaginiamoci il momento in cui terminiamo il nostro corso di studi: il giorno della cerimonia di proclamazione è solo la fine di questo viaggio, il diploma che otteniamo acquisisce un valore se il viaggio che abbiamo compiuto per ottenerlo è stato davvero approfondito e ricco di soddisfazioni. Eppure, alcune volte, c’è chi, con la sola ossessione di arrivare, sfreccia a 200 km/h, sbandando con l’auto senza nemmeno fermarsi un momento e godere del tramonto della natura, o di una serata in un piccolo villaggio prima di arrivare alla grande destinazione finale. E allora chi arriva alla meta senza tutto questo, è arrivato, ma l’arrivo è un arrivo fasullo, non preparato, che genera spaesamento. L’unico scopo era giungere, ma adesso? Qual è il nuovo obiettivo? Se invece il proposito è quello di viaggiare, allora arriveremo sì a una meta, ma da lì vorremo muoverci per andare alla ricerca di una nuova destinazione, perché il bello è proprio il percorso che compiamo.

viaggio1Altro esempio, forse più lampante: il premio, in senso generale. È proprio il premio che rappresenta qualcosa di buono che si è compiuto. Fare qualcosa con il mero fine del premio in sé e per sé non potrà dare mai soddisfazione, proprio perché il premio dovrebbe rappresentare qualcosa che si compie in modo spontaneo, senza mai smettere di viaggiare.

Quindi, una volta che abbiamo chiara la nostra meta, non pensiamoci con ossessione, ma pensiamo al percorso, e mentre lo attraversiamo godiamocelo. L’arrivo sarà solo la naturale conseguenza, senza accorgercene, di tutto questo.

Simone Bedarida
Simone Bedarida, di Firenze

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 ottobre 2012
TaglitPic.jpg

4min780

La questione fondamentale che un individuo possa trovarsi ad affrontare durante la propria esistenza è quella identitaria. Crescere in un ambiente con tradizioni e origini diverse da quelle familiari può significare ritrovarsi a non identificarsi in nessun gruppo o insieme di persone, nella fattispecie a non sentirsi né ebreo, né italiano. Quale può essere la causa effettiva di questa mancanza di identificazione? Alla base dell’identità ebraica c’è la conoscenza della cultura, delle tradizioni, e soprattutto delle persone (essere ebrei per conto proprio è praticamente impossibile). L’assenza di qualcuno con cui condividere il processo conoscitivo risulta nella sensazione di non avere veramente un legame diretto con le proprie origini, se non quello familiare (ovvero con le origini stesse, quindi un legame tautologico). Nel contempo la consapevolezza di non condividere le origini con le persone che ci circondano porta ad un inevitabile distacco dal senso di nazione, e di qui la mancanza di identificazione come italiano.

Quando un notiziario italiano diffonde la notizia della morte di un connazionale non provo più dispiacere di quanto ne proverei per un qualsiasi altro ‘cittadino del mondo’. Questa visione cosmopolita, con i suoi pregi e i suoi difetti, è un effetto collaterale dell’essere ebreo in un ambiente estraneo, e se da una parte riflette un ragionamento razionale, dall’altra non corrisponde alla realtà, perché la natura umana non funziona in questo modo: essere liberi da qualsiasi precetto e tradizione ci rende prigionieri di noi stessi. La vera importanza del processo conoscitivo delle proprie origini sta nel potersi sentire parte di qualcosa che riceviamo come una sorta di eredità spirituale e che si traduce con una complicità precondizionata con le persone che condividono questa eredità. Nella città di Zefat, dove ha avuto origine la qabbalah, abbiamo ascoltato la storia dell’albero di carruba, i cui frutti potranno essere assaporati solo dalle generazioni successive a quelle di chi ha piantato l’albero.

Questa semplice metafora riassume il senso dell’esperienza vissuta grazie a Taglit Italia, che è riuscita in qualche modo a trasmettere quell’eredità dimenticata. Vivendo la terra di Israele con l’intensissimo programma di Birthright, abbiamo avuto la possibilità di rivivere la storia vissuta dai nostri antenati e comprendere meglio la situazione attuale del popolo ebraico e dello Stato di Israele. Il processo conoscitivo mancato fino ad oggi, è ora cominciato con l’entusiasmo della Scoperta (che non a caso è proprio il significato di Taglit) ed ha consentito anche ai più secolarizzati di scoprire un forte legame con le proprie origini. Quand’ero bambino, un giorno portai alla scuola elementare alcuni oggetti caratteristici dell’ebraismo e quando mi chiesero come si fa a suonare lo shofar risposi con orgoglio genuino che solo gli ebrei lo sanno suonare. Grazie a questo viaggio sono riuscito a ritrovare quall’orgoglio perduto durante l’adolescenza, suonando – come dice una preghiera del mattino – il grande shofar per la nostra libertà.

Mario Davide Roffi



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci