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Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 giugno 2018
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Appena ho visto che l’UGEI offriva l’opportunità di andare dieci giorni negli USA ne ho subito approfittato. Ho così deciso di rispondere al bando presentato ai giovani ebrei italiani da ADL, Anti-Defamation League, per partecipare alla delegazione europea: non conoscevo ADL prima d’ora, ma dopo una breve ricerca non ho avuto esitazioni. ADL infatti nello specifico è un’organizzazione non governativa internazionale ebraica con sede negli Stati Uniti che si occupa, tra le tante cose, di combattere l’antisemitismo e tutte le forme di pregiudizio religioso soprattutto attraverso istruzione ed educazione. Proprio per questo obiettivo, hanno organizzato il programma “First Responders Programme”, ovvero come salvaguardare la cultura ebraica e saper interagire con reazioni antisemite all’interno della propria comunità d’appartenenza. Sentivo di dover partecipare, perché penso che saper contrastare e difendere la propria comunità da discriminazioni razziste e antisemite sia molto importante e soprattutto poter trasmettere ad altri cosa ho imparato durante questa esperienza sia di rilevante importanza.

Sono tornato ormai da Washington un mese fa, e non esito a dire che sono stati semplicemente dieci giorni fantastici. Da questo viaggio porto con me molte cose tra cui l’esperienza di poter dire di aver visto gli Stati Uniti con occhi diversi da quelli del classico turista. La conferenza più interessante alla quale ho partecipato è senz’altro quella all’interno di Capitol Hill. Entrare all’interno del parlamento americano e poter esprimere la propria identità ebraica e soprattutto parlarne con parlamentari e senatori non è certamente una cosa da tutti i giorni. Mi è piaciuta soprattutto perché si nota che negli Stati Uniti è diffusa una forte identità ebraica: inoltre, parlare con senatori americani è senz’altro un’esperienza molto particolare e affascinante di cui pochi possono usufruire. Sono ufficialmente entrato a far parte di un gruppo di persone provenienti da tutta Europa e anzi alla fine dell’esperienza posso dire di aver trovato una seconda famiglia. Tutt’ora ci teniamo in contatto e abbiamo dei progetti insieme. Penso che lo scopo di questa esperienza fosse proprio questo, unire varie comunità provenienti da tutto il mondo e far sì che collaborino in futuro.

Questa esperienza è stata per me molto formativa dal punto di vista ebraico perché mi fa capire che non siamo soli e che ogni nazione ha problemi di antisemitismo che vengono contrastati in maniera diversa ma soprattutto che ci sono realtà come ADL che si occupano di aiutare e proteggere l’identità ebraica. Ti senti di far parte di qualcosa. Grazie all’UGEI ho così potuto approfondire la conoscenza e l’incontro con le altre unioni giovanili europee per elaborare briefing su come comportarsi in periodi storici e sensibili come questi. Penso che non sia un’opportunità da perdere, ma non è per tutti. Bisogna davvero avere a cuore la propria comunità e conoscerla bene, in modo da farla conoscere anche ad altri. Se verrà riproposto, consiglio a chiunque parta di essere molto motivato perché non è una vacanza ma quasi un lavoro, ma è sicuramente molto formativo da tutti i punti di vista.

Ruben Veneziani 
abita a Roma e studia ingegneria delle telecomunicazioni alla Sapienza


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 febbraio 2018
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Alcuni giorni fa il Jerusalem Post ha pubblicato un editoriale sulla situazione geopolitica in Medio Oriente e il ruolo degli Stati Uniti. L’articolo è stato tradotto in italiano e pubblicato sul sito Israele.net, un luogo virtuale che dimostra nel modo più limpido come si possa difendere le numerose ragioni di Israele preferendo agli schiamazzi equilibrio e professionalità. I curdi siriani sono stati il gruppo che più di ogni altro ha contribuito alla lotta contro lo Stato islamico (Daesh), ma questo – sottolinea il Jerusalem Post – non è bastato a evitare l’abbandono da parte degli Stati Uniti. Nell’epoca di Donald Trump le dichiarazioni roboanti hanno finora tenuto la scena, con esiti a oggi non certo brillanti, cacciando nell’angolino i fatti. Il disimpegno materiale, strategico e ideologico degli Stati Uniti in Medio Oriente, peraltro, non è una novità introdotta dall’attuale inquilino della Casa Bianca: come dimenticare le linee rosse di Barack Obama in Siria, sistematicamente violate senza che questo portasse ad alcuna reazione sostanziale, con conseguente apicale perdita di credibilità per Washington? È abbastanza evidente che più gli Stati Uniti si allontanano dal Medio Oriente, più crescono le probabilità di nuovi conflitti. Nello scenario possibile di una guerra tra Teheran (e suoi alleati, non solo Hezbollah ma anche Russia e Turchia) e Gerusalemme, che cosa succederebbe se gli Stati Uniti si comportassero con Israele come con i curdi siriani? Le dichiarazioni di amicizia e sostegno degli Stati Uniti verso Israele avranno lo stesso valore di quelle profuse nei confronti dei curdi, di fronte ai quali gli americani hanno girato le spalle?

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 giugno 2017
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Da una settimana si è concluso il AJC Global Forum in Washington DC, kermesse americana dell’American Jewish Committee, organizzazione da sempre impegnata nella difesa degli ebrei in tutto il mondo e nella Advocacy per Israele, a cui quest’anno ha preso parte una ampia delegazione di giovani attivisti dell’European Union of Jewish Students (EUJS), fra cui io stesso come consigliere dell’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia.

La delegazione, composta da quaranta giovani provenienti da venticinque paesi europei, ha affrontato una due-giorni di confronto e presentazione delle varie realtà ebraiche presenti in ciascun paese e acquisito importanti strumenti per affrontare al meglio il Global Forum, in cui sono stati chiamati a tenere due sessioni di dibattito sulla situazione politica ed ebraica in ciascun paese.

Ciascuna sessione, organizzata in tavole rotonde, ha affrontato diverse tematiche: la realtà ebraica in ciascun paese, l’antisemitismo, la crescita del BDS (Boycott Divestment Sanctions, movimento anti israeliano) nelle università, la rinascita dei movimenti nazionalisti e populisti, la minaccia islamista legata alle migrazioni. Non sono mancati poi gli incontri vis-a-vis con partecipanti al forum, complessivamente oltre 2500, interessati ad approfondire ulteriormente i temi affrontati.

La kermesse ha poi visto un susseguirsi di dibattiti e conferenze che spaziavano dal dibattito interreligioso, fra le quali anche un ifthar, tipica cena islamica al termine della giornata di digiuno durante il mese del Ramadan ospitata dall’ambasciata indonesiana, alla situazione politica in Europa, da Israele alle nuove minacce antisemite.

David Harris, direttore dell’AJC

Di grande impatto sono state inoltre le sessioni plenarie, in cui importanti personaggi hanno ripreso il tema della kermesse “The Power to Act”, riallacciando i fili di discussione delle varie conferenze. Particolare coinvolgimento ha caratterizzato le sessioni di apertura e chiusura che hanno visto, tra gli altri, i discorsi dell’ambasciatore italiano Armando Varricchio, dei ministri e presidenti di Giappone, Cipro, Romania, Austria, i dibattiti fra ospiti del calibro di Tzipi Livni e Bernard-Henri Lévy, e i premi consegnati a persone di particolare levatura morale, come l’imam, il sacerdote e il rabbino di Haifa impegnati in una reciproca assistenza.

Di grande impatto emotivo anche i discorsi di apertura e chiusura tenuti da David Harris, direttore del AJC, che ha ricordato il cinquantesimo anniversario dello scoppio della Guerra dei Sei Giorni, la drammatica espulsione di centinaia di migliaia di ebrei dai paesi musulmani a seguito della guerra del ’67, fra cui la comunità libica che ha trovato accoglienza in Italia, e l’impegno da sempre profuso da parte dell’organizzazione in difesa degli ebrei in tutto il mondo, nella lotta all’antisemitismo e nella promozione di Israele nelle sedi internazionali. Speciale menzione ha poi ricevuto il nostro paese: l’Italia è stata ringraziata per il prezioso supporto all’organizzazione e alle comunità ebraiche. Lunga è la storia che lega infatti l’AJC e il nostro paese, a cominciare dagli anni del dopoguerra in cui l’AJC ha fatto imbarcare centinaia di sopravvissuti ai campi di concentramento e sterminio nazisti attraverso i porti italiani, per poi proseguire verso il nuovo stato di Israele, Sud e Nord America, per poi aiutare negli anni settanta gli ebrei provenienti dai paesi oltre la cortina di ferro a imbarcarsi verso la libertà dai porti nel Lazio, fino all’importante voto contrario dell’Italia in una vergognosa votazione contro Israele all’Unesco, che ha convinto la Germania a fare altrettanto.

L’attenzione e l’affetto riservati al nostro paese sono stati ricambiati con una cena privata presso la residenza dell’ambasciatore italiano, alla quale hanno presenziato anche David Harris, l’ambasciatrice AJC presso l’Italia e la Santa Sede e io stesso. Durante la cena, rispondendo a una mia domanda, l’ambasciatore ha evidenziato il ruolo importante che le comunità ebraiche possono giocare nel contenimento della minaccia islamista e nel contrasto dei movimenti nazionalisti e populisti.

Ho sollevato nuovamente questi due temi nel corso di incontri privati con lo staff di due senatori degli Stati Uniti, nella giornata conclusiva della kermesse, toccando anche il delicato tema dell’accordo internazionale TTIP, nel corso dell’incontro con il team della senatrice del Michigan Stabenow, particolarmente attenta ai temi legati all’agricoltura.

La missione si è poi conclusa con importanti follow-up che si terranno nelle prossime settimane fra le organizzazioni giovanili ebraiche di alcuni paesi europei per pianificare insieme momenti di aggregazione e confronto che vedranno proprio il nostro paese come promotore. Fra i paesi coinvolti compare anche l’organizzazione ebraica studentesca del Regno Unito che ha voluto così rimarcare il proprio sentimento di appartenenza europeista, nonostante l’imminente uscita dalla comunità europea del proprio paese.

Benedetto Sacerdoti


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 maggio 2017
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Norman Oppenheimer Strategies. Questo c’è scritto sul biglietto da visita. Cosa vuol dire? Tutto e nulla. Norman vive per aiutare. La sua massima soddisfazione è rendersi utile in un senso esistenziale, più che economico. Si infila tra le vie innevate di New York, insegue il parente, l’amico, il rabbino, il collega, quella persona influente che pensa di conoscere meglio di quanto conosce, racconta di uno all’altra, ha i loro contatti. Sembra un senzatetto di classe, non un “mafioso”: è ossessionato dagli altri, dal farsi apprezzare, ma sottotono. Non si capisce bene dove viva. Offre connections, ma non è un businessman. Vede l’intera città come un piccolo villaggio, dove al posto di galline, uova e latte, in gioco ci sono ammissioni a Harvard del figlio di un politico.

E’ eccentrico ma all’inizio sembra ancorato alla realtà: certo magari a una persona dice di conoscerne un’altra, o imbellisce alcune parti del racconto, ma non è un inganno, sembra trascinato dalla sua stessa ossessione, un business altruista. Che business poi? Tutto. Consigli, rapporti, ma fatti di un innocente “Quello è il figlio di Salomon?”, “Se vieni a questa cena ti presento Taub di una delle famiglie più influenti”, poco importa se alla cena non era neanche stato invitato, il contatto si crea anche così e magari funziona pure. Anche quando attacca bottone con una donna, sul treno, la chiacchierata sembra solo quella di un vecchietto un po’ petulante ma con buone intenzioni. La donna poi si rivela essere a capo di un’associazione investigativa, ma questo avrà molta più importanza dopo (no spoilers).

Norman conosce un uomo, un ministro del commercio israeliano, a cui per qualche giorno a NY inizia a dare consigli, dall’economia a dove comprare vestiti e volendoselo ingraziare (nonostante questo ironizzi che in Israele più ti vesti con abiti costosi e peggio è per un politico alle prime armi) gli compra un paio di scarpe costosissime. Pochi anni dopo questo stesso uomo diventa Primo Ministro in Israele e questo regalo, insieme al rapporto su cui Norman ha fantasticato, crea uno strano legame tra i due.

Quando Norman lo vede a Washington e viene riconosciuto e abbracciato ha la certezza di aver conquistato un posto d’onore e la sua vita si ribalta. Poco dopo – in una delle scene più  interessanti del film – questo mondo di connessioni di serie A prende vita attraverso proiezioni surreali attorno a lui con ognuno dei membri di diverse associazioni, esponenti di tipi di ebraismo, organizzazioni a cavallo tra i paesi, lo circonda e spiega cosa fa, come se tutti parlassero con lui. (Chiunque sia mai stato a una convention dell’AJC, AIPAC, ZOA o simili, ha sentito quelle frasi alla lettera).

E’ amato dalla sua comunità che infatti, pur prendendolo in giro, si fida di lui, dopo gli anni di successo, per poter salvare la sinagoga, chiedendogli di trovare un donatore: lui inizierà a tessere una rete di favori impossibili, non da “Lupo di Wall Street” ma da disperato, sempre più contorti, promettendo un donatore inesistente, convincendo il rabbino ad aiutare un parente che vuole sposarsi con una coreana che non è stata convertita nel modo giusto e così via… Infine quel regalo fatto tanti anni prima avrà conseguenze enormi sull’immagine del Primo Ministro in Israele e anche tragiche in America…

Il regista Joseph Cedar

Il film “Norman: The Moderate Rise and Tragic fall of a New York Fixer” è diretto da Joseph Cedar, un regista israeliano, nato in una famiglia ortodossa, che aveva diretto  “Footnote” ,  un capolavoro nominato agli Oscar,  anche quello focalizzato sulle minuzie delle parole, degli scambi contorti e di personaggi eccentrici che vivono in una bolla a se stante.

Ogni gruppo etnico ha rapporti interni a gomitolo e vive di connessioni: in un paesino siciliano non c’è solo la mafia, ma anche il bar e per gli ebrei è uguale, le connessioni non sono solo “lobby”, ma esperienza di vita inevitabile. Uno studente arriva in una nuova città e viene trascinato in diversi circoli ebraici a catena. In molti casi c’è totale libertà, non è settario, auto-ironia o percorsi diversi, ma è un tratto culturale innegabile legato a una certa chutzpah e un calore delle comunità allargate, con pregi e difetti. A chi è stato in Israele saranno capitate scene assurde come un tassista che si offre di portare i bagagli sotto casa, poi lascia il proprio biglietto da visita e dopo aver saputo che lavoro fai ti dà il contatto di suo figlio, ma allo stesso tempo pochi giorni dopo organizza una cena presentandoti all’intero quartiere. O un host di Airbnb che scopre che la signora che ha preso l’appartamento fa l’editrice e inizia a portare libri e capitoli sempre più improbabili, o a portarla in caffè di Tel Aviv.  O a NY trovarsi in un ufficio pieno di carte di un vecchio ebreo sefardita che calcola le tasse su fogli a matita, senza occhiali, sente la sua intera famiglia al telefono perché vuole che compri il giornale dell’amica della figlia e ci faccia una donazione. O forse questi sono esempi troppo specifici… ma da cui traspare il senso di un’esperienza collettiva. Forse non diversa da una siciliana a Milano, ma con un sapore ebraico. Sono scene buffe e fanno parte dello spirito sabra, pragmatico, e anche un po’ artistico: storytellers, creatori di tele vaganti, diretti.

Questo film – di cui non rivelo alcuno spoiler, oltre a queste premesse – solleva però una questione interessante dal punto di vista etico, simile a quella del “Mercante di Venezia”. Il Mercante in Shakespeare incarnava diversi stereotipi ebraici, avaro, ansioso, “introdotto” in alcuni ambienti, eppure la sua fine tragica, il battesimo forzato ne fa anche un eroe per gli ebrei, e merita una visione sfumata. Shakespeare non era ebreo e quindi i tratti sono più generici, ma nel Mercante ci sono anche tanti elementi ebraici millenari: come per Norman in questo scambio continuo di beni, in questo vagare ai limiti della società per necessità (dopo aver perso le terre nel Medioevo) c’è la loro forza e fascino.

Un film non deve mai seguire una morale, nessuno è obbligato a “far fare bella figura” al proprio gruppo etnico, a lavare i panni sporchi in famiglia, anzi, sarebbe un affronto alla creatività,  ma il cinema fa i conti con alcune responsabilità, volente o nolente. Tanti romanzi a tema ebraico sono riempiti di personaggi problematici, inquieti e inquietanti e ci sono film israeliani meravigliosi che raccontano di alcune frange ortodosse con dettagli vissuti, ma strappando il sipario e denunciando un male, un dolore enorme, meglio se raccontato dal punto di vista personale e non generalizzato. Ci sono commedie o drammi che si appoggiano molto a stereotipi ebraici ma utilizzandoli come punto di lancio o introdotti nell’immaginario comune. Sono spesso però una sorta di lettera d’amore a una propria “famiglia” nonostante alcuni difetti.

“Norman” è una questione diversa. Da un lato non mostra personaggi cattivi di per sé, non rende il suo protagonista un Bernie Madoff dei poveri, né un truffatore, né un menzognere consapevole, ma più uno scemo del villaggio, un personaggio mercuriale. Mostra addirittura Israele come un paese forte, meraviglioso, i rapporti tra USA e Israele sono stretti e codipendenti, ma senza alcuno spirito di denuncia. E’ la realtà. Il Primo Ministro israeliano, un Justin Trudeau sabra che arriva persino a un fantomatico trattato di pace,  dice una frase che racchiude l’essenza di quello per cui Israele esiste: “L’opposto del compromesso è la morte”, sottintendendo anche una cultura della morte dall’altra parte.

Eppure in un mondo antiglobalista e sempre più preso da dietrologie fa comunque effetto come si racconta oggi uno “stereotipo” o una maschera, soprattutto conoscendo New York solo da fuori (Cedar, il regista, è nato in Israele). Un addetto ai lavori, una persona ironica, una persona interna a quel mondo lo vede come una metafora colta di alcuni effetti a catena e di personaggi cittadini tipici, ebrei erranti, mendicanti di favori, un meddler, un fixer… Uno spettatore che ci ha potato la fidanzata, annoiato, può vederci un film dove ogni ebreo guadagna qualcosa con un favore e una lobby, certo condannata, che esiste e alcuni meccanismi che fanno pensare ai “Ponzi schemes” che tanto hanno dominato le news anni fa… Ognuno ne trae quello che vuole, ma è interessante guardare alle due facce della medaglia. Il finale è geniale e legato alle sorti del Primo Ministro in un modo inaspettato.

Il film potrebbe essere tranquillamente ambientato negli anni 70 per come mostra i rapporti umani e la città stessa, gli iPhone stonano e lo catapultano nel 2016  e le relazioni USA-Israele sono più  vicine a quelle dell’era Clinton e Bush, in uno strano mix che da un lato è geniale, dall’altro forse un punto debole non da poco, che confonde un po’ le idee e rende meno validi alcuni momenti, essendo tutti i personaggi inventati, soprattutto nell’epoca più densa di notizie in cui viviamo. E’ anche casuale che in Francia uno degli scandali delle elezioni presidenziali che ha coinvolto François Fillon è stato legato a “regali” in forma di abiti da uomo da 12000 euro…

Il film galleggia come il suo protagonista che si vanta del fatto che “continua a nuotare”, la sua intera vita passata è un mistero che emergerà pian piano. Richard Gere in versione ebreo newyorkese è sorprendentemente convincente e Steve Buscemi che fa il rabbino vale tutto il film. Non è una commedia, non sono personaggi alla Adam Sandler o Ben Stiller, ma sembra una fotografia di quei passanti distratti, eminenze grigie della città, acrobati su un filo invisibile…

Benedetta Grasso è una sceneggiatrice cinematografica, scrittrice e giornalista che vive a New York dal 2006

Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 marzo 2017
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Svastiche dai Chabad in un campus universitario negli States. La notizia già di per sé farebbe rizzare i capelli ai più, immaginatevi poi la mia reazione nel leggere che il campus è proprio quello dove mi sono laureata io, nemmeno un anno fa. Cerco notizie su ogni portale e sito internet disponibile. Il riassunto è presto fatto: lo scorso sabato pomeriggio, dopo la funzione di Shabbat, sono apparse più di 100 croci uncinate alla Virginia Tech University, quel posto che tutti a Blacksburg, la piccola cittadina immersa nella campagna della Virginia, riconoscono essere il punto di incontro e di aggregazione di migliaia di studenti ebrei. L’identità del colpevole, a una settimana di distanza, resta ancora ignota.

Chiudo ogni articolo. Apro Facebook. “Ciao Or, sono Carlotta”. Or è il rappresentante dell’Agenzia Ebraica lì nel campus, nonché mio compagno di sedarim e shabbaton. “Senti, ho letto quello che è successo, assurdo”. Chiacchieriamo, e scopro che il giorno dopo il centro Hillel avrebbe organizzato un rally, poco lontano dal centro del campus, per manifestare tutti insieme il proprio disdegno. “Se possibile”, chiedo, “vorrei poi un vostro commento”.

E così hanno fatto. Nonostante le 6 ore di fuso, ho intervistato Dan Kramer, 22enne studente di letteratura e linguistica, nonché Presidente dell’associazione Amici di Israele, alla VT.

Dan Kramer

Ciao Dan, grazie del tempo che mi dedichi. Figurati Carlotta, è un piacere. Questi episodi mi toccano particolarmente: come ebreo, e come israeliano. Un tempo io stesso avevo paura a dichiarare la mia identità, ma le cose sono cambiate una volta iscritto in questa stupenda Università, che mi ha dato l’opportunità di esplorare e partecipare attivamente alla vita ebraica. Per questo, forse, sono stato seriamente sorpreso nell’apprendere questo incidente che, per dovere di cronaca, non è il primo in generale negli Stati Uniti. Ma mai mi sarei aspettato di viverlo qui, alla Tech.

E come ha reagito l’Università? La risposta da tutto il corpo accademico, dagli studenti, e dagli stessi residenti di Blacksburg è stata incredibile. Avrebbero benissimo potuto nascondere tutto sotto il tappeto, ma invece hanno reagito a testa alta. Il Rettore Timothy Sands ha accusato con forza l’atto vandalico, indicandolo come vile e codardo, e l’Università in collaborazione con la polizia sta cercando i colpevoli, che saranno puniti adeguatamente.

Ho sentito che avete organizzato un rally di protesta. Come è andato? Amazing! C’erano centinaia di persone a supportare la gara, un mix eterogeneo. Importantissimo anche l’appoggio delle chiese locali e in generale di tutti gli studenti non ebrei accorsi così numerosi. L’atmosfera non era per nulla depressa, o tesa, anzi. Si respirava un clima gioioso, e di speranza. Questo evento non ha fatto altro che renderci più forti e uniti.

E ora? Ovviamente questo è solo l’inizio, il rally in sé è stato un buon segnale, ma in generale credo che la VT sia un campus davvero atipico e speciale in termini di tolleranza e equità, a differenza magari di cosa si può leggere e sentire di altri campus. Mi sento di dire che quello che abbiamo vissuto lunedì sia stato importante, ma non bisogna sottovalutare i recenti atti vandalici a sfondo antisemita incorsi nel resto del paese. So personalmente di altri college dove gli abusi fisici e verbali sono all’ordine del giorno, nei confronti di studenti ebrei o dei loro leader. Sono spaventati di manifestare la loro ebraicità. Come ho detto, so cosa si prova. Ed è frustrante perché gli anni di formazione universitaria sono in realtà il periodo migliore per conoscere se stessi e per celebrare la propria identità e unicità, messa però a dura prova dall’esterno.

Scusami se te lo chiedo. C’entra Trump? Se Trump ha un’influenza in questa escalation di eventi? È possibile certo che abbia incoraggiato qualcuno, ma è bene sottolineare che chi compie tali gesti non ha giustificazioni e cova di per sé nel proprio cuore odio. Credo che gli Stati Uniti, così come ogni paese, con il tempo cresce e cambia, ma sono fiducioso che la direzione sia quella dell’uguaglianza e dell’inclusività. Ci sarà sempre chi combatterà contro il progresso che stiamo cercando di portare, chi per paura, chi per odio. Ma sono convinto che le buone persone siano numericamente di più di quelle cattive.

Da Mosaico, sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Dopo gli studi in Svizzera, per lo stage ha scelto Colonia


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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