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Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 gennaio 2018
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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia con rammarico, sdegno, oltre che rabbia, apprende l’avvenuto svolgimento, il 24 gennaio 2018, dell’evento negazionista “Israele e lo sfruttamento dell’Olocausto”. Siamo esterrefatti sia stato consentito tale evento tra le mura dell’Università di Torino, nonostante gli appelli contrari di vari esponenti delle realtà ebraiche italiane, tra cui il nostro, nei giorni e settimane immediatamente precedenti.

La locandina che invitava a prender parte al convegno mette a confronto inequivocabilmente l’ideologia nazifascista con il sionismo, impregnandosi così, senza mezzi termini, di antisemitismo. Le accuse vergognose, mosse durante la conferenza, infangano e inventano e riscrivono la storia, condite da una patina, nemmeno poco spessa, del complotto demo-pluto-giudaico.

Il tutto, lo ricordiamo, si è svolto in un’aula universitaria. In quello che dovrebbe essere il santuario del sapere.

Il Giorno della Memoria è stato istituito per ricordare i milioni di vittime della Shoah, affinché ogni singola persona venga rispettata e onorata, e affinché non si ripeta mai una tragedia simile. È un giorno sacro, da dedicare alla commemorazione di chi ha perso la vita e alla celebrazione dei sopravvissuti, e aborriamo che venga utilizzato a fini di propaganda antiisraeliana, anzi antisemita.

Ci teniamo a ricordare che il sionismo nacque alla fine dell’800 come movimento collettivo di speranza. Ritenere che esso abbia contribuito allo sterminio degli ebrei durante la Shoah non solo è pericoloso, ma è puro revisionismo storico, è talmente assurdo ed aberrante che ci risulta anche difficile descriverlo a parole.

Ci appelliamo al Magnifico Rettore Gianmaria Ajani affinché si unisca, non solo a parole, al nostro sdegno di fronte a quanto avvenuto e affinché si assicuri che tali eventi non si svolgano più in futuro.

Ci appelliamo al Magnifico Rettore Gianmaria Ajani affinché non permetta che il negazionismo storico sia valorizzato nel suo Ateneo e che i suoi studenti apprendano una volta per tutte il valore della Memoria della Shoah.

La Presidente
Carlotta Micaela Jarach

I Consiglieri
Simone Israel
Alessandro Lovisolo
Alissa Pavia
Giulio Piperno
Luca Spizzichino
Ruben Spizzichino


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 novembre 2012
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La prima volta che ho assistito ad un’esercitazione della popolazione civile in Israele è stato due anni fa. Non avendo sentito la notizia alla radio, la sirena mi ha colta di sorpresa ed ero terrorizzata. Gli israeliani del mio ufficio mi sbeffeggiavano. “Sei proprio una hutznikit (un modo di riferirsi a chi viene da fuori Israele tra lo scherzoso e il dispregiativo)”. Io volevo correre nel bunker, mentre tutti sembravano infischiarsene. D’altra parte era solo un’esercitazione.

La seconda volta ero preparata, ma non ho fatto in tempo a raggiungere il bunker più vicino entro 2 minuti.

Ieri non ero a Tel Aviv, ma in classe, all’Università. Una studentessa ha chiesto di interrompere la lezione quando ha appreso che le sirene stavano suonando a 15Km da noi. Il professore ha concesso 5 minuti per telefonare ai nostri cari e assicurarci che stessero bene e poi ha continuato la lezione, che è proseguita con uno scambio di battutine tra l’insegnante e gli studenti: “Con la sfiga che ho è sicuramente caduto su casa mia”; “Ci ho messo 4 ore a convincere i miei figli che a Tel Aviv non sarebbe successo niente e ora si prenderanno gioco di me a vita”. Nonostante il clima fosse teso (io personalmente ho perso il filo delle successive due ore di lezione), c’era la voglia di reagire, di sdrammatizzare. E devo dire che non ho mai ammirato così tanto gli israeliani. Di solito non li sopporto con la loro aggressività e il loro modo di fare per me troppo informale. È paradossale che li abbia trovati ammirevoli proprio in questa situazione. Ma non è proprio in questo tipo di eventi che viene fuori la vera persona?

Come l’amica con cui stavo prendendo un caffè solo poche ore prima. Dato che aspettavo da lei delle risposte, mi ha gentilmente telefonato spiegandomi che l’avevano richiamata e che mi avrebbe ricontattata dopo il suo ritorno. Il suo tono era calmo, determinato. Da un giorno all’altro l’esercito ti stravolge i piani e tu lo accetti senza problemi.

Almeno questi ragazzi vanno a dare un aiuto concreto. Noi, seduti nelle nostre case o nei nostri uffici ci sentiamo spesso impotenti. Ma anche la battaglia dell’informazione è importante. Diciamo la verità: Israele con le pubbliche relazioni non ci sa proprio fare. È estenuante, ma tutti noi abbiamo il dovere di dire la verità, specialmente in Europa dove i media sono nettamente di parte, dove i pacifisti non si sdegnano, non mandano flottiglie in Siria, dove hanno perso la vita più di 25.000 persone, ma si risvegliano improvvisamente solo quando c’è Israele di mezzo. La conosciamo bene quella sensazione quando leggi commenti che giustificano il continuo lancio di razzi verso la popolazione civile israeliana: tremi dalla rabbia, arrossisci, il tuo cuore comincia a martellare e l’adrenalina sale. E sai che devi rispondere.

Hamas sta portando avanti una campagna mediatica falsa, dove tra l’altro usa immagini provenienti dalla Siria spacciandole per la situazione di Gaza. E intanto i terroristi si nascondono in aree densamente popolate; dentro scuole, ospedali. Impedire vittime civili è difficilissimo. La cultura di Hamas non è solo una cultura che non ha rispetto per la vita, ma che adora la morte. Per loro le vittime civili non sono un problema, anzi sono “martiri” e aiutano alla delegittimazione di Israele.

Spetta a chi conosce la verità, smontare le falsità di Hamas pezzo per pezzo. Internet è il teatro di questo scontro tra la verità e la menzogna.

Un ultima osservazione. Per chi ancora dice che Israele non vuole negoziare: voi sareste pronti a negoziare con un’organizzazione che nel suo Statuto si pone come obiettivo principale la distruzione di Israele e il genocidio degli ebrei?

 Alessia Di Consiglio


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 ottobre 2012
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Chiunque vada in Israele può accorgersi della mostruosa crescita che il paese ha avuto in poche decine di anni. Sotto ogni punto di vista: culturale, economico, tecnologico, e scientifico. Palazzi vertiginosi crescono inesorabili su una terra che, in 60 anni, da arida è diventata fiorente come poche al mondo. I treni sfrecciano a tutta velocità sui binari da Haifa a Tel Aviv. Sulle strade i caffè e i ristoranti sono sempre stracolmi, e i giovani camerieri corrono all’impazzata urlando “Rega!”. Le vivaci donne anziane sono sedute ai bar di rechov Ben-Yehuda sorseggiando un caffè e fumando una sigaretta, commentando l’ultimo pettegolezzo dell’insegnante di yoga  (e anche piuttosto rumorosamente). Le persone corrono freneticamente per le strade, la maggior parte parlando al telefono (uno smartphone quasi sempre). L’autista dell’autobus litiga per l’ennesima volta con un passeggero che ha sbagliato fermata. I centri commerciali pullulano di famiglie numerosissime: papà, mamme, e tanti figli (e spesso la mamma è anche incinta).

Insomma, la sensazione che si prova stando in una grande metropoli quale Tel-Aviv e Yerushalaim è di grande movimento, ma soprattutto evoluzione e crescita. Le università di ottimo livello ricche di possibilità sfornano studenti freschi di laurea, che con la loro conoscenza regalano uno step in più alla crescita di questa macchina ben oliata che è Israele.

Ma ciò che rende Israele il vero “miracolo economico” è l’immenso numero di start-ups sviluppate da Israeliani nel corso degli anni. Ciò che lascia sbalorditi è come sia possibile che Israele, un paese neonato e della grandezza della Lombardia, costantemente in guerra, e che non dispone di risorse naturali, sia diventato il secondo Paese (dopo gli Stati Uniti) col maggior numero di start-ups.

Secondo Dan Senor e Saul Singer nell’ormai famoso libro “Start-up nation”, gli Israeliani avrebbero meno paura di rischiare e di fallire. Essendo un paese di immigranti, sono abituati a cominciare da zero. “Un paese di immigranti è un paese di imprenditori”. Il governo e la burocrazia sarebbero ciò che si dice “start-up friendly”, ovvero favorevoli a nuove idee e iniziative. Inoltre gli israeliani prediligono una buona dose di chutzpah (faccia tosta) rispetto alle buone maniere, e raggiungono più velocemente il loro obiettivo. Non esattamente in stile Silicon Valley.

Secondo gli autori un altro fattore a contribuire a questo successo è l’arruolamento al militare. In Zavah le regole non sono estremamente gerarchiche: anche i più giovani hanno la possibilità di insegnare qualcosa ad un ufficiale. Questo significa che in un ambiente simile c’è spazio per la creatività e l’intelligenza, anzi, queste doti vengono fortemente incoraggiate.

E mentre gli scenziati del Weizmann Institute e del Technion Institute of Technology lavorano su ogni ricerca nell’ambito della scienza e della medicina, numerosi imprenditori lanciano nuove applicazioni e high tech avanzatissime.

Il modello israeliano dovrebbe fungere da spunto ed incoraggiamento per tutti quei giovani che ancora non riescono a uscire da quella tana comoda che è la famiglia e concentrarsi sui loro progetti. Solo mettendosi finalmente in gioco e puntanto non sui finanziamenti (che mancano quasi sempre), ma sull’efficienza e la creatività delle loro idee, i giovani italiani possono realizzarsi come start uppers.

Sonia Hason



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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