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Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 maggio 2017
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Nello Rosselli

“Io sono un ebreo che non va al tempio di sabato, che non conosce l’ebraico, che non osserva alcuna pratica di culto […] eppure io tengo al mio ebraismo e voglio tutelarlo […] Non sono sionista: non sono dunque un ebreo integrale. Per i sionisti, per gli ebrei integrali, non c’è che un solo problema, quello ebraico”. Così parlava Nello Rosselli nel novembre 1924, durante il IV Convegno giovanile ebraico di Livorno. “Mi dico ebreo”, proseguiva Rosselli, “perché è indistruttibile in me la coscienza monoteistica”, perché ebraismo significa “vivissimo senso della responsabilità personale”, “ingiudicabilità da altri che dalla mia coscienza, da Dio”, ripugnanza per “ogni pur larvata forma di idolatria”, “senso religioso della famiglia”, amore “per tutti gli uomini”.

Secondo Maurizio Molinari – “Ebrei in Italia: un problema di identità (1870-1938)”, Giuntina 1991, pp. 38-42 – con questo discorso Rosselli si fa portavoce di un “ebraismo non più nascosto fra le pareti domestiche ma rilanciato come germe della libertà collettiva”. L’ebraismo, secondo lo storico antifascista che con il fratello Carlo cadrà vittima dei sicari di Mussolini in Francia, non pone un problema particolare, ma è orizzonte di vita complessivo e complesso in cui orientarsi. Negli stessi anni in cui il sionismo italiano, allora diversamente da oggi ampiamente minoritario in seno alle comunità ebraiche, decideva di non schierarsi a fronte della situazione politica italiana, Rosselli coerentemente sceglie la lotta per la libertà. Lo fa da ebreo e da italiano, ma da ebreo niente affatto disposto a “assimilarsi”, a estinguere la propria diversità.

Oggi come allora, gli “ebrei integrali” – chi va al tempio di sabato, chi osserva minuziosamente le pratiche del culto – sono una minoranza tra gli ebrei italiani. Sarebbe evidentemente arbitrario supporre che la maggioranza silenziosa “non integrale”, sulla scorta delle parole di Rosselli, compattamente abbia scelto e oggi scelga la militanza civile. Più verosimile è pensare a uno spettro di scelte e atteggiamenti, ricco di colori e sfumature. Forse è inevitabile che sia così, quando si coniuga il proprio ebraismo variabilmente, con compromessi e scelte di confine, eppure mantenendolo vivo.

Giorgio Berruto

Da Moked.it 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 aprile 2017
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“Due ebrei, tre opinioni”, così recitava un vecchio detto. E se sono giovani si scambiano le opinioni su Hatikwà.

Non è un caso che il giornale sia ospitato sul sito ufficiale dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, è perfetta rappresentazione della nostra realtà, caratterizzata dalla pluralità di idee. E tutti sono invitati e liberi di contribuire, specie chi ogni giorno ha a che fare con l’ebraismo. L’unica cosa che ci deve frenare è la mancata voglia di mettere davanti agli occhi del pubblico la nostra idea, e di prenderci le responsabilità di ciò che scriviamo.

Chi ricopre ruoli importanti all’interno dell’UGEI questo lo sa bene, si prende la responsabilità personale di ciò che scrive, specie prendendo particolari posizioni. Come ogni altro scrive per se stesso, e non per il ruolo che ricopre. Per quanto chiaro possa essere per chi gli è vicino, non sempre lo è per tutti.

Invito chi legge a ragionare su quanto detto, e chi scrive a pensare a fondo su quel che scrive, prendendosi ancor più la responsabilità a livello personale, se necessario anche in modo palese. Hatikwà è uno spazio aperto al libero confronto delle idee, e vuole rimanere tale. Senza censure né strumentali prese di posizione.

 

Arièl Nacamulli, Presidente UGEI

Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 marzo 2017
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Nel contesto della prevista proiezione di un filmato che diffonde odio contro Israele rifacendosi ai più grotteschi stereotipi antisemiti presso una scuola di Biella l’Ugei si è mobilitata immediatamente, contemporaneamente all’Ucei, ad associazioni e a privati, ottenendo la revoca della concessione degli spazi. Abbiamo seguito la vicenda su Hatikwà ieri.

Di seguito l’articolo pubblicato da Moked.it con gli sviluppi odierni.

“Ritengo che le manifestazioni di disprezzo e di odio non servano mai a nessuna causa e tanto meno a quella della pace e della civile convivenza dei popoli. Confido di riuscire a far prevalere, anche in questo caso, la forza della ragione; e conto di mettere in atto, a livello nazionale, strumenti efficaci di prevenzione”.

È quanto assicura il Presidente nazionale dell’Anpi Carlo Smuraglia in un messaggio inviato alla Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, dopo che la stessa aveva portato all’attenzione del suo interlocutore una squallida iniziativa organizzata in una scuola di Biella da una nota attivista antisemita e antisionista, con il supporto di una sezione locale dell’Anpi.
“Il sostegno dell’Anpi a iniziative come quella che vi segnalo – aveva scritto Di Segni, coinvolgendo nella stesura la Presidente della Comunità ebraica vercellese Rossella Bottini Treves – rappresenta un fatto gravissimo e incomprensibile e duole ancor più nella considerazione che tale filmato divenga un’esperienza vissuta nella scuola, luogo nel quale esattamente al contrario, dovremmo coltivare i valori condivisi della tolleranza e del rispetto. L’odio è una materia facilmente infiammabile, basta davvero poco per divampare in incendio”.

Proprio al mondo della scuola si sono rivolti i rappresentanti dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, che negli stessi minuti hanno preso contatto con l’Ufficio Scolastico Provinciale e con Sostituto Provveditore. Iniziativa che si è rivelata molto preziosa per una sensibilizzazione in tal senso. “Gli Istituti Scolastici – si legge infatti in una successiva nota del Presidente della Provincia – non sono il luogo deputato ad ospitare eventi che possano rappresentare un pensiero di parte su argomenti di rilievo politico, che vanno affrontati in altre sedi, purché sia garantita la presentazione dei fatti e/o avvenimenti in modo oggettivo e super partes. Ho dunque ritenuto opportuno, oltreché corretto, revocare la concessione di utilizzo dell’aula scolastica concessa dal responsabile”.
L’iniziativa risulta adesso fissata per la sera di venerdì in un circolo Arci di Biella, come annuncia sulla sua pagina Facebook la curatrice del docufilm Samantha Comizzoli. Numerose gli enti e le associazioni che si stanno mobilitando. Tra gli altri, l’Osservatorio Solomon.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 febbraio 2017
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Un fotogramma del film "Persona", di Ingmar Bergman
Un fotogramma del film “Persona”, di Ingmar Bergman

Quando parliamo di persone, di vite individuali, quando facciamo scelte che influenzano l’esistenza e le scelte dell’Altro, disponiamo di un grande potere. Vale anche nel piccolo mondo di ciascuno di noi, se ci si pensa bene, e i danni che possiamo fare sono spesso gravi, talvolta irreparabili.

Credo che l’ebraismo si fondi su regole, anche se mi fa piacere discutere con chi non è d’accordo. Ma una cosa è certa: l’ebraismo ha a che fare con persone. Capita sovente che la legge e la sua applicazione sembrino scontrarsi con i valori, le aspirazioni, i desideri molteplici e sfuggenti in infinite direzioni delle Persone. Gli Altri: tanto vicini eppure così lontani, a portata di mano eppure irraggiungibili. Ma la Persona non è canna d’organo, non tasto di pianoforte, non è un numero. E’, piuttosto, l’apertura di qualcosa di incommensurabile, irriducibile al soggetto, Altro da sé, infinito. La forma pura della legge, la regola che pretende di porre se stessa a prescindere dal contesto, ignorando l’Altro e la sua Presenza, a me sembra non basti. E’ legge impoverita, ridotta alla sistematica applicazione di regolamenti, burocrazia normativa. Legge senza comprensione, cioè senza compromesso, l’inizio di una strada che finisce dove l’Altro sbiadisce, diventa anonimo, neutro, lontano, senza volto. Una strada in cui perdiamo quell’apertura di significato su ciò che ci circonda e che facciamo ogni giorno, che solo l’irruzione dell’Altro pone.

shemaNon è mia intenzione addentrarmi qui nel merito delle dinamiche di inclusione ed esclusione che contraddistinguono l’Ugei e, più in generale, le istituzioni ebraiche italiane, ma suggerire che i principi, da soli, non bastano e, anzi, se applicati con rigore indifferente ai colori del mondo possono preludere a tragedie, piccole tragedie personali oggi e forse grandi tragedie domani.

“Velo taturu acharè levavechem veacharè enechem” è scritto nel terzo brano che compone lo Shemà: “e non devierete seguendo il vostro cuore e i vostri occhi”. Poco tempo fa ho assistito a una bella lezione di rav Roberto Della Rocca imperniata su quel “lo taturu” (non devierete), letto etimologicamente come “non scaverete”, “non svelerete”. Non andrete alla ricerca ripetuta, ossessiva di piccoli e grandi difetti dell’Altro, non scaverete nella sua storia alla ricerca di qualcosa (un errore forse?) da poter esporre e con cui deriderlo, non lo umilierete, non lo denuderete di fronte a tutti. Forse è, questo, un buon punto da cui ripartire.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 febbraio 2017
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3d white people with forbidden signImmaginate di essere venuti a Roma per assistere a un evento culturale ebraico. Immaginate di aver colto l’occasione per fermarvi anche a un aperitivo organizzato dall’UGEI per la sera stessa; vi siete prenotati, i posti erano disponibili, avete chiesto a un vostro amico di ospitarvi per la notte.

La mattina stessa dell’evento, tuttavia, vi viene riferito che non potrete partecipare all’apericena perché vostro padre è ebreo, ma vostra madre no. Chiamate il vostro amico, lo informate della situazione, il biglietto del treno ormai è acquistato per la mattina seguente. Cercate insieme di contattare, di capire cosa è successo.

Immaginate, per tutta la giornata, di essere appesi ad un filo: siete ebrei? Non siete ebrei? Potete partecipare a un’apericena – badate bene, non una funzione religiosa, ma una semplice cena con amici organizzata in un locale che non mi risulta impedisca l’accesso ai non ebrei – o dovrete rimanere da soli? E per il futuro come vi dovrete considerare?

Immaginate di sentirvi ebrei, ma di non potervi definire tali, di essere costretti a lottare ogni giorno contro l’antisemitismo da soli, senza potervi appoggiare alla comunità ebraica come facciamo tutti, senza poter contare sull’aiuto di nessuno. Immaginate di essere esclusi sia dai non ebrei sia dagli ebrei, perché vi trovate in un limbo, non siete ebrei del tutto ma non siete nemmeno del tutto goyim.

inclusioneImmaginate questa situazione, e chiedetevi quanto tempo ci mettereste voi a decidere che, dopotutto, il gioco non vale la candela, che non ha senso lottare così tanto per proseguire un percorso di conversione e cercare di rientrare in una comunità per la quale al momento siete solo un esponente di serie B.

Immaginiamo perché vorremmo non dover parlare di eventi realmente accaduti; perché se fosse davvero successa una cosa simile, se il 12 febbraio 2017 fosse stata esclusa per questi motivi una ragazza da un evento UGEI con un preavviso quasi nullo, se pur di impedire a questa ragazza di partecipare si fosse rinunciato alla presenza di altre due persone (ebree doc, naturalmente), a mio avviso si tratterebbe di un evento gravissimo che dovrebbe suscitare lo sdegno di tutti.

Io (madre ebrea, padre non ebreo) non trovo una grande differenza tra me e una persona come quella descritta sopra. Nel caso specifico una persona che si interessa di ebraismo e desidera partecipare attivamente alla vita giovanile ebraica, una persona che, se avesse potuto, avrebbe fatto il bar/bat mitzvah, una persona che spesso ha informato me di eventi culturali ebraici di cui neppure ero a conoscenza.

Ma se escludere è meglio di includere, se si preferisce limitare l’accesso e la cultura ebraica ai soli ebrei, se si rinuncia ad avvicinare chi si trova ai margini, forse perché faticoso, forse perché più difficile farlo senza ricevere critiche, non si rischia forse di porre queste persone in una posizione di isolamento dalla quale non potranno né vorranno più uscire? Non rischiamo, per continuare a conservare la “purezza ebraica”, di perdere risorse, valori e idee che potrebbero arricchire l’ebraismo senza alterarne in alcun modo le basi?

Giulia Simonetti, 22 anni, studia lettere classiche a Roma, ama scrivere e leggere e trova difficile sintetizzare il resto in poche righe.



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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