tzahal

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 marzo 2016
hevron-500x333.jpg

4min660

hevronLa compagnia era pervasa da un’atmosfera di euforia ed eccitazione. Avevamo appena scoperto che quello non sarebbe stato uno dei soliti Shabat passati in caserma durante l’addestramento. Questa volta era diverso, eravamo stati selezionati per trascorrere quel fine settimana al fronte a supporto di un’unità di linea e il fronte non era un posto qualsiasi ma un luogo pericoloso e affascinante al tempo stesso così lontano dalla prospettiva degli israeliani che vivono lungo la costa eppure cosi vicino ai cuori e alla storia del popolo ebraico: Hevron, la città dei padri. Il viaggio in autobus trascorse all’insegna di un gran baccano fatto di canti prese in giro e risate, si sarebbe potuto pensare che ci stessero portando a Disneyland ma oltre i finestrini scorreva il paesaggio lunare delle montagne a sud di Hevron dove l’arido deserto del Negev incontra le brulle colline di Giudea. Bibliche suggestioni stuzzicavano la mia mente, non era difficile immaginare le tende di Abramo su quella collina o il gregge del giovane re David ancora pastore su quell’altra. Arrivati nella città questa pareva smisurata. Estesa in modo convulso e disorganico su diverse colline e vallate inondate dal sole spietato d’agosto. Era spaventosa e affascinante allo stesso tempo. Il pullman corazzato sfrecciava attraverso quartieri fantasma di vecchie case abbandonate. Più tardi ci spiegarono che l’esercito aveva fatto evacuare molti anni prima, per motivi di sicurezza, tutte le case che si affacciavano sulla via principale così che quella parte della città appariva ormai spettrale e decadente. Proseguendo lungo il viale principale incontravamo diverse pattuglie e posti di blocco e la sensazione di essere all’interno di un servizio del telegiornale si faceva strada nelle nostre menti. Alla fine arrivammo all’avamposto che sarebbe stato la nostra casa per quel fine settimana. Si trattava di un piazzale stretto e lungo puntellato da container adibiti a dormitorio, una cucina , una mensa che poteva contenere al massimo dieci persone alla volta e un piccolo deposito di scorte. Seduti su un divano sudicio e malconcio incastonato in un angolo sedevano alcuni soldati distanziati in quel luogo. Riconobbi subito che erano paracadutisti. Avevano volti esausti e guardavano noi reclute giovani entusiaste e fresche con uno sguardo vano e vuoto pieno di stanchezza e indifferenza. Per prima cosa dopo aver scaricato i bagagli e gli zaini dal bus i comandanti ci radunarono in gruppi secondo il plotone di appartenenza e si misero a smistarci in gruppi più piccoli che a loro volta sarebbero stati mandati in altri avamposti più piccoli sparpagliati qua e là per la città. Mi ritenni fortunato quando capii che sarei rimasto in quello stesso avamposto nel quale l’autobus ci aveva lasciati perché mi dava la sensazione, e a ragione, di essere il migliore tra tutti quelli presenti in città e che sarebbe stato un ottimo punto di inizio per fare esperienza al fronte.

Parte I – continua

Daniel Recanati
Daniel Recanati

Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 dicembre 2012
lirut-2-500x500.jpg

6min680

Chi sono io?

Sono una ragazza israeliana di 24 anni. Studio comunicazione, sono un’ appassionata di
cinema, e una maniaca del controllo. Amo il cioccolato e i gatti. Posso pensare a molti altri modi per
descrivermi. Tuttavia, venerdì 16 novembre, alle 3.30 del mattino, quando sono stata chiamata dall’ ufficio
dei riservisti, ho percepito me stessa solamente in una maniera: una fiera cittadina israeliana.

Ho preparato la borsa il più veloce possibile e ho svegliato mio fratello per farmi accompagnare al punto di
raccolta con la mia unità.

Quattro anni fa sono stata dimessa dal mio servizio di sergente operativo dell’ IDF, ed ero così fiera di
indossare la mia uniforme allora, così come lo sono in questa occasione. Anche se non sono una combattente,
ho sempre posseduto una forte determinazione durante il mio servizio. Perchè? Perchè sapevo che stavo
servendo il mio paese, un paese dove la guerra ha sempre avuto un ruolo fondamentale e dove la minaccia alla sicurezza dei suoi cittadini è intrinseca nella sua cultura da quando si è affermato come Stato ebraico e indipendente. Nel nostro paese, la guerra sembra sempre “dietro l’angolo”.

Sono nata nel 1988. Il mio primo vero ricordo di bambina è quello di me seduta nel rifugio con una maschera del gas durante la guerra del Golfo nel 1991. Da bambina quale ero, quella per me era un’esperienza insolitamente buffa, e in qualche modo si è insinuata nella mia mente come un ricordo felice. Ero lì, seduta a giocare con le mie bambole e a guardare la televisione mentre i miei genitori erano attaccati tutto il giorno alla radio. Dopotutto, che ne sapevo io? Avevo solo tre anni! Crescendo ovviamente, ho cominciato a capire: quello che vivevo non era un mondo fantastico, ma una realtà assurda e violenta a cui noi, cittadini israeliani, ci siamo abituati come se fosse una situazione ordinaria e perciò accettabile.

Il 2002 fu un anno ancor più traumatico per un’adiolescente che era nel mezzo della seconda intifada. A
quei tempi, subivamo circa tre attacchi terroristici al giorno! Andando a scuola in autobus ero sempre
terrorizzata. “Se qualcuno indossa una felpa durante l’estate, potrebbe trattarsi di un kamikaze?”- pensavo.
Ho sempre avuto paura che un giorno sarebbe stato il mio autobus a esplodere in mezzo alla strada. Di
certo questi non sono pensieri che una tredicenne dovrebbe avere, e indubbiamente non è questa la realtà
che voglio i miei figli vivano in un futuro. Quasi 12 anni dopo, la minaccia alla sicurezza degli Israeliani
permane, solo che oggi i kamikaze sono stati sostituiti da missili lanciati senza sosta.

La base in cui ero durante l’operazione “Colonna di nuvole” era nel sud d’ Israele, una zona continuamente
bombardata dalla striscia di Gaza. La gente che vive là ha completamente perso la capacità di condurre
una vita normale. Sentire la sirena è una sensazione indescrivibile. E’ terrificante avvertire la terra tremare
sotto i piedi, e pregare che anche questa volta non arrivi dove sono posizionata. E poi in 15 secondi il razzo
colpisce a 400 metri di distanza, più vicino di quanto potessi mai immaginare. Il pericolo è reale: questi
sono i momenti in cui lo si sente sotto la pelle.

Questo è il mio paese, la mia unica vera casa. Ovunque io vada, questo posto mi fa sentire in un modo in cui
nessun altro luogo potebbe riuscire. Conosco la sua storia, cultura, ed essenza. La vita è difficile, sì,
ma è qui che ho formato la mia identità. Conosco la terra dal nord al sud, la mia famiglia è nata e morta qui,
e mi sento in obbligo di difenderla a qualunque costo. Israele è incisa nel mio cuore.

Il pericolo in Israele si sente specialmente oggi; le lacrime mi scendono dagli occhi se immagino la
possibilità che la mia casa cessi di esistere così come la conosco io. Capisco la sua importanza per il popolo
ebraico, perchè la storia mi ha insengnato che non siamo salvi da nessuna parte se non in erez Israel.
Mi sento insultata se qualcuno la offende, e ho paura se qualcuno la minaccia. Combatterò per lei e me
ne preoccuperò sempre.

Anche quando comincio a dubitare di questo quadro di vita oggettivamente
deprimente, non posso fare a meno di amarla profondamente per quello che è, o non è.

Lirut Nave


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 ottobre 2012
Conversazioni.jpeg

5min530

La parola siach, in ebraico, è una di quelle parole che non ha traduzione in altre lingue.

Se guardi sui dizionari troverai probabilmente la blanda traduzione in “conversazione”, o “dialogo”, ma non rende.

Il motivo per il quale siach non ha traduzioni appropriate è che essa è una parola che ritrae un’immagine sociale che è difficile trovare in altre culture. Come le famose quattordici variabili per dire “neve” nel linguaggio eschimese, siach è una variabile dell’idea di conversazione che non esiste nella maggior parte delle altre culture.

Quando provo a spiegare il concetto, l’unico modo decente che ho trovato è “dialogo aperto”. Un esempio: negli ultimi mesi in Israele infervora la discussione sull’arruolamento degli ultra-ortodossi. Finora una legge gli permetteva di non arruolarsi, e la stessa legge è stata prima annullata, ed ora in fase di revisione (per fare la storia molto più corta e semplice di quella che in realta è). In qualsiasi altro paese la popolazione si sarebbe divisa in due parti: i pro e i contro, con piccole variabili nelle motivazioni. Qui la discussione diventa una seduta di parlamento nazionale, nel senso che tutta la nazione parla come se fosse seduta alla Knesset a considerare tutte le variabili e a portare la propria opinione. L’ultra-ortodosso è contro, e spiega in maniera chiara che egli difende lo Stato con lo studio della Torah. Alcune voci da Zahal stesso non sanno cosa rispondere: vogliono vedere i loro amici col cappotto nero vestire l’uniforme verde, ma come fare con le loro esigenze religiose che richiedono di essere completamente separati dalle donne? La sinistra laica vuole vederli marciare tutti, delle condizioni ne riparliamo in un altro momento. Se l’israeliano medio sacrifica tre anni della sua vita e paga le tasse tutto la vita, perchè loro devono avere un trattamento di riserva? La sinistra sociale li vuole nell’esercito, ma per un motivo elevato: per vederli integrati nella società israeliana e nel mercato del lavoro. E così via.

Non ci interessa capire chi ha ragione. Ci interessa vedere che ogni opinione si inserisce nella conversazione generale, nel dialogo aperto di cui sopra, in maniera molto più ricca e profonda del “sono d’accordo” e del “non sono d’accordo”. Dietro ogni idea c’è una precisa ideologia. Può venire espressa con un talkback al peperoncino sul sito di una testata giornalistica o in conversazioni concitate al bar tra vecchi riservisti, e in molti casi con la testardaggine della quale l’israeliano va tanto orgoglioso e con la demagogia di chi è padrone solo chi ha speso la sua vita a discutere opinioni.

Quando mi sono imbattuto nel siach all’inizio non capivo come funzionasse. Col tempo e con la necessità di entrare nella società ho capito quali sono le sue leggi: no frasi fatte, sono sempre banali; no estremismi, ammazzano la conversazione; no parlare senza sapere, c’è sempre qualcuno che ti sgama; e soprattutto: se non hai niente di nuovo da aggiungere, stai zitto. Probabilmente bisognerebbe aggiungere anche “mantieni la calma” e “ricorda che non tutti sono come te”, ma queste due regole non sono molto in voga al momento.

A volte dòun’occhiata ai talkback dei gruppi italiani su Facebook e mi rendo conto di quanto gli farebbe bene sperimentare queste regole. Se hai mai provato la sensazione che le conversazioni con i tuoi amici e famigliari siano asciutte, prova tu a seguire queste regole e vedrai. Potresti provare una strana sensazione di interesse in quello che stai dicendo.

In questa colonna porterò la mia prospettiva su Israele vista dagli occhi di un Oleh italiano, e sull’Italia vista dagli occhi dell’Oleh. Non spiegherò massimi sistemi e non sarò quasi mai oggettivo. Ogni opinione è ben accetta, a patto che sia per creare un siach interessante, ricco e profondo. No opinionisti perditempo.

Avy Leghziel (su Twitter: @avyleg)



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci