Tel-Aviv

Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 luglio 2017
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Terzo giorno di Taglit: arrivati a Tel Aviv ci siamo recati all’ambasciata italiana dove abbiamo avuto un incontro con il vice ambasciatore per discutere delle relazioni politiche ed economico-sociali tra Italia e Israele. Da lì ci siamo spostati allo Shuk Hacarmel, mercato di Tel Aviv, dove si possono trovare i prodotti tipici israeliani. Ci siamo immersi nella varietà di colori, odori e suoni che rendono unico questo mercato.

L’ultima tappa della giornata è stato il Beit Hatfutsot, il museo della diaspora, dove siamo stati accolti da una giovane guida che è riuscita a coinvolgerci così tanto da non farci perdere mai l’attenzione. È stato incredibile potersi immaginare in diverse parti del mondo e in diverse epoche storiche visitando solo poche sale del museo. Siamo rimasti tutti entusiasti e colpiti dai dettagli e dalla competenza con cui è stata illustrata la storia della nostra diaspora.

Conclusa la visita ci siamo spostati in un hotel a Netanya dove abbiamo avuto un incontro con un ragazzo americano sulla situazione geopolitica dello stato d’Israele partendo dalla sua fondazione ed arrivando a oggi, affrontando anche le motivazioni del conflitto arabo-israeliano. Abbiamo concluso la giornata con un’uscita in un locale di Tel Aviv dove abbiamo incontrato ragazzi sudamericani che partecipano al Taglit.

Keren Perugia
Joshua Bonfante
Nicole Alcantara


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 giugno 2017
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Jean-Léon Gérome, “Il Muro del pianto” (1880)

“Il mio cuore è oriente, e io mi trovo alla fine dell’occidente” scriveva il poeta e rabbino spagnolo Yehuda Halevi (1085-1141). Halevi fu forse il primo sionista della storia, ma sebbene il suo nome ricorra continuamente nelle strade d’Israele, egli morì al Cairo prima di imbarcarsi per la Palestina, o secondo altri, alle porte di Gerusalemme senza però riuscire a varcarle. Il legame di Halevi con Sion era prevalentemente individuale e spirituale, egli riteneva che la Shekinah fosse più palpabile in Eretz Israel rispetto ad altrove. Quasi come Halevi, posso vantarmi in circa trent’anni di aver girato per quasi tutti i paesi del Mediterraneo ed aver visto questo mare da tutti e quattro i punti cardinali, ma mai fino ad adesso ero ancora giunto in Israele. Eppure questo paese ha sempre occupato parte della mia immaginazione e dei miei sogni, sin da quando da bambino ne studiavo i francobolli, le mappe e l’alfabeto, o quando più adulto iniziai a documentarmi sulla sua storia, a leggere i libri dei suoi scrittori, ascoltare le canzoni dei gruppi musicali più in voga o guardare i film dei suoi registi.

Mio nonno z”l era un convinto sionista, partecipava alle attività del KKL (Keren Kayemet LeIsrael) e del KH (Keren haYesod), come assessore comunale della giunta PCI fece parte della delegazione che nel 1961 firmò il gemellaggio tra la mia città e Bat Yam, e sosteneva al tempo che “Israele fosse l’unico paese veramente socialista al mondo”. Arrivato alle soglie dei vent’anni cominciai a frequentare un corso di ebraico con l’intenzione di fare un’esperienza di qualche anno in Israele, magari in un kibbutz, successivamente la mia vita prese inaspettatamente direzioni diverse, e ancora un’altra volta quando rinunciai ad un viaggio con Taglit-Birthright a causa di un impiego, dovetti rimandare la “salita” verso questa meta.

Alcune settimane fa sono riuscito finalmente a compiere questo viaggio partendo con solo uno zaino in spalla. Difficile raccontare l’emozione provata senza ricorrere a pure sensazioni o immagini mentali. Solo so che scoprendo Israele, nel mentre mi perdevo nella città vecchia in una mezzanotte spettrale, passavo senza accorgermene tra quartieri ortodossi, secolari, ebraici, arabi o russi, guardavo dal finestrino del treno un deserto verdeggiante ascoltando Shlomo Artzi, incontravo ragazzi israeliani che mi portavano a mangiare hummus in ristoranti arabi “perché lo fanno più buono”, sentivo parlare italiano al Minian Italkim nel cuore di Tel Aviv, o camminavo a fianco di altri coetanei ai quali non è importante avere il padre o la madre ebrea, perché qui come sei e da dovunque provieni sei comunque israeliano… per una volta non mi sono sentito un estraneo. Io che sempre in ogni luogo mi sento a casa e contemporaneamente fuori posto, che sono immune al fascino dei nazionalismi e delle bandiere, ho provato orgoglio nel trovarmi in un luogo che nonostante le sue contraddizioni, i suoi problemi, un governo in carica che non stimo particolarmente, è stato costruito anche grazie al contributo della mia famiglia, che vi abita qualcuno con il mio stesso cognome o qualcun altro, come l’autista del autobus, la ragazza scorbutica alla reception del mio ostello o il mendicante haredi per strada, che potrebbe avere qualche lontana ed ipotetica parentela con me. Strano averlo visto soltanto adesso per la prima volta, e percepire, che per quanto lontano e su un’altra sponda di questo stesso mare, è sempre stato e sempre sarà dentro la mia testa e il mio cuore.

Francesco Moisés Bassano

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 marzo 2016
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raccah1Aiutare quanti soffrono di presbiopia a mettere meglio a fuoco i caratteri e a usare meno gli occhiali?

È possibile grazie all’applicazione israeliana  GlassesOff che oggi lancia una nuova versione. Vi lavora anche un giovane ebreo romano trasferito in Israele, Samuel Raccah.

Sviluppata in Israele, il paese con il maggior numero di start-up pro capite al mondo,  GlassesOff è fra le più promettenti dell’ultimo quinquennio. Si tratta di una rivoluzionaria applicazione che permette di eliminare la dipendenza dagli occhiali da lettura oltre che di migliorare altri parametri legati alla vista come il tempo di reazione agli stimoli, messa a fuoco, nitidezza delle immagini, riduzioni di mal di testa e riduzione di sensazione di affaticamento dell’occhio. Questi parametri sono ben apprezzati da vari enti come squadre sportive e dell’aeronautica israeliana che ha cominciato a interessarsene. L’applicazione è disponibile al download gratuitamente sull’App Store e sul Play Store, e offre un test gratuito della vista per predire i benefici che l’app è in grado di apportare.

È sufficiente scaricare l’applicazione, eseguire alcuni esercizi della durata di 12 minuti per tre volte a settimana e nell’arco di due mesi l’occhio riacquisterà la capacità di leggere e focalizzare immagini a breve distanza.  GlassesOff sfrutta tecnologie sviluppate dal neuroscienziato della Tel Aviv University Uri Polat. Il principio alla base dell’applicazione è semplice: proprio come la qualità delle immagini scattate da una macchina fotografica dipende da due fattori – la lente e il processore dell’immagine – similmente la nostra visione dipende da due fattori: l’occhio e il cervello.  GlassesOff migliora l’elaborazione cerebrale dell’immagine e garantisce in media un ringiovanimento dell’occhio di 8,6 anni.

raccah3L’applicazione ha ricevuto diversi riconoscimenti in riviste specializzate di oculistica a livello internazionale ed è stata testata con successo nei laboratori dell’Università di Berkeley della California.

GlassesOff ha i propri uffici a Tel Aviv dove attualmente lavora Samuel Raccah, un giovane ebreo romano di 23 anni. Laureato a Roma in Ingegneria gestionale, Samuel ha deciso di ultimare la propria carriera accademica e di intraprendere quella lavorativa in Israele. Ispirato dagli ideali del sionismo e dal desiderio di seguire l’“Israeli Dream”, Samuel oggi fa eco a molti giovani ebrei che abbandonano l’Italia per stabilirsi in Israele e ristabilire il continuum con la loro terra d’origine.

Per capire meglio come si inserisce un giovane italiano in una start-up di successo israeliana abbiamo visitato la start-up dove abbiamo incontrato Samuel e il suo CEO, Nimrod Madar, e abbiamo fatto loro alcune domande.

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Nimrod Madar – CEO di GlassesOff

Qual è il contributo di un giovane ragazzo italiano come Samuel?

“Una delle cose fondamentali nella nostra azienda che ha sicuramente contribuito al nostro successo è il Team Working. Quando parlo di Team Working non parlo di una semplice collaborazione come in ogni azienda ma di un vero impegno e lavoro di squadra di tutti i dipendenti oltre il loro ruolo. Abbiamo altre persone da paesi diversi e questo aiuta molto per il fatto che anche il nostro mercato è un mercato globale. L’applicazione viene usata da persone di tutto il mondo”.

Quali sono i competitors e quali gli investors di GlassesOff?

“GlassesOff ha ricevuto diversi finanziamenti in diversi round, attualmente il contributo totale versato dagli investitori si aggira attorno ai 15 milioni di dollari. E’ una cifra molto alta che è stata spesa quasi interamente per la prima fase di ricerca e sviluppo, per affinare l’algoritmo e perfezionare la tecnologia. Gli investitori provengono da diverse nazioni, alcuni sono israeliani, altri europei e altri ancora americani. Sono arrivati anche investimenti da istituzioni e da centri di ricerca. Oggi GlassesOff è una società quotata alla Borsa di New York.

Sarebbe sorprendente dire che non abbiamo competitors, anche se in realtà nel caso di GlassesOff veramente non ne abbiamo! La nostra tecnologia è protetta da brevetti e proprietà intellettuale. Se la chirurgia e gli occhiali da lettura possono essere considerati nostri competitors, allora ne abbiamo. Altrimenti, posso garantirti che non esista alcuna altra tecnologia al mondo che sia in grado di eliminare la dipendenza dagli occhiali da lettura semplicemente attraverso un app. Esistono programmi simili che migliorano la memoria o le capacita cognitive, ma non sono nostri competitors. Noi utilizziamo la neuroscienza in un campo completamente diverso, la vista”.

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raccah2Samuel

Cosa avresti voluto fare da grande quando eri bambino?

“Ho sempre vissuto ogni attimo della mia esistenza con la consapevolezza che a ciascuno è concesso lo spazio di una sola vita, e secondo questo principio ho cercato sempre di distinguermi e di eccellere. Il mio desiderio è realizzare un prodotto tecnologico che migliori drasticamente la vita quotidiana delle persone e di cui, per motivi di riservatezza, non parlo pubblicamente”.

Qual era il tuo legame con Israele (e con il mondo ebraico in generale) prima di trasferirti?

“Ho frequentato le medie e il liceo ebraico. Oltre a ciò ho partecipato ai campeggi del Bene Akiva e ho sempre frequentato il tempio assieme alla mia famiglia. Credo che il maggior contributo al mio sentimento sionista sia da ricercare in un viaggio che ho compiuto in seconda liceo insieme ai miei compagni di classe: abbiamo visitato Israele attraverso un itinerario durato tre settimane e che mi ha permesso di conoscerne le aree meno perlustrate e più peculiari come il Negev o le basi militari presso il confine”.

Oggi vivi in Israele? Hai ottenuto la cittadinanza israeliana?

“La politica di immigrazione israeliana è uno dei fattori più rilevanti che hanno alimentato le aliyot di massa dell’ultimo quinquennio. Israele è molto favorevole all’insediamento di giovani ebrei provenienti dall’estero, e per tale motivo eroga contributi e benefici di cui tutti gli ebrei della diaspora possono godere, tra cui appunto la cittadinanza”.

Quando sei venuto per la prima volta in Israele qual è stata la tua impressione? Raccontaci dell’esperienza…

“Ho sempre visitato Israele con buona assiduità, almeno due volte l’anno. È difficile descrivere la mia prima esperienza in Israele perché risale a più di venti anni fa. Ricordo però alcune esperienze successive, come la visita alle gallerie del Kotel, un’esperienza ancora viva nella mia memoria”.

raccah4Si sente parlare spesso di “intelligenza ebraica” e si dice che “gli israeliani hanno idee innovative”. Cosa ne pensi?

“Il pragmatismo israeliano è da anni al centro di un dibattito mondiale, e non posso che abbracciare le tesi che sono state formulate a riguardo: Israele è una hub di innovazione a livello globale, il merito va ricercato in diversi fattori, ma il primo fra tutti è senz’altro la ricerca dell’utile: la precarietà dello stato israeliano ne giustifica la perpetua ricerca di sistemi per migliorare la vita”.

 Qual è il tuo titolo nella start-up e qual è il tuo ruolo all’interno dell’azienda? Di cosa ti occupi?

“Sono un business analyst, mi occupo di tutte le decisioni strategiche di GlassesOff: dalla pricing strategy, alla segmentation, alle previsioni finanziarie, fino alla go-to-market strategy. Il mio ruolo mi permette di intervenire su diversi fronti e contribuire a tutte le divisioni funzionali dell’azienda, un aspetto che amo moltissimo del lavoro in una start-up: il dinamismo e la multifocalizzazione su diverse aree di competenza che porta a lavorare con tutti i colleghi dinamicamente”.

 Quando hai deciso di lavorare per GlassesOff e come sei venuto a conoscenza di questa start-up? Ti hanno subito preso o hai dovuto superare degli esami?

“La storia che mi ha portato a lavorare per GlassesOff è curiosa: il teaching assistant del mio ultimo corso universitario rimase così impressionato dal mio rendimento accademico che mi offrì un lavoro presso GlassesOff. Perciò ho avuto la fortuna di avviare la mia carriera lavorativa subito dopo aver ultimato gli studi. La decisione finale è spettata al CEO che mi ha dimostrato da subito fiducia e calore”.

Qual è il tuo contributo come italiano alla start-up?

“Stiamo lavorando per aprire un nuovo mercato in Italia, in cui crediamo fortemente. Attualmente collaboriamo con alcuni giornalisti delle maggiori testate italiane, e a breve verrà lanciata una campagna mediatica in Italia. Tra i miei vari compiti, mi occupo di coordinare gli sforzi del reparto marketing e di mediare le relazioni con la stampa italiana. È un impegno che onoro con orgoglio in quanto ebreo italiano”.

Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare
Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 novembre 2012
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Da giorni pensavo a quale sarebbe stato l’argomento più giusto sul quale scrivere dopo il mio arrivo a Tel Aviv. Ho pensato di descrivere l’arrivo e ad i primi giorni di ambientamento; ho pensato di parlare delle varie pratiche burocratiche e cose nuove attraverso le quali un oleh chadash deve passare nel suo primo mese; e ovviamente avevo pensato di raccontare le prime esperienze da studente dell’Univeristà di Tel Aviv.

Come potrete immaginare, quattro giorni fa la mia attenzione si è concentrata su ciò che sta succedendo qui dall’inizio dell’operazione militare “Amud Anan – Pillar of Defense”: l’operazione partita quattro giorni fa per mettere fine al continuo lancio di missili sulle città del sud cominciato ben prima di quattro giorni fa. Non era ancora chiaro se sarebbero veramente riusciti a lanciare dei missili fino a Tel Aviv, ma era qualcosa di cui si cominciava a parlare. E’ successo. Le sirene di Tel Aviv hanno risuonato già 3 volte, come non accadeva dal 1991. Proprio mentre mi trovavo a scrivere questo articolo è suonata per la terza volta; ho dovuto lasciare il computer per qualche minuto per trovare riparo per poi continuare ad allarme ultimato. Dopo 4 anni dalla loro installazione, per la prima volta sono entrate in azione anche le sirene anti-missile di Gerusalemme.

Non voglio addentrarmi nelle questioni politiche e militari, né di come Israele sta gestendo l’operazione a Gaza. Sicuramente però il fatto che Israele si sappia difendere dagli attacchi non sminuisce il fatto che da Gaza stiano deliberatamente sparando missili su un territorio che complessivamente ha più abitanti della città di Roma, con l’unico intento di procurare quanti più danni possibili a persone e cose. È recente la notizia del dispiegamento, nella zona di Tel Aviv, di una nuova batteria di “Iron Dome”, il sofisticatissimo sistema di difesa anti-missile che sta limitando di gran lunga quelle che potevano essere le vittime dei quasi mille razzi che sono stati lanciati diretti in territorio Israeliano dall’inizio dell’operazione. Il sistema individua il missile, calcola la traiettoria e prova ad intercettarlo se diretto verso centri abitati. Fortunatamente ha una percentuale di successo vicina al 90% e, se non fosse ora presente sul territorio, il numero di danni e vittime sarebbe notevolmente più alto.

Non è stata la prima volta che mi sono ritrovato in una situazione di questo tipo. Qualche anno fa ero nel Kibbutz Holit (piccolo Kibbutz molto vicino alla striscia di Gaza) come rappresentante ad un convegno dell’Hashomer Hatzair. Improvvisamente risuonò lo “Tzeva Adom” e ci fermammo per qualche istante senza saper bene come comportarci. In quel caso però mi trovavo in Israele per pochi giorni, e forse la sensazione era come di ritrovarmi proiettato in mezzo a questa situazione per caso. Ora è diverso. Mi trovo qui a Tel Aviv, dove non mi sarei mai aspettato di dover andare a cercare il rifugio anti-missile più vicino, e non ho nessun biglietto aereo per tornare a Roma tra qualche giorno. Ora non sento di trovarmi qui per caso.

La situazione tra gli abitanti di Tel Aviv è più tranquilla di quello che si potrebbe immaginare. Forse ci sono meno persone in giro per le strade ma l’università domani (oggi, ndr), a meno di evoluzioni dell’ultimo minuto, resterà aperta regolarmente e probabilmente neanche sentirò troppo parlare dell’argomento. Anche subito dopo le sirene la vita continua. Che ci si possa abituare al fatto che, in qualsiasi momento della giornata, possa esserci il pericolo che un missile colpisca la propria casa e che si debba quindi trovare un riparo, è qualcosa che in Italia nessuno potrebbe concepire. Nei telegiornali si parla solo della situazione generale e di ogni missile che viene lanciato ma con una calma che posso immaginare non sarebbe propria di nessun telegiornale in Italia.

In televisione uno dei tanti esperti diceva la propria opinione riguardo una possibile soluzione momentanea della questione, aggiungendo che sono 60 anni che Israele si trova sempre in una situazione “momentanea”, non potendo mai sapere quando potrebbe succedere qualcosa di questo tipo. Forse l’impatto più difficile da assorbire è stato proprio quello di capire che in questo paese ci si può ritrovare in situazioni del genere in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo. Io l’ho scoperto 3 giorni fa quando ho sentito la sirena anti-missile mentre ero tranquillo dentro le mura di casa mia.

Daniele Di Nepi

(Twitter @danieledinepi)

 

(suggerisco a chiunque voglia seguire l’evolversi della situazione di avvalersi dell’aiuto di Twitter, con il quale, seguendo determinati profili, è possibile avere sempre un quadro in tempo reale di ciò che sta succedendo sui vari fronti)


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 novembre 2012
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La prima volta che ho assistito ad un’esercitazione della popolazione civile in Israele è stato due anni fa. Non avendo sentito la notizia alla radio, la sirena mi ha colta di sorpresa ed ero terrorizzata. Gli israeliani del mio ufficio mi sbeffeggiavano. “Sei proprio una hutznikit (un modo di riferirsi a chi viene da fuori Israele tra lo scherzoso e il dispregiativo)”. Io volevo correre nel bunker, mentre tutti sembravano infischiarsene. D’altra parte era solo un’esercitazione.

La seconda volta ero preparata, ma non ho fatto in tempo a raggiungere il bunker più vicino entro 2 minuti.

Ieri non ero a Tel Aviv, ma in classe, all’Università. Una studentessa ha chiesto di interrompere la lezione quando ha appreso che le sirene stavano suonando a 15Km da noi. Il professore ha concesso 5 minuti per telefonare ai nostri cari e assicurarci che stessero bene e poi ha continuato la lezione, che è proseguita con uno scambio di battutine tra l’insegnante e gli studenti: “Con la sfiga che ho è sicuramente caduto su casa mia”; “Ci ho messo 4 ore a convincere i miei figli che a Tel Aviv non sarebbe successo niente e ora si prenderanno gioco di me a vita”. Nonostante il clima fosse teso (io personalmente ho perso il filo delle successive due ore di lezione), c’era la voglia di reagire, di sdrammatizzare. E devo dire che non ho mai ammirato così tanto gli israeliani. Di solito non li sopporto con la loro aggressività e il loro modo di fare per me troppo informale. È paradossale che li abbia trovati ammirevoli proprio in questa situazione. Ma non è proprio in questo tipo di eventi che viene fuori la vera persona?

Come l’amica con cui stavo prendendo un caffè solo poche ore prima. Dato che aspettavo da lei delle risposte, mi ha gentilmente telefonato spiegandomi che l’avevano richiamata e che mi avrebbe ricontattata dopo il suo ritorno. Il suo tono era calmo, determinato. Da un giorno all’altro l’esercito ti stravolge i piani e tu lo accetti senza problemi.

Almeno questi ragazzi vanno a dare un aiuto concreto. Noi, seduti nelle nostre case o nei nostri uffici ci sentiamo spesso impotenti. Ma anche la battaglia dell’informazione è importante. Diciamo la verità: Israele con le pubbliche relazioni non ci sa proprio fare. È estenuante, ma tutti noi abbiamo il dovere di dire la verità, specialmente in Europa dove i media sono nettamente di parte, dove i pacifisti non si sdegnano, non mandano flottiglie in Siria, dove hanno perso la vita più di 25.000 persone, ma si risvegliano improvvisamente solo quando c’è Israele di mezzo. La conosciamo bene quella sensazione quando leggi commenti che giustificano il continuo lancio di razzi verso la popolazione civile israeliana: tremi dalla rabbia, arrossisci, il tuo cuore comincia a martellare e l’adrenalina sale. E sai che devi rispondere.

Hamas sta portando avanti una campagna mediatica falsa, dove tra l’altro usa immagini provenienti dalla Siria spacciandole per la situazione di Gaza. E intanto i terroristi si nascondono in aree densamente popolate; dentro scuole, ospedali. Impedire vittime civili è difficilissimo. La cultura di Hamas non è solo una cultura che non ha rispetto per la vita, ma che adora la morte. Per loro le vittime civili non sono un problema, anzi sono “martiri” e aiutano alla delegittimazione di Israele.

Spetta a chi conosce la verità, smontare le falsità di Hamas pezzo per pezzo. Internet è il teatro di questo scontro tra la verità e la menzogna.

Un ultima osservazione. Per chi ancora dice che Israele non vuole negoziare: voi sareste pronti a negoziare con un’organizzazione che nel suo Statuto si pone come obiettivo principale la distruzione di Israele e il genocidio degli ebrei?

 Alessia Di Consiglio



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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