Tel-Aviv

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 marzo 2018
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Pesach si avvicina, e in Israele inizia la bella stagione: caldo, sole e mare. Per questo è la mèta preferita degli ebrei di tutto il mondo per le vacanze di Pasqua. Se a Gerusalemme si va per pregare, a Tel Aviv non solo ci si diverte, ma è l’ideale per tenersi in forma, soprattutto in un periodo in cui la dieta è a base di matzot, riso e ciambellette. La città infatti non è famosa soltanto per la movida notturna nelle numerose discoteche, ma anche per il lungomare, la cosiddetta Tayelet, che va dal promontorio di Old Jaffa e dal suo porto, a sud, fino al Namal, il vecchio porto di Tel Aviv, a nord. Una passeggiata di circa 6 km che rappresenta il cuore vivo della città: da un lato si possono ammirare  le spiagge bianchissime e sempre animate a qualsiasi ora del giorno e della notte e dall’altro la sfilza di grattacieli e hotel che disegna una skyline che ricorda un po’ Miami. L’ideale per sorseggiare aperitivi, mangiare e divertirsi nei mille locali che costellano le spiagge.

Più che un semplice lungomare, la Tayelet è diventata una vera e propria area fitness: una pista ciclo-pedonale la percorre per molti chilometri con aree attrezzate per fitness e alcune con bilancia pesa persone.
Dall’alba al tramonto, il lungomare è pieno di persone di ogni età che praticano ogni tipo di sport: surf, nuoto, beach volley, running, walking, yoga, matkot o semplicemente una passeggiata a piedi o in bicicletta.
Per questo israeliani e turisti la scelgono per  fare ginnastica, grazie agli attrezzi a disposizione nei vari stabilimenti.

Gli orari migliori, soprattutto per i turisti in vacanza, sono la mattina presto prima delle 8:00, oppure il tramonto, anche dopo una lunga giornata in spiaggia a Frishman o Gordon Beach, per evitare il caldo e la folla. Che si tratti di corridori alle prime armi o addestrati per una maratona, la Tayelet è sicuramente il posto ideale per correre: offre una superficie di lavoro completamente piatta ed è estremamente versatile; è il modo perfetto per godersi la spettacolare atmosfera della spiaggia di Tel Aviv, senza lo sforzo di dover correre sulla sabbia. Un’atmosfera che tiene alta la motivazione degli atleti, grazie anche ai sorrisi  o cenni di approvazione dai passanti, e dalle  coppie che si trovano lì, non per correre, ma per passeggiate romantiche; una suggestiva cornice che intrattiene durante la tua corsa. La combinazione di brezza marina, il paesaggio scenografico, il sole splendente, l’energia della gente che ha voglia di divertirsi, i ristoranti sulla spiaggia e la sua vivacità portano il buonumore nelle giornate estive e invernali.
Correre o passeggiare sulla Tayelet non è solo un grande allenamento, ma anche il modo migliore per apprezzare veramente la bellezza naturale che Tel Aviv ha da offrire.

Giorgia Calò


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 dicembre 2017
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Prima di partire per un viaggio, fare i bagagli è indispensabile, anche se non sempre apprezzato. È un’arte non facile, significa lasciare alcune cose e prenderne altre. I viaggiatori più accorti conservano un po’ di spazio in valigia, per poter portare con sé al ritorno qualcosa della terra visitata. Ma fare i bagagli non è soltanto una frettolosa faccenda di indumenti, perché è aspirazione comune, quando si compie un viaggio, tornare più ricchi. Non è comune, in realtà, la capacità durante il viaggio di mettere in discussione le proprie idee, cioè di mettersi in discussione, per modificare oppure confermare i pre-giudizi della partenza e trasformarli così in giudizi. Sempre naturalmente nell’attesa del viaggio successivo, in cui anche questi potranno essere messi in dubbio, accantonati o rinforzati.

“Primavera breve. Viaggio tra i labili confini di Israele e Palestina” (Monitor 2017) è il diario di viaggio di un giovane ricercatore piemontese, Francesco Migliaccio. È già stato presentato alcuni mesi fa dall’Associazione Italia Israele di Torino e verrà nuovamente discusso per iniziativa del Gruppo di Studi Ebraici martedì 19 dicembre alle ore 21 nel centro sociale della Comunità, con la partecipazione dell’autore, di Simone Santoro e mia. Credo che questo testo sia interessante soprattutto perché traccia un percorso: non una linea definita già alla partenza con fulgidi obiettivi, ma un viaggio per “attraversare tutte le frontiere possibili”, come scrive l’autore, per essere straniero. A scanso di fraintendimenti, voglio sottolineare che Francesco parte, come ciascuno di noi d’altronde, con un bagaglio di pre-giudizi, di opinioni e aspettative ancora non messe alla prova dei fatti, opinioni spesso severe nei confronti di Israele. Ma l’onestà e anche la bellezza del suo libro si annida proprio qui, e sgorga dalla capacità di discuterle e discutersi.

“Ho perduto la sicurezza di appartenere alla parte del bene”, scrive Francesco nelle ultime pagine, prima di dedicare un ultimo sguardo a Tel Aviv, “città magnifica per le sue contraddizioni […] città globale che confuta un’idea etnica di democrazia”. Dopo aver trascorso tre mesi in Israele e nei territori contesi tra la Galilea, Gerusalemme, Ramallah e un insediamento ebraico nella valle del Giordano, il ritorno è accompagnato da molti più dubbi di quelli inseriti nel bagaglio alla partenza. Per fortuna nella valigia di Francesco il posto per accoglierli non manca.

Sono convinto che questo libro sia utile per tutti e in modo particolare per chi, da una parte o dall’altra, sembra più impegnato a sbandierare il vessillo immacolato delle proprie convinzioni che a provare a ragionare dialogando con chi ha di fronte. Tra questi anche alcuni di coloro che, in Italia, si dedicano attivamente all’informazione su Israele (hasbarà). Per almeno tre motivi: innanzitutto perché l’informazione non serve per affermare certezze – le proprie – ma per instillare il dubbio, il sospetto, negli interlocutori. Gridare può forse far stare meglio qualcuno, ma non modifica la situazione di una virgola. In secondo luogo perché l’informazione non serve se è rivolta al simile, a chi già è d’accordo o con cui in ogni caso si condivide molto, al componente della medesima tribù; è utile, invece, quando è rivolta all’altro, a chi fa parte di altre tribù, di altri contesti, di altri mondi. Infine, la lettura di “Primavera breve” suggerisce che non voler scendere a compromessi significhi disfare i bagagli prima ancora di partire. Ed è un gran peccato, soprattutto quando si ha già in tasca un biglietto per Tel Aviv.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 settembre 2017
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Sono già state scritte molte cose positive sul Taglit totalmente condivisibili. Nonostante ciò vogliamo comunque esprimere il nostro parere nella speranza che la nostra esperienza sia da stimolo per chi ancora non conosce tale opportunità. È un progetto che ci ha cambiato la vita, ci ha rafforzati nella nostra identità e nella consapevolezza del nostro futuro, grazie anche all’ottima organizzazione e alle stimolanti personalità dei nostri madrichim, Debora e Yehonatan e, soprattutto, all’eccellente preparazione e capacità comunicativa della nostra guida Naama.

Taglit ha rappresentato l’opportunità di scoprire Israele nella sua totalità e nelle sue mille sfaccettature; una terra piena di storia e spiritualità. Le sensazioni che abbiamo provato sono quasi indescrivibili, un contorno perfetto per momenti davvero unici.

Emozionante è stato camminare per le strade di Tzfat e respirarne l’atmosfera trascendente, immergendosi allo stesso tempo nella vitalità diffusa nelle strade di Tel Aviv.

Esaltante è stato trascorrere una notte nel deserto del Negev, guardare il cielo e rimanere stupiti dallo spettacolo unico, quasi proibito nelle città ormai troppo illuminate, parlare e ridere con i compagni di viaggio tutta la notte in attesa di iniziare la salita verso Masada, riuscire ad arrivare in cima alla rupe giusto in tempo per veder spuntare il sole, pensare alle ultime ore di vita degli ebrei che abitavano il luogo prima di commettere l’atto estremo, giurare poi in cuor nostro “mai più Masada cadrà”.

Commovente è stato entrare a Gerusalemme intonando tutti insieme “Yerushalaim shel zahav” e stupirci di quanto questa canzone cantata centinaia di volte nella nostra vita, assuma adesso un significato diverso.

Entusiasmante è stato trovarsi a mettere un bigliettino nel Kotel nella speranza che si avverino i desideri in esso scritti; immaginare di sentire il suono dello shofar all’interno del Tempio di Gerusalemme oramai inesistente, così come cantava Naomi Shemer “shofar korè behar habait bair haatika” (uno shofar risuona sul Monte del Tempio, nella Città Vecchia).

Toccante è stato giungere al monte Herzl e guardare gli occhi e l’orgoglio di una madre che si reca sulla tomba del figlio caduto per la difesa di Eretz Israel; ascoltare le storie di un popolo che vive alla giornata pronto in ogni momento a lottare per la propria terra; intonare uniti la canzone “Halicha leKesariya” sulla tomba della soldatessa e poetessa Hannah Szenes: “Eli Eli she’lo yigamer l’olam” (Dio mio, Dio mio fa che non abbiano mai fine…).

Sensazionale è stato riuscire a comprendere finalmente il miracolo che rende vivo il popolo ebraico in tutto il mondo nonostante la sua storia travagliata. È la consapevolezza di una possibile alternativa per il nostro futuro, la certezza che ovunque ci troviamo ci sarà sempre un luogo dove ci sentiremo a casa.

Taglit è molto altro ancora, ma il modo migliore per capire realmente cosa sia è viverlo nella sua interezza, senza barriere, accogliendo tutte le emozioni che può suscitare. È un viaggio che ti cambia profondamente, che ti permette di trovare un “posto” e una “famiglia”, dove poter essere ebrei a qualsiasi livello senza la paura del giudizio altrui, e, soprattutto, dove poter restare se stessi senza alcuna vergogna.

Keren Perugia e Alfie Mimun


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 luglio 2017
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Terzo giorno di Taglit: arrivati a Tel Aviv ci siamo recati all’ambasciata italiana dove abbiamo avuto un incontro con il vice ambasciatore per discutere delle relazioni politiche ed economico-sociali tra Italia e Israele. Da lì ci siamo spostati allo Shuk Hacarmel, mercato di Tel Aviv, dove si possono trovare i prodotti tipici israeliani. Ci siamo immersi nella varietà di colori, odori e suoni che rendono unico questo mercato.

L’ultima tappa della giornata è stato il Beit Hatfutsot, il museo della diaspora, dove siamo stati accolti da una giovane guida che è riuscita a coinvolgerci così tanto da non farci perdere mai l’attenzione. È stato incredibile potersi immaginare in diverse parti del mondo e in diverse epoche storiche visitando solo poche sale del museo. Siamo rimasti tutti entusiasti e colpiti dai dettagli e dalla competenza con cui è stata illustrata la storia della nostra diaspora.

Conclusa la visita ci siamo spostati in un hotel a Netanya dove abbiamo avuto un incontro con un ragazzo americano sulla situazione geopolitica dello stato d’Israele partendo dalla sua fondazione ed arrivando a oggi, affrontando anche le motivazioni del conflitto arabo-israeliano. Abbiamo concluso la giornata con un’uscita in un locale di Tel Aviv dove abbiamo incontrato ragazzi sudamericani che partecipano al Taglit.

Keren Perugia
Joshua Bonfante
Nicole Alcantara


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 giugno 2017
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Jean-Léon Gérome, “Il Muro del pianto” (1880)

“Il mio cuore è oriente, e io mi trovo alla fine dell’occidente” scriveva il poeta e rabbino spagnolo Yehuda Halevi (1085-1141). Halevi fu forse il primo sionista della storia, ma sebbene il suo nome ricorra continuamente nelle strade d’Israele, egli morì al Cairo prima di imbarcarsi per la Palestina, o secondo altri, alle porte di Gerusalemme senza però riuscire a varcarle. Il legame di Halevi con Sion era prevalentemente individuale e spirituale, egli riteneva che la Shekinah fosse più palpabile in Eretz Israel rispetto ad altrove. Quasi come Halevi, posso vantarmi in circa trent’anni di aver girato per quasi tutti i paesi del Mediterraneo ed aver visto questo mare da tutti e quattro i punti cardinali, ma mai fino ad adesso ero ancora giunto in Israele. Eppure questo paese ha sempre occupato parte della mia immaginazione e dei miei sogni, sin da quando da bambino ne studiavo i francobolli, le mappe e l’alfabeto, o quando più adulto iniziai a documentarmi sulla sua storia, a leggere i libri dei suoi scrittori, ascoltare le canzoni dei gruppi musicali più in voga o guardare i film dei suoi registi.

Mio nonno z”l era un convinto sionista, partecipava alle attività del KKL (Keren Kayemet LeIsrael) e del KH (Keren haYesod), come assessore comunale della giunta PCI fece parte della delegazione che nel 1961 firmò il gemellaggio tra la mia città e Bat Yam, e sosteneva al tempo che “Israele fosse l’unico paese veramente socialista al mondo”. Arrivato alle soglie dei vent’anni cominciai a frequentare un corso di ebraico con l’intenzione di fare un’esperienza di qualche anno in Israele, magari in un kibbutz, successivamente la mia vita prese inaspettatamente direzioni diverse, e ancora un’altra volta quando rinunciai ad un viaggio con Taglit-Birthright a causa di un impiego, dovetti rimandare la “salita” verso questa meta.

Alcune settimane fa sono riuscito finalmente a compiere questo viaggio partendo con solo uno zaino in spalla. Difficile raccontare l’emozione provata senza ricorrere a pure sensazioni o immagini mentali. Solo so che scoprendo Israele, nel mentre mi perdevo nella città vecchia in una mezzanotte spettrale, passavo senza accorgermene tra quartieri ortodossi, secolari, ebraici, arabi o russi, guardavo dal finestrino del treno un deserto verdeggiante ascoltando Shlomo Artzi, incontravo ragazzi israeliani che mi portavano a mangiare hummus in ristoranti arabi “perché lo fanno più buono”, sentivo parlare italiano al Minian Italkim nel cuore di Tel Aviv, o camminavo a fianco di altri coetanei ai quali non è importante avere il padre o la madre ebrea, perché qui come sei e da dovunque provieni sei comunque israeliano… per una volta non mi sono sentito un estraneo. Io che sempre in ogni luogo mi sento a casa e contemporaneamente fuori posto, che sono immune al fascino dei nazionalismi e delle bandiere, ho provato orgoglio nel trovarmi in un luogo che nonostante le sue contraddizioni, i suoi problemi, un governo in carica che non stimo particolarmente, è stato costruito anche grazie al contributo della mia famiglia, che vi abita qualcuno con il mio stesso cognome o qualcun altro, come l’autista del autobus, la ragazza scorbutica alla reception del mio ostello o il mendicante haredi per strada, che potrebbe avere qualche lontana ed ipotetica parentela con me. Strano averlo visto soltanto adesso per la prima volta, e percepire, che per quanto lontano e su un’altra sponda di questo stesso mare, è sempre stato e sempre sarà dentro la mia testa e il mio cuore.

Francesco Moisés Bassano

Da Moked.it



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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