simone bedarida

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 giugno 2018
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Il 1° giugno 2018, dopo ben ottantotto giorni dalle elezioni politiche, si è insediato il governo Conte, guidato dall’omonimo giurista e docente universitario, con una composizione politica di Lega Nord e Movimento 5 Stelle, i due partiti rispettivamente di destra radicale euroscettica e di stampo populista, entrambi con una modalità di agire molto simile a quella del fascismo. Infatti i due partiti si pongono come rappresentanti dell’intero popolo e della sua volontà e sovranità (dimenticandosi che il popolo esercita la sovranità nei limiti della stessa Costituzione); sono la voce di tutta l’ignoranza, il razzismo e il qualunquismo imperante nel Belpaese e ampliato a macchia d’olio grazie a Facebook; provocavano il governo con modalità aggressive quando erano all’opposizione, e soprattutto ritengono democrazia e volontà popolare le proprie idee mentre sono  “cose da pdioti” quelle affermate da chiunque non la pensi come loro. Rassicurante come quadro, no?

Ma andiamo nel dettaglio a vedere chi è che compone questo esecutivo: abbiamo innanzitutto un Primo Ministro che non ricorda (o finge di non ricordare) il nome di Piersanti Mattarella, fratello del Capo dello Stato, ucciso dalla mafia nel 1980, e definito semplicemente un “congiunto”; un Ministro della Salute che, pur essendo medico legale, nega l’importanza dei vaccini obbligatori, sostenendo che essi debbano diventarlo solo a epidemia in corso (che sarebbe come dire mettersi un giubbotto antiproiettile solo dopo aver ricevuto lo sparo), e in questo modo dà voce e ossigeno a tutto il movimento no-vax che nega il valore della medicina e delle scoperte costate decenni di lavoro e di ricerche, anche per mezzo di insulti, un po’ come faceva la massa della popolazione ai tempi dei Promessi Sposi (la credenza degli untori); un Ministro per la Famiglia con idee retrograde e medievali, omofobo, sostenitore dell’esclusività della “famiglia tradizionale” e contrario all’aborto (che è invece un diritto fondamentale che va garantito a ogni donna). Merita però una menzione speciale il Ministro dell’Interno, che è la personificazione della disumanità: si comporta ancora come se fosse in campagna elettorale, aizza le masse a odiare il diverso, crea un caso diplomatico con la Tunisia, si rifiuta (in nome del pugno duro) di far attraccare ai porti italiani un barcone che rischia di rovesciarsi (con la massa di persone su Facebook a inneggiare alla morte dei migranti in pericolo di vita), si complimenta esplicitamente per l’uccisione di un ragazzo da parte delle forze di  polizia. E soprattutto (cosa più preoccupante in assoluto) fomenta lo squadrismo, crea in versione moderna e digitale il vecchio concetto delle liste di proscrizione di epoca romana, di Marco Antonio e Cesare. Sei nelle liste di proscrizione? Chiunque ti può uccidere e il suo atto resterà impunito. Vittima illustre delle liste di proscrizione fu l’oratore Cicerone. Siamo allo stesso livello oggi, potremmo chiamarle liste di proscrizione 2.0: se domani, dopodomani o fra un anno un rom, un nero o comunque un individuo “diverso” dovesse essere ucciso, non ci sarebbe da stupirsi se il nostro Ministro dell’Interno non condannasse l’omicidio, cosicché le masse siano sempre più legittimate a odiare. Pensiamo un momento a ottant’anni fa: lo stesso odio gratuito e di massa si riversava verso il popolo ebraico, e portò in Italia e in Germania alle leggi razziste, portò alla Notte dei Cristalli, portò alla Shoah. Peraltro, a proposito di ebrei, il primo e supremo leader del Movimento 5 Stelle è un individuo che a più riprese ha mostrato una preoccupante avversione all’ebraismo (per citare alcuni esempi: la sua banalizzazione del Giorno della Memoria e del suo significato oppure la sua autodefinizione di individuo “oltre Hitler”).

I due partiti che sono rappresentati nell’esecutivo non hanno nemmeno applaudito l’intervento, a mio dire eloquente e ineccepibile, della senatrice Liliana Segre, che in nome della barbarie nazista che ha vissuto in prima persona, ha dichiarato la sua più ferma opposizione a qualunque legge contro i rom e le minoranze in generale, attirandosi per altro gli insulti di un buon numero di commentatori seriali di Facebook che le hanno augurato di essere derubata da uno zingaro, affermando che è certamente peggio che vivere in un campo di concentramento. Ma su questo punto è meglio sorvolare e fingere di non aver letto, tenendo solo a mente che questi commentatori seriali sono in mezzo a noi e potremmo incontrarli per strada.

Piuttosto, prendendo spunto dall’intervento della stessa Liliana Segre, voglio lanciare il mio appello: qualunque ebreo che nel segreto dell’urna ha messo la propria croce sul simbolo della Lega (o peggio sul simbolo dei 5 Stelle), oggi deve mettere una mano sulla propria coscienza. Magari il voto alla Lega è andato in nome della (presunta?) amicizia del suo leader nei confronti dello Stato di Israele (da più parti ho visto su Facebook pagine simpatizzanti per Israele inneggiare all’attuale Ministro dell’Interno), ma il risultato di oggi è un governo che si avvicina molto allo squadrismo, un governo che non si farà scrupoli a isolare le minoranze e a far vivere loro quello che i nostri fratelli correligionari hanno vissuto ottant’anni fa quando, in fuga dalla persecuzione, si sono visti respinti alle frontiere. Non fa nemmeno onore a Israele avere come (sedicente) amico un individuo di valori umani così infimi e meschini.

Noi come ebrei siamo appena venticinquemila in tutta Italia, più o meno lo stesso numero di abitanti che ha Isernia, in Molise. Ma siamo pur sempre una minoranza estremamente integrata e “rumorosa”, e abbiamo il compito di opporci categoricamente a qualunque iniziativa di stampo razzista di questo governo, e far sentire la nostra voce ogni qualvolta ciò dovesse accadere. Chi dimentica è complice, chi dà loro il voto è complice di questa macchina, è un franco tiratore.

Oggi sono i rom, i musulmani e i migranti africani, ma domani potremmo essere nuovamente noi. Non servono proclami come “passaporto pronto” o simili. Serve piuttosto prestare costante attenzione, e magari avere pronto il microfono, prima del passaporto. Israele è certamente un punto fermo e fondamentale per la nostra vita di ebrei, ma non può e non deve essere l’unica ragione delle nostre scelte politiche in Italia e in Europa. Chi sceglie di continuare a vivere in Europa, deve lavorare nell’interesse primario di questa bellissima e fondamentale realtà: un’Europa che sia sicura, accogliente e che sappia sempre garantirci i valori e i diritti per la cui conquista le passate generazioni hanno dovuto lottare duramente. E questo significa combattere a ogni costo il razzismo, il nazionalismo e la xenofobia, anche laddove i partiti portatori di tali valori si dichiarassero amici e sostenitori dello Stato di Israele.

Simone Bedarida


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 marzo 2018
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Ecco la parte II dell’articolo da Berlino di Simone Bedarida. Clicca qui per leggere la parte I.

La sinagoga di Oranienburger Strasse

Usciti dal museo, possiamo facilmente raggiungere la bella e centrale Friedrichstrasse, via di negozi di lusso e bar rinomati, centro geografico di Berlino ma in passato punto di confine tra Berlino Ovest e Berlino Est. Ci imbattiamo infatti nel mezzo del nostro cammino nel celebre Checkpoint Charlie, un punto di controllo tra il settore americano e quello sovietico, diventato oggi famosa attrazione turistica. Entriamo a Berlino Est, camminiamo e proseguiamo, finché non arriviamo al ponte sul fiume Sprea. Alla nostra destra, gli edifici più belli della città: i musei dell’isola e il duomo di Berlino. Proseguendo diritti entriamo nel quartiere di Mitte, il più storico e caratteristico della capitale tedesca. Tra le sue strade più importanti, poco più avanti c’è Oranienburger Strasse, via larga e imponente, che però nasconde sotto gli archi, quasi invisibili, dei piccoli vicoli: si può girare, ed esplorare, e all’interno di questi troviamo almeno due o tre differenti bar, affollati la sera e realizzati in uno stile volutamente fatiscente, per rendere l’idea di  “alternativo” e “trasgressivo”, che è anche un po’ lo stile di Berlino. I vicoli sono anche emblema della street art: graffiti e affissioni a creare autentiche opere d’arte. Naturalmente i vicoli di questo tipo non sono solo a Oranienburger Strasse, ma in tutto il centro di Berlino. Ma perché è importante Oranienburger Strasse? All’improvviso, camminando, scorgiamo l’imponente facciata della Neue Synagoge, il tempio che fino al 1938 era il più grande dell’intera Germania, incendiato nella Notte dei Cristalli, bombardato durante la guerra, e demolito dalle autorità della Repubblica Democratica Tedesca. Caduto il muro di Berlino, si è provveduto al recupero e ricostruzione della sola facciata di ingresso. L’interno attualmente è un museo, mentre una piccola stanza ricavata funge da luogo di preghiera per la comunità riformata. La storia della sinagoga rappresenta tristemente l’emblema di un intero gruppo di ebrei cancellati.

Oggi, infatti, il quartier generale degli ebrei berlinesi ortodossi è dall’altra parte della città, in Joachimstalerstrasse, nel Neues Westens (l’altro centro di Berlino, quello costruito per concorrere a Berlino Est, e che trova il massimo splendore nell’elegante viale di Kurfurstendamm). Una sinagoga che ha più le sembianze di un teatro, salvatasi solo perché non prospiciente alla strada ma accessibile solo tramite un cortile interno. Gli ebrei di Berlino sono per lo più di origine ex sovietica (come per altro in gran parte del resto della Germania), con una grande presenza anche di israeliani stabilitivisi definitivamente. Questa storia riflette comunque quella della città stessa: Berlino, città dai mille volti, formata da tante piccole città. Cosmopolita, multietnica e decisamente poco tedesca (forse la città meno tedesca pur essendo la capitale). Qui ogni luogo e ogni persona che si incontra hanno sempre una storia da raccontare.

Simone Bedarida


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 marzo 2018
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Quella che segue è la parte I dell’articolo di Simone Bedarida da Berlino. Clicca qui per leggere la parte II [HT redazione].

Nel cuore del quartiere di Kreuzberg, ex settore americano, a pochi minuti a piedi dalla fermata della metropolitana Hallesches Tor, sorge imponente il celeberrimo museo ebraico di Berlino, realizzato nella sua versione attuale dal famoso architetto americano di origine polacca Daniel Liebeskind e inaugurato nel 2001.

È improprio tuttavia parlare del museo esclusivamente come un edificio in architettura contemporanea, dato che l’accesso allo stesso avviene dall’edificio in stile barocco (sede del vecchio museo e prima ancora del Kollegienhaus) sito proprio accanto a quello moderno, e apparentemente non collegato a esso. Ma il collegamento c’è, ed è sotterraneo, e questa non è una scelta casuale, secondo le parole di Liebeskind. L’architetto voleva evidenziare la forte connessione tra la società tedesca e il mondo ebraico.

Adesso però è tempo di entrare. Una scalinata conduce ai sotterranei, i famosi tre assi: l’asse della continuità, l’asse dell’esilio, e l’asse della Shoah. Anche il posizionamento di questi tre assi è studiato ad arte per stimolare nel visitatore una riflessione profonda. L’asse della continuità è rettilineo e regolare, e conduce ai piani superiori all’esibizione della storia ebraica in Germania. L’asse dell’esilio è una leggera deviazione da quella continuità di cui parlavamo poc’anzi, e ci racconta tramite oggetti e immagini le storie di ebrei tedeschi che a partire dagli anni ’30 decisero di fuggire dalla Germania, nella speranza di trovare un futuro migliore probabilmente negli Stati Uniti, o in Sud America. C’è chi si è ricongiunto ai propri cari e chi no. E per dare questa idea di dubbio, straniamento e tensione, l’asse dell’esilio si conclude nel giardino dell’esilio: un labirinto quadrato, generato da quarantanove alte colonne (sette per sette), tutte sovrastate da erba e cespugli; quella centrale ha la particolarità di avere terra che proviene da Israele. In questo labirinto il visitatore deve camminare e perdersi, immedesimandosi in chi a un certo punto intravede il proprio caro, ma quando pensa di averlo raggiunto, egli è sfuggito nuovamente. Lasciata l’asse dell’esilio, ci incamminiamo sull’asse della Shoah, il più simbolico, il più celebre. Il soffitto rimane sempre rettilineo, mentre il pavimento sale sempre di più, quasi a voler opprimere il visitatore. Lungo l’asse, vengono mostrate fotografie e cimeli appartenuti a coloro che sono stati deportati e purtroppo non sono mai più tornati a casa. Una volta ben preparati, è il momento dell’esperienza forse più inquietante e agghiacciante, la torre della Shoah. Una porta pesante conduce in una stanza buia, non climatizzata, altissima con la luce fioca che penetra tramite una stretta feritoia, ma arriva insufficiente, e chi sta dentro questa stanza non capisce più dov’è, non ha più il senso di cosa ci sia intorno, né dentro né fuori. Si crea angoscia. A un certo punto si intravede una scaletta attaccata alla parete, troppo alta per poter essere raggiunta. È la metafora di un mezzo di salvataggio, che per gli ebrei deportati sarebbe esistito, solo che per molti di essi è stato irraggiungibile, perché non sono riusciti ad arrivarci vivi.

Usciti da questa forte esperienza, ritornati nella luce, ci dirigiamo verso l’asse della continuità, che conduce a una scala molto lunga e che è progettata in modo che apparentemente non finisca mai, a simboleggiare il futuro degli ebrei ancora ignoto. Come detto all’inizio, l’asse della continuità dovrebbe portarci a vedere l’esibizione permanente sulla storia ebraica tedesca. Tuttavia, tale sezione è in riallestimento, e come “consolazione” il museo offre una mostra su Gerusalemme: posso dire che questa mostra vale il museo. Immagini, oggetti, filmati, plastici, ricostruzioni e sculture ci raccontano nel dettaglio la storia di Gerusalemme e la vita attuale, sotto tutti i punti di vista e senza tralasciare nessuno, dagli ebrei che pregano al Muro occidentale, ai pellegrini cristiani che vanno a visitare il Santo sepolcro, fino ai cittadini di etnia araba e religione musulmana presenti in Israele. Una sala è dedicata a Gerusalemme nel periodo romano, un’altra racconta la storia della città durante l’Impero Ottomano (spesso tralasciata dai vari programmi scolastici), per arrivare a un’interessante galleria fotografica degli hotel di lusso costruiti a Gerusalemme, e a un filmato riassuntivo di tutte le guerre dal 1948 a oggi. Un percorso lungo circa un’ora e mezzo, che fa proprio sentire a Gerusalemme e farebbe venire voglia di prendere un volo e andarci subito. Ma aprendo la porta di uscita del museo, la razionale architettura di Berlino ci ricorda che siamo in Germania e non in Israele. [continua]

Simone Bedarida


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 ottobre 2017
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Kiryat Arba, Efrat, Ma’ale Adumim, Modi’in Ilit, Ariel: sono solo alcuni fra i più emblematici nomi di insediamenti israeliani nei territori della Cisgiordania (leggasi anche West Bank o Giudea e Samaria). Sono certamente fra i più popolati, perché il numero di colonie israeliane la cui popolazione è inferiore al migliaio di unità, certamente è molto elevato. Tali insediamenti, pur essendo situati de iure nei territori palestinesi, sono de facto soggetti all’amministrazione e controllo militare israeliano. Dovremmo per altro tenere conto anche della delicata situazione di Gerusalemme, specialmente della sua parte Est, che pur essendo considerata dalla comunità internazionale parte dei territori palestinesi (rivendicata per altro come capitale), è anch’essa soggetta alle leggi israeliane.

A partire da circa un cinquantennio fa (dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967), e poi specialmente negli anni ’70, il fenomeno delle colonie anima il dibattito politico, come pomo della discordia (uno dei tanti) nel conflitto israelo-palestinese, e anche nel rapporto tra lo stato ebraico e la comunità internazionale. La posizione dell’ONU è di totale contrarietà a tale fenomeno: infatti Israele è accusato di essere occupante di territori che non gli appartengono, e certamente il perdurare di tale situazione di incertezza non rende vantaggiosa la posizione di Israele dal punto di vista politico e mediatico. Gli ebrei che vi abitano al contrario, ritengono che tali territori siano parte dello Stato di Israele (ovvero il suo settimo distretto, chiamato appunto distretto di Giudea e Samaria): in effetti, i luoghi più sacri per l’ebraismo, si trovano proprio lì. Si pensi alla città di Hebron, o a Nablus, o alla stessa Gerusalemme Est (nella quale è inclusa la Città Vecchia).

L’interrogativo che resta però è: cosa si dovrebbe fare? Le colonie andrebbero smantellate? Oppure no? Posto che si tratta di un atto illegale secondo tutti gli organismi internazionali, in violazione dell’art. 49.6 della Quarta Convenzione di Ginevra, la risposta che si dovrebbe dare è certamente affermativa, con effetto immediato. Però riflettiamo un momento su quello che è stato il passato: nel 2005, Israele decide di sgomberare tutti gli insediamenti presenti nella Striscia di Gaza. I coloni che hanno provato a porre resistenza sono stati portati via con la forza dall’esercito israeliano. Peraltro, gli israeliani che abitavano nella Striscia avevano dato lavoro a una buona fetta della popolazione palestinese locale. Ad ogni modo, il risultato finale qual è stato? Che nella Striscia di Gaza, indette le elezioni, è stato Hamas a trionfare. Un’organizzazione riconosciuta come terroristica che pone tra i propri principali obiettivi la distruzione di Israele.

Altro punto chiave: in ripetute occasioni, l’ultima nel 2008 (quando la poltrona di Primo Ministro israeliano era occupata da Ehud Olmert), è stato proposto ai rappresentanti palestinesi un accordo per una definitiva suddivisione del territorio e porre così fine al conflitto. L’accordo prevedeva lo smantellamento della quasi totalità degli insediamenti (e per quelli non sgomberati la Palestina avrebbe ricevuto in cambio alcuni pezzi del Negev), la facilitazione del collegamento tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, e si sarebbero poste inoltre le basi per delineare una volta per tutte lo status di Gerusalemme Est, per fare sì che potesse diventare davvero la capitale del nuovo stato palestinese: l’idea da parte di Israele era quella di mantenere il controllo sul solo quartiere ebraico della Città Vecchia, e l’intera città di Gerusalemme avrebbe goduto di un controllo internazionale che avrebbe coinvolto sia i rappresentanti israeliani che quelli palestinesi.

Il pacchetto di proposte è stato respinto al mittente. Possiamo ipotizzare il motivo: innanzitutto i palestinesi vorrebbero tutto quanto il territorio, non solo quello della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, ma tutto il resto, quello che oggi è Israele e che dovrebbe continuare a esserlo anche nel futuro. In più sono i palestinesi ad avere il coltello dalla parte del manico, a non avere nulla da perdere e a beneficiare dall’attuale situazione di incertezza: se un giorno dovesse essere davvero siglato un accordo definitivo, tutta l’attenzione mediatica sul conflitto terminerebbe, e l’uccisione di un singolo bambino palestinese in Cisgiordania smetterebbe di fare notizia (così come già oggi non fa notizia la morte di centinaia di civili palestinesi in alcune fasi della guerra in Siria). Oltretutto, quali potrebbero essere le reazioni degli altri paesi arabi limitrofi, come ad esempio la stessa Siria?

E proprio a proposito di Siria e di territori considerati occupati, pensiamo al Golan: sarebbe giusto restituirlo e siglare quindi una pace con il popolo siriano? Sicuramente possiamo affermare che se Israele avesse ceduto, si sarebbe poi trovato le milizie di Daesh letteralmente alle porte. La Siria, allo stato attuale, non può essere considerata una nazione affidabile, e certamente, per porre le radici per una possibile futura pace, sarà necessaria una mediazione. Ma al momento non c’è alcuno spiraglio di dialogo. Quindi, perché porgere l’altra guancia?

In conclusione, potremmo riassumere il tutto così: le colonie sono illegali, e chi vi abita quantomeno ne deve essere consapevole. Però, finché regna nell’area una situazione di non certezza e non definizione, sarebbe presumibilmente sbagliata come mossa quella di uno smantellamento unilaterale delle colonie. Il giorno in cui sarà definito una volta per tutte il nuovo status quo, allora gli insediamenti andranno sgomberati immediatamente. Certo è che finché a governare Israele è la destra, guidata per altro da un uomo particolarmente conservatore come Netanyahu insieme ai suoi ancor più rigidi alleati, tale giorno probabilmente non arriverà mai.

Simone Bedarida

Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 agosto 2017
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Al largo delle coste toscane, separata dal continente dal Canale di Piombino, l’isola d’Elba fa da sovrana sulle altre “colleghe”, con cui forma l’Arcipelago Toscano. Un’isola che d’estate diventa una colonia di turisti da tutta Europa, che giungono per godersi un po’ di sano e meritato relax in un vero e proprio paradiso di acqua di mare cristallina e di natura ancora incontaminata e protetta. Centro principale della vita dell’isola è Portoferraio, tra l’altro una delle culle dell’antica civiltà etrusca. Ebbene, anche l’isola d’Elba, nei secoli passati, fu sede di una comunità ebraica, e attirò gli ebrei grazie alle ricchezze che possedeva nonostante le modeste dimensioni.

Tutto cominciò nel lontano 1593, quando Ferdinando II de’ Medici promulgò le celebri leggi “liburnine”, grazie a cui le minoranze perseguitate, tra cui gli ebrei, avrebbero goduto di piena libertà politica, economico-commerciale e religiosa. Fu così che la città di Livorno divenne un porto di accoglienza di enorme importanza per i mercanti ebrei di tutto il Mediterraneo, specialmente per quelli di origine spagnola. Alcuni degli ebrei che si erano stabiliti a Livorno e a Pisa, decisero in seguito di traferirsi proprio all’Isola d’Elba, resisi conto delle possibili prospettive di guadagno.

La prima presenza ebraica isolana pertanto è attestata già all’inizio del ‘600, mentre si ha notizia dell’edificazione della prima sinagoga sull’isola nel 1631, esattamente a Portoferraio. All’epoca, circa dieci famiglie ebraiche abitavano all’Elba. Agli inizi del ‘700, le dimensioni della comunità ebraica erano aumentate, tanto che il Governatore di Portoferraio, su suggerimento del Granduca di Toscana, decise di assegnare agli ebrei un’unica strada (via Elbano Gasperi), denominata all’epoca “via degli ebrei”, con lo scopo di evitare un mescolamento con la popolazione cristiana. In realtà, non erano mai sorti reali conflitti e malumori tra la popolazione locale e la comunità ebraica, e la scelta di radunare in “ghetto” gli ebrei di Portoferraio fu tacitamente indotta dalle autorità ecclesiastiche, timorose che questi potessero “indottrinare” i cristiani con le proprie idee, oltre al fatto che, all’epoca, gli ebrei di origine spagnola erano considerati portatori di eresia.

I decenni successivi videro l’insorgere di alcuni contrasti e disguidi tra l’allora presidente della Comunità Abram Pardo e il Governatore, specialmente in relazione alla costruzione di una nuova sinagoga, più capiente e consona alle aumentate dimensioni della comunità. Il conflitto si risolse con l’edificazione della sinagoga poco dietro il Forte Stella, sulla baia di Portoferraio. Il cimitero ebraico invece era stato costruito dietro la spiaggia delle Ghiaie, situata all’ingresso di Portoferraio “dal retro”.

Il ‘700 fu il secolo di massimo splendore della Comunità ebraica elbana, sia per i numeri, sia, come detto, per i rapporti generalmente buoni con la popolazione locale, che portarono tra l’altro ad alcuni matrimoni misti tra ragazzi ebrei e ragazze locali. A partire dall’800 la Comunità iniziò un lento e inesorabile declino: la pace con l’Impero Ottomano e, soprattutto, l’Unità d’Italia segnarono la fine della protezione fisica (le guarnigioni di stanza contro le invasioni nemiche) e politica (i privilegi di cui l’isola aveva goduto sotto l’autorità del Granducato di Toscana). Gli ebrei dell’Elba iniziarono a emigrare e a cercare fortuna altrove, attratti dalle nuove opportunità economiche e commerciali.

Tuttavia ai primi del ‘900 si segnò un’inversione di tendenza, dato che la ripresa economica e l’apertura di uno stabilimento siderurgico avevano richiesto una notevole manodopera: di conseguenza, alcune famiglie ebraiche furono attratte da questa opportunità e decisero di trasferirsi sull’isola, trovando anch’esse un clima pacifico e di accoglienza. Furono le Leggi Razziali del 1938 a mettere definitivamente i titoli di coda alla presenza ebraica isolana, con le ultime famiglie che decisero di scappare, e nessun ebreo tornò più a vivere all’Elba dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’ultima testimonianza ebraica rimasta dopo il conflitto mondiale era il cimitero: sopravvisse fino al 1964, quando il terreno su cui era edificato fu sconsacrato e venduto a un privato, mentre le tombe, con le rispettive lapidi, furono trasferite al cimitero ebraico di Livorno, dove sono visibili tuttora.

(Fonti: Preziosi A., Fermenti patriottici, religiosi e sociali all’Isola d’Elba (1821-1921), Olschki, 1976, capitolo: La Comunità israelitica di Portoferraio, pag. 137-147; Id., Una Comunità Israelitica, Lo Scoglio, 2009, n. 37)

Simone Bedarida


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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