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Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 dicembre 2016
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Si è da poco concluso il Viaggio della Memoria dell’Ugei, un percorso di sei giorni che ha compreso visite ad Auschwitz, Cracovia e Varsavia. Ci ha accompagnato il Prof. Andrea Bienati, che ringraziamo di cuore. Queste sono le impressioni di alcuni dei partecipanti.

viaggiomembirkenauGabriele Ajò Viaggio della memoria: non solo un viaggio alla scoperta di un Paese apparentemente lontano, ma un percorso di riflessione e conoscenza che mi ha stupito ed emozionato. Un’esperienza forte, coinvolgente, per non dimenticare un passato doloroso, ma soprattutto per raccogliere il testimone e trasmettere, raccontare alle generazioni future. Tra noi, gruppo Ugei, si è creata un’alchimia, una complicità nei momenti di commemorazione e in quelli di celebrazione secondo uno spirito di forte coesione. Siamo pronti a ricordare, a fare Memoria.

Ariel Nacamulli Il viaggio appena concluso, e lo dico al di fuori di ogni ruolo istituzionale, è un tipo di viaggio che tutti dovrebbero fare una volta nella vita. La nostra nello specifico è stata un’esperienza unica: un gruppo di correligionari che è diventato un gruppo di amici, un gruppo eterogeneo di ragazzi di diversa sensibilità e dai diversi interessi. Ed è proprio il gruppo di amici con cui avrei voluto condividere un viaggio di questo tipo.

Carola Disegni Tutto il viaggio è stato pervaso da un’emozione forte, perché nel caso della Shoah è difficile disgiungere la storia dai sentimenti. La visione del campo di Birkenau e i blocchi di Auschwitz mi hanno messa in condizione di pensare al male e alla tragedia in modo concreto senza muri o recinti. Forse la presenza di un testimone diretto della Shoah avrebbe permesso di comprendere ancor più le sofferenze e le atrocità subite da chi è passato in quell’inferno.

auschGiulia Mastroeni Quello organizzato dall’Ugei è stato un viaggio estremamente intenso, che mi ha permesso di ricordare, di riportare letteralmente nel cuore ciò che dentro di me, in quanto ebrea e in quanto parente di deportati ad Auschwitz, già c’era: la consapevolezza che chi reggeva le redini della storia in un momento che non si colloca poi così lontano nel tempo avrebbe voluto un mondo diverso, un mondo in cui io non sarei dovuta esistere. Ho potuto rendermi conto per la prima volta davvero di tutto l’orrore di un mondo in cui un inimmaginabile dispiego di forze e mezzi è stato messo al servizio dell’annientamento dell’empatia, ciò che più fa sì che l’uomo sia uomo. Ho visto luoghi dove ogni mattone, ogni sasso trasuda ancora morte, ho visto non-luoghi, che nulla avevano di umano, dove, comunque, si sono consumate vite, storie, sentimenti. Credo che non avrei potuto ricevere strumenti migliori per portare alla luce la storia, la nostra storia; per questo ringrazio il nostro Socrate, il prof. Andrea Bienati, gli organizzatori, che tanto si sono prodigati per rendere possibile questo viaggio, e anche tutti gli altri compagni, che, ciascuno a suo modo, mi hanno regalato una parte di sé che terrò sempre nel cuore.

Marta Spizzichino Se dico Auschwitz dico freddo, neve e alberi spogli. Potrei dire incapacità di comunicare, di capire e farsi capire. E ancora fame, burocrazia e pazzia. Dare nomi aiuta a comprendere e tradurre in parole a semplificare. Un nuovo linguaggio sarebbe dovuto nascere: accanto a una Lagersprache parlata nei campi ne sarebbe necessario uno che parli di questi.

Yael Di Consiglio Questo viaggio non è stato come tutti gli altri viaggi, ero preparata, l’ho studiato a scuola e fin da bambina i miei familiari me ne hanno parlato, ma quando lo si vede con i propri occhi sembra un’altra storia. È stata un’esperienza toccante che mi ha trasmesso emozioni e brividi fortissimi che nessun testo riuscirebbe a suscitare. Avevo le lacrime agli occhi quando ho letto il nome del mio bisnonno nel Libro dei nomi ma dovevo stare vicina ad altre persone. Sono contenta di aver partecipato a questo viaggio Ugei perché avere un gruppo di amici che ti sostiene è fondamentale. È stata un’esperienza che non dimenticherò facilmente.

ausch2Benedetto Sacerdoti Ripercorrere i luoghi che hanno visto lo sterminio milioni di ebrei, fra cui membri della mia famiglia, deve essere un imperativo per tutti. Non si può comprendere senza vedere in prima persona la folle razionalità con cui è stato  deciso di distruggere il nostro popolo. Il ghetto, la valigia da 10 kg, la bugia di essere avviati a campi di lavoro recitata fino all’ultimo istante. E il racconto della moglie di Rudolf Höss, comandante del campo di Auschwitz, che si lamentava della lenzuola sporcate dalla cenere nell’aria.

Alexandra Halfon In questo viaggio ho visto di cosa sia capace l’indifferenza umana. Un silenzio, che ha tuonato più forte degli spari, le bombe e le violenze fisiche. Ho visto quegli occhi stanchi, impauriti, e disperati i semplici uomini che desideravano vivere ancora, immortalati in foto, appesi su vecchi muri. Ho visto trecce di capelli di donna private della loro femminilità, della loro dignità. Ho visto tanto e ne ho fatto parte di me, per contribuire anch’io a fare memoria.

Ruben Veneziani Durante questo viaggio ho appreso che molti dei problemi e delle difficoltà che ognuno di noi incontra nell’arco della giornata sono solo piccole problematiche in confronto a quelle dei deportati ad Aushwitz o Birkenau. Penso che un viaggio del genere cambi in ognuno di noi il modo di vivere in quanto ciò che abbiamo visto con i nostri occhi è qualcosa di molto più terribile di ciò che ci si aspettava.

Alice Fossati Polonia anni della guerra, ebrei nei ghetti e furore nazista in ascesa. Gli atti di resistenza in un periodo dove le persone sparivano nella notte o venivano giustiziate pubblicamente per il solo fatto di essere ebree, non erano solo le lotte violente per contrastare tutto questo. Aiutare chi era nel ghetto portando medicine e approvvigionamenti, aprendo farmacie e facendo sorgere fattorie dove coltivare vicino ai quartieri chiusi erano atti di resistenza. Gli stessi ebrei che all’interno del ghetto seppur in condizioni terribili scrivevano e pubblicavano quotidiani o addirittura approfondimenti su teatro e cinema e scrivevano per far conoscere al di fuori ciò che era la vita dentro alle mura è stata resistenza. Ciò che possiamo ricordare sono le mille sfaccettature della forza con cui si può contrastare un’ingiustizia.

Elena Gai Un viaggio che ci ha portato nei luoghi dell’esistenza e della vita ebraica in Polonia e che ci ha mostrato come essa sia stata travolta dalla Shoah. Un’esperienza che ci ha reso consapevoli e che ci rende responsabili dell’eredità e del peso della memoria attraverso la riflessione, la profondità delle emozioni  provate e l’analisi sulla storia.

Filippo Tedeschi È doppia la mia soddisfazione personale rispetto a questo viaggio: da un lato mi rimangono i toccanti momenti vissuti e gli insegnamenti ricevuti, dall’altro tutti i “grazie” ricevuti per aver organizzato il tutto. Spero che il progetto possa continuare, partendo dalla base che questo Consiglio ha costruito, per poterlo migliorare ancora e permettere a più persone di poter vivere questa esperienza.

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Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 ottobre 2016
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rrIeri pomeriggio, a Roma, i giovani dell’Ugei hanno incontrato Piero Terracina, tra i pochi testimoni di Auschwitz che è ancora possibile ascoltare in Italia. L’incontro è l’ultima tappa di avvicinamento verso il Viaggio della memoria organizzato dall’Ugei, in partenza tra pochi giorni per i luoghi dello sterminio, su cui Hatikwà ha scritto in più occasioni negli ultimi mesi. 

I microfoni di Radio Radicale hanno seguito l’incontro, la registrazione è già disponibile sul sito per chi non ha potuto esserci di persona o vuole riascoltare le parole di Piero e per tutti gli interessati.

In apertura l’intervento del Presidente Ugei Ariel Nacamulli (min. 1-3), a cui sono seguite le riflessioni di Grazia Di Veroli e Maurizio Ascoli (Aned). Ampio spazio dunque a Piero Terracina, che in conclusione ha risposto anche alle domande del pubblico.

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Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 ottobre 2016
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mem1Il tempo passa e l’oblio è dietro l’angolo, combatterlo significa munirsi di strumenti adatti. Tradizione e memoria appaiono i mezzi migliori pur richiedendo una giusta dose di sforzo, temperamento e buona volontà e chi possiede i primi spesso manca del terzo. Il problema è reale e sempre più imminente, si presenta dapprima in modo vago assumendo forma definita solo con il passare degli anni. Tuttavia questi volano via come parole e non si fa a tempo a scrivere che il ricordo è già sfumato, non ne rimangono che i contorni che, un po’ sbiaditi, fanno quel che possono. I fatti, come i concetti, risultano fragili e balordi: a toccarli troppo si finisce per cambiar loro forma e a sfiorarli appena si rischia di darli in pasto alla polvere. La distorsione come l’indifferenza ne cambiano il profilo, ne alterano il contenuto lasciando spazio solo a pochi suoni qui e qualche vocabolo lì che, gradevoli alla pronuncia, si prestano a esser ricordati.

mem2Quando si parla di Shoah il pericolo incombe più incalzante che mai: il bagaglio sembra piccolo e le cose da ricordare sono troppe. Tutta l’esperienza è affidata alla carta che tenta di immagazzinare quante più informazioni possibili. Si dimentica talvolta la voce e il potere che essa è in grado di esercitare. Accanto a lei vengono tenuti in disparte anche suoni e odori che, data l’inconsistenza e breve durata, risultano i primi soggetti contro cui il tempo si scaglia. Inversamente a quanto si pensa la loro precarietà li rende ancor più persistenti.

Altri problemi emergono quando il tema della Shoah si impone. Come relazionarvisi? Con quali mezzi affrontarlo? A chi lasciare l’onere della tradizione?

Il contatto iniziale – più che l’approfondimento e il suo insegnamento – appare questione delicata, ognuno tenta di fare ciò che può per non darlo in pasto al tempo. Si visitano musei e si affrontano dibattiti sul tema, si vedono film e si leggono romanzi e libri storici. Altrettanto battuta è la via della riflessione che non lascia adito a dialogo scegliendo di rimanere circoscritta. Questa non richiede parole, preferisce affidarsi al silenzio.

mem3Per ultima la figura del testimone che, al contrario della memoria, in nessun modo può sottrarsi al pericolo che il tempo gli pone. Risulta tanto più inerme quanto più gli anni passano. Si aggrappa come può ai ricordi, chiedendo loro di non scomparire e impegnandosi per farli rimanere. Un testimone con buona memoria è tanto fondamentale quanto la presenza di un erede. Questo pone su di sé un grande carico: un passato che gli è parzialmente estraneo e che tuttavia non può permettersi di dimenticare.

Richiamare alla memoria non può prescindere dalla conoscenza. Questa deve essere chiara e puntuale altrimenti se ne ricorda la forma tralasciando il contenuto. Si corre il rischio di reiterare il gesto svuotandolo del significato e contenuto iniziale. La Shoah non chiede questo, e tantomeno l’ebraismo la cui forza sta nel rivivere ogni vicenda con lo stesso vigore e fermezza. Si sollecita l’analisi e la profondità d’osservazione per preservare al meglio una memoria che chiede di essere aiutata a non perdere le proprie tracce e la capacità di esprimersi.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 ottobre 2016
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viaggiomem3Il fiorire, al giorno d’oggi, di sempre nuove iniziative legate alla memoria della Shoah può apparire, alternativamente, appagante ma anche pleonastico. Questa duplice sensazione diviene più acuta all’avvicinarsi della Giornata della memoria, le cui iniziative peraltro si estendono ormai per diverse settimane.

Non è sempre stato così. Al contrario, fino circa alla metà degli anni ottanta la memoria della Shoah non aveva il posto che oggi occupa nell’opinione pubblica; talvolta veniva persino riassorbita nella vicenda della Resistenza al nazifascismo – con un’operazione a dir poco discutibile che poneva in terz’ordine la specificità del programma di sterminio industriale degli ebrei e di cui è esempio il Memoriale italiano ad Auschwitz voluto nel 1980 dall’Aned. Anche nell’ambito della ricerca scientifica l’attenzione era molto ridotta rispetto a quella che negli ultimi trent’anni ha portato a un’esplosione di studi, ricerche e progetti. La memoria, insomma, vive fasi di maggiore o minore popolarità. In anni recenti, coerentemente con quanto accaduto per la memoria della Shoah, assistiamo da più parti e in innumerevoli ambienti a una insistente rivendicazione di memoria, grimaldello che apre la porta all’era della commemorazione. Dimenticando che la commemorazione può servire il ricordo esattamente come l’oblio: si commemora per dimenticare almeno altrettanto spesso che per ricordare.

viaggiomem2Fin qui la memoria. Si tratta ora di porgere orecchio alle ragioni della storia, di cui la memoria dovrebbe essere al servizio – quella stessa memoria che invece sempre più spesso tende a occuparne il posto. La Shoah è un crimine unico, frutto certamente di una lunga tradizione europea di antisemitismo e di una più recente di antiilluminismo e razzismo, ma anche dello Stato burocratico moderno e della tecnologia industriale, indispensabili a innescare la fabbrica per la produzione del cadavere. Tuttavia, se anche la Shoah non ha eguali non nego che lo sforzo comparativo possa dare frutti: con la consapevolezza, però, che se forse – forse – tutte le vittime si equivalgono di certo non si equivalgono i crimini. Nello stesso mondo ebraico, però, l’idea di Shoah come evento unico non è unanimemente accettata ed esistono significative correnti che, in ossequio a una secolare tradizione, interpretano ogni tragedia della storia degli ebrei come la ripetizione di una medesima sventura. Non stupisce, per converso, che al di fuori degli ambienti ebraici ci si avvicini alla Shoah per lo più come a un crimine tra i molti, magari emblematico delle tragedie della storia ma non eccezionale in tutti i sensi.

viaggiomemRibadisco: memoria e storia sono cose da tenere ben distinte, con la prima ancella della seconda e non il contrario. Eppure la memoria ha anche un punto in comune con la storia: il fatto che, piaccia o no, non educa, non insegna, tantomeno protegge o garantisce che in futuro verranno evitati i cosiddetti “errori” del passato.

Perché dunque, se la memoria non “serve” a niente, organizzare un Viaggio della memoria nei luoghi dello sterminio per i giovani ebrei italiani? La risposta è semplice ma, credo, non banale: perché vogliamo farlo. Vogliamo parlare con gli ultimi sopravvissuti e comprendere il loro messaggio, consapevoli che non potremo dire quello che solo i testimoni possono dire. Ci piacerebbe ascoltare, conoscere, apprendere per essere in grado, in un domani sempre più vicino, di dire altro, qualcosa di nostro, eppure non solo; non fungere da meri trasmettitori ma diventare parte attiva della memoria e del suo sempre cangiante processo. Vogliamo raccogliere il testimone della memoria e imparare a correre con le nostre gambe.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 settembre 2016
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Bertolt Brecht
Bertolt Brecht

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari. E fui contento perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei. E stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non era rimasto nessuno a protestare”.

Questi versi sono attribuiti dalla cultura di massa al poeta Bertolt Brecht, seppure abbiano origini più remote. Ad ogni modo, concentriamoci sul significato di queste parole: una forte condanna dell’indifferenza. Il narratore, che scrive in prima persona, è stato indifferente di fronte alla barbarie nazista nei confronti dei gruppi umani a cui non apparteneva, senza rendersi conto che la ferocia e la crudeltà nazista non facevano distinzioni.

Gian Mattia D'Alberto / LaPresse 18-10-2014 Milano cronaca Manifestazione Lega Nord contro l'immigrazione clandestina nella foto: Matteo Salvini Gian Mattia D'Alberto/LaPresse 18-10-2014 Milan Lega Nord demonstration against illegal immigration in the picture: Matteo Salvini
Matteo Salvini, il più popolare leader dell’estrema destra in Italia

Questo aforisma torna prepotentemente d’attualità, questa volta applicato ai terroristi fedeli al Daesh, il sedicente Stato Islamico. In effetti, se ci pensiamo, una volta compirono una strage in un giornale satirico che, a detta loro, aveva offeso Maometto. E, seppure ci sia stata una reazione globale di condanna, si è subito aggiunto che Charlie Hebdo ci era andato pesante con la satira. Persino il Pontefice intervenne con una controversa frase: “Se qualcuno offende mia madre, gli do un pugno”. Dopo il giornale satirico (e anche prima!) è la volta delle sinagoghe e in generale dei luoghi ebraici: Copenaghen, Bruxelles, chi più ne ha più ne metta. L’opinione generale ha dato poco spazio alla cosa, sono ebrei d’altra parte, sicuramente c’è chi ha pensato che odiare e fare del male al popolo ebraico ormai è normale, non fa più scalpore, non fa notizia. E poi? Poi è la volta del Bataclan, una sala da concerto in cui non c’è alcuna distinzione di religione, etnia, orientamento sessuale tra gli spettatori. I terroristi entrano e sparano a caso, con il solo obiettivo di uccidere. E poi il copione si ripete a Bruxelles, a Dacca, a Nizza.

isisVeniamo al punto nodale: perché il terrorismo e l’estrema destra vanno a braccetto? Già il fatto che l’aforisma attribuito a Brecht venga utilizzato per entrambi è una prima risposta. Ma a mio avviso il punto focale è un altro: l’ideologia radicale e fondamentalista dei terroristi islamici è da collocarsi anch’essa all’estrema destra del loro scenario politico.

L’estrema destra europea invece non è interessata alla sicurezza dei cittadini, vuole far leva sulla pancia di questi (e non più sul loro cervello), sulla psicosi, il tutto al fine di guadagnare consenso. Il grande rischio è che possa intensificarsi sempre più una escalation di violenza indistinta nei confronti dei musulmani, ritenuti tutti quanti terroristi. Una estrema destra al potere potrebbe portare un giorno all’espulsione di tutti i musulmani dagli stati europei. Cosa vi ricorda questo? Ottant’anni fa forse? Pensiamo alla Notte dei cristalli: escalation di violenza con distruzione di tutte le sinagoghe e negozi ebraici. Poi, lo sterminio.

Simone Bedarida
Simone Bedarida


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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