shoah

Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 luglio 2017
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Per il secondo anno di fila l’Ugei organizza un Viaggio della Memoria per i giovani ebrei italiani. Dal 29 ottobre al 1° novembre visiteremo Dachau e Monaco, Salisburgo e Mauthausen (qui per ulteriori informazioni e per procedere all’iscrizione). Ma prima di partire, forse, può essere utile riflettere sul significato di questa esperienza. Perché la prassi del Viaggio della Memoria è sempre più diffusa, e non di rado l’impressione è che si trasformi in un pellegrinaggio alla ricerca di una contrizione forzosa e spesso generica, o addirittura nella migrazione vacanziera verso un luogo famoso da visitare: occhiali da sole, foto ricordo e via, il prossimo anno in Thailandia. L’obiettivo non è, credo, andare ad Auschwitz o in un altro campo di concentramento e sterminio per vedere un prato, un bosco di betulle, ruderi, recinzioni, qualche binario. Non è una questione di rigore o rispetto. E’, semplicemente, che questo non è Auschwitz.

Non sto dicendo che il viaggio, questo viaggio, non sia importante, ma solo che la destinazione è un’altra: non una tranquilla località della Slesia a poche decine di chilometri dalla bella Cracovia, ma un luogo molto più vicino e infinitamente più lontano. Visitare Auschwitz è il punto di partenza del viaggio, non l’arrivo. L’arrivo è quello che succedeva ad Auschwitz, quello che noi possiamo fare è conoscerlo un po’ meglio e ricordarlo. Auschwitz non è un prato verde, non tronchi bianchi di betulle luccicanti al sole. E’ destra e sinistra, è la lingua violentata, cani e stivali, urla nella notte, Sonderkommando, cenere, fumo, quell’odore sempre nell’aria, è l’Ulisse di Primo Levi, il dio appeso alla forca di Elie Wiesel, il piccolo Jona che giocando tra mucchi di cadaveri trova quello del padre, milioni di mani, milioni di volti, milioni di nomi. Questa è la meta del viaggio. L’altro, semmai, il punto di partenza.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 luglio 2017
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6min740

Giovedì 22 e 29 giugno sono stato invitato, in qualità di rappresentante Ugei e responsabile di Hatikwà, al programma “M”, ideato e diretto su Rai 2 da Michele Santoro, dedicato alla figura di Adolf Hitler. Non mi interessa qui fare un’analisi della trasmissione o dare giudizi complessivi. Poiché mi è stato concesso uno spazio esiguo rispetto a quello che mi era stato assicurato prima della trasmissione, vorrei riprendere e dettagliare un po’ meglio il mio intervento. Dal momento che la parola mi è stata concessa soltanto in conclusione alla seconda puntata, ho pensato a qualcosa capace di riprendere i temi emersi, non sempre in modo lineare, nelle discussioni precedenti; il filo rosso che ha segnato i numerosi contributi, anche se con esiti differenti, consapevolezza variabile e non senza sbandate e provocazioni, sono convinto si possa racchiudere in una domanda: è possibile confrontare la Shoah ad altro?

Credo che, quando si parla di Shoah e di altre grandi tragedie, sia essenziale distinguere tra due azioni dalle implicazioni molto diverse: paragonare e comparare. Paragonare la Shoah ad altro è fuorviante non solo per l’ovvia considerazione che ogni fenomeno storico ha una propria specificità, ma soprattutto perché si è trattato del solo progetto, fino ad oggi, finalizzato a rimappare biologicamente l’umanità attraverso l’esclusione di una porzione di essa, il popolo ebraico, tramite l’assassinio sistematico dei suoi membri. Persino con le altre vittime del nazismo, dagli omosessuali ai rom ai politici, il paragone è impossibile: diverso è il motivo della persecuzione, diverse in buona misura le modalità. La camera a gas è per eccellenza lo strumento del genocidio degli ebrei, di coloro cioè di cui viene negato l’essere, perché a differenza degli altri non sono perseguitati per il colore dei capelli, la lingua parlata, le idee politiche, le abitudini sessuali o le pratiche abitative, ma semplicemente perché sono. Non sono neanche perseguitati, strettamente parlando, ma eliminati. Incenerite le persone, negata la memoria: non solo devono essere uccisi, ma soprattutto non devono essere mai esistiti. Per questo la Shoah non è finita nel 1945 e anche oggi chi nega se ne fa continuatore.

Comparare la Shoah ad altri genocidi, ma anche a politiche di esclusione a noi contemporanee, è invece a mio avviso non solo lecito, ma doveroso. Mentre paragonare comporta la cancellazione delle differenze e dunque delle specificità, comparare significa cercare analogie e somiglianze, ma anche differenze. La Shoah rimane un unicum come laboratorio di distruzione di massa, ma come estremo di una politica di esclusione può e deve essere comparata ad altro. Qualche esempio di politica di esclusione? Ce ne sono moltissimi, a partire dai numerosi genocidi che hanno segnato l’ultimo secolo. Ma l’esclusione è diffusa anche oggi, nel 2017, e non soltanto in seno a regimi illiberali, ma anche molto vicino a noi: esclusione di chi proviene da un altro Paese, esclusione di chi nasce in Italia ma non è considerato cittadino. Anche il pregiudizio razzista è esclusione, come l’islamofobia e naturalmente l’antisemitismo. Proprio dell’antisemitismo abbiamo avuto un saggio nello studio di Santoro, quando la parola è stata concessa a ripetizione a personaggi che si sono fatti portatori delle due radici più significative del fenomeno oggi, quella islamica e quella di destra più o meno estrema, radici peraltro con più punti di contatto di quanto un pensiero conciliante e diffuso vorrebbe supporre.

Comparare, dunque, significa porre in relazione eventi anche molto lontani, per esempio Auschwitz e il genocidio dei tutzi in Ruanda, oppure le aggressioni antisemite all’ordine del giorno oggi in Europa, oppure ancora la situazione dei migranti che arrivano sulle nostre coste. Rifiutarsi di comparare la Shoah ad altro ha conseguenze gravose e nefaste, ed equivale a porla fuori dalla storia, trasformandola in un fenomeno intangibile, male assoluto e ineffabile. In questo modo la Shoah viene spinta nel regno del magico, di ciò che non dipende propriamente dagli uomini. La conseguenza è lo scardinamento del discorso sulla responsabilità di coloro che potevano scegliere diversamente ma non lo hanno fatto per pregiudizio, per conformismo, per paura, ma in ogni caso per scelta. Relegare, anche in buona fede, la Shoah nel dominio del mistero, della “cattiva natura umana”, nel paradiso perduto di un Adamo che ha smarrito se stesso, significa che nessuno è responsabile. Significa anche, allora e oggi, che non siamo liberi.

http://www.serviziopubblico.it/puntate/51079/

L’intervento comincia al minuto 2:12′

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 luglio 2017
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Nella città di Kielce, nella Polonia meridionale, nel 1941 vivevano 24.000 ebrei, più o meno tanti quanti gli iscritti oggi a comunità ebraiche italiane. Nei primi mesi del 1945 erano rimasti in due. Gli altri erano stati assassinati sul posto oppure deportati a Treblinka e uccisi all’arrivo con i gas. Nei mesi successivi alla fine della guerra tornarono circa 150 sopravvissuti, lo 0,6% della popolazione originaria. Passò poco più di un anno. Il 4 luglio 1946 una folla inferocita, gridando all’omicidio rituale, attaccò i superstiti massacrandone 42 e ferendone altri 50. Nei mesi successivi i pochi ebrei rimasti lasciarono Kielce. Nessuno rimase.

Lo storico polacco Adam Michnik, a lungo vicino al movimento Solidarność, ha ricostruito la vicenda in un volumetto pubblicato alcuni anni fa da Bollati Boringhieri dal titolo “Il pogrom”. Ancora più interessanti dello snodarsi dei fatti, però, sono le posizioni della Chiesa polacca immediatamente dopo la strage. Michnik riproduce il rapporto scritto dal vescovo Kaczmarek sui fatti di Kielce, compilato il 1° settembre. “Gli ebrei sono i principali propagatori del regime comunista”, scrive il vescovo, “ogni ebreo ha una buona posizione o infinite possibilità e facilitazioni nel commercio e nell’industria. I ministeri, i posti all’estero, le fabbriche, gli uffici, l’esercito traboccano di ebrei, e sempre nei posti principali”. Forse oggi può sembrare difficile accettarlo, ma non si tratta di un brano dei “Protocolli dei Savi anziani di Sion” o di simili libelli, bensì dell’intervento di un vescovo cattolico dopo un pogrom, peraltro successivo di pochi mesi all’assassinio sistematico di circa 3 milioni di ebrei polacchi e di altrettanti provenienti dal resto d’Europa.

Ma quello che segue è perfino peggio. “Gli ebrei europei tentano di dimostrare di essere perseguitati in alcuni paesi europei”, continua il vescovo, “per ottenere più facilmente la possibilità di partire per la Palestina”. Dopo aver ricordato che i media sono in mano agli ebrei, Kaczmarek scrive che “se è necessario dolersi perché sul fronte politico [sic!] in Polonia muoiono degli ebrei, bisogna dolersi anche del fatto che muoiano, e in quantità notevolmente maggiore, i polacchi”. Il vescovo, tra le molte cose, sembra non considerare la possibilità che esistano ebrei polacchi. La richiesta di condanna dell’antisemitismo fatta alla Chiesa polacca è “paradossale e addirittura oltraggiosa”. Peraltro “la stragrande maggioranza degli ebrei in Polonia diffonde in maniera zelante il comunismo, lavora nei famigerati Uffici di Sicurezza, arresta, tortura e uccide, e per questo va incontro all’avversione della società”. Gli ebrei, infine, adottano “metodi da Gestapo”: ecco chiudersi il cerchio con il cortocircuito antisemita per cui nazisti sono in realtà gli ebrei, il tutto con le tombe di Kielce ancora fresche e i camini di Treblinka da poco spenti.
Una voce isolata? Niente affatto. Il cardinale Hlond, primate di Polonia, interviene nelle stesse settimane affermando a proposito del pogrom che “la responsabilità è in gran parte degli ebrei”, e ribadendo che “negli inevitabili scontri armati sul fronte della battaglia politica [sic!] muoiono purtroppo alcuni ebrei, ma muoiono incomparabilmente più polacchi”. Michnik descrive anche un atteggiamento differente, quello del vescovo Kubina, che condanna l’antisemitismo e deplora le uccisioni. Ma sarebbe illusorio pensare a due posizioni che si confrontano con pari intensità: la prima è la linea condivisa della Chiesa polacca, la seconda un’encomiabile eccezione. La differente posizione di Kubina dimostra più che altro la possibilità di un atteggiamento diverso, non certo la presenza di due posizioni egualmente forti all’interno della Chiesa.

Di fronte a tutto questo mi sembra doveroso riconoscere quanto sia cambiato sia in generale in seno alla Chiesa cattolica, sia nello specifico nel cattolicesimo polacco. In Polonia, ma anche in Europa occidentale, l’antisemitismo è ancora un fenomeno largamente diffuso, un fuoco che anche quando non divampa è illusorio ritenere spento. Eppure riconoscere quanto sia cambiato in meglio, rispetto ai tempi non così lontani del vescovo Kaczmarek e del primate Hlond, mi sembra non solo onesto, ma anche il primo passo per continuare un dialogo che ha ancora una lunga strada da percorrere.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 giugno 2017
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Tragicommedia della comunicazione, la definizione con cui lo storico Claudio Vercelli riassume il programma di Michele Santoro, M, andato in onda ieri sera su Rai 2 e dedicato alla figura di Adolf Hilter. Un misto tra un teatro in diretta – con un attore (Andrea Tidona) a impersonare Hitler -, docu-fiction e talk show il cui risultato è stato “un minestrone rancido molto pericoloso”, sottolinea a Pagine Ebraiche Vercelli. Pericoloso su diversi fronti: dalle ripetute cadute nella banalizzazione della Storia e della Memoria, alla scelta di dare voce a chi non dovrebbe averne in uno spazio pubblico come un nostalgico negazionista, fino all’ennesima riproposizione – per bocca di un ospite che si è definito “50% marocchino, 50% italiano”- della tesi antisemita per cui le vittime sono divenute carnefici e Israele si starebbe macchiando di un genocidio nei confronti dei palestinesi. “Coglionate”, le ha definite in modo colorito ed efficace in diretta il direttore de La 7 Enrico Mentana, anche lui ospite del programma di Santoro assieme alla storica Simona Colarizi e allo scrittore Giuseppe Genna. I tre hanno cercato di contenere alcuni degli interventi più disarmanti espressi da quella che doveva essere la voce dei giovani all’interno del programma. E tra i giovani, uno dei pochi interventi sensati, è stato quello di Simone Santoro (nell’immagine), chiamato in studio assieme a Giorgio Berruto per rappresentare il mondo giovanile ebraico italiano. Il primo ha ricordato ai presenti (soprattutto agli altri ragazzi) l’obbligo di non distorcere la storia e di tenere presente l’unicità della Shoah come fabbrica di morte ideata dal nazismo. Al secondo non è stata invece data la parola.

Schermata 2017-06-23 alle 14.48.04A fare da epicentro del programma, alcune domande: “Adolf Hitler, si tratta di una mostruosità irripetibile? La parabola straordinaria di un folle? Oppure di un fenomeno che con determinati fattori potrebbe ripresentarsi?”. Domande legittime ma che si sono perse in una rappresentazione scenica confusa e zoppicante. “Più di altro e altri, c’erano tre elementi che mi colpivano – l’analisi di Vercelli – l’ossessiva presenza scenica di Santoro, che conduceva una trasmissione al medesimo tempo incongrua, verbosa e farraginosa, dove sembrava volesse fare dire qualcosa (senza che si capisse di quale cosa si trattasse, se non che ‘il passato è destinato a ripetersi’); il minestrone impudico tra quel passato e le questioni del presente, tutto gettato in un calderone dove alla fine ciò che emerge è una sorta di stato confusionale collettivo; un implicito compiacimento morboso, che è tipico di certe persone che si accostano al tema mainstream ‘nazismo’, verso l’oggetto del loro ‘riflettere’. I tentativi, non privi di qualche incongruità, dei tre “ospiti” di riequilibrare la grande messe di affermazioni/dichiarazioni/sollecitazioni/provocazioni si perdevano nel frastuono cacofonico”. “Ecco un esempio di ‘pop-Shoah’. – rileva lo storico – Dove tutto precipita in un vuoto alternarsi di voci”.

“Abbiamo trovato il programma disonesto intellettualmente – spiega Berruto – Avevamo chiesto rassicurazioni sul fatto che non ci fossero rappresentanti di CasaPound o Forza Nuova ed è effettivamente stato così perché il nostalgico, più che altro un nazista negazionista, parlava a titolo personale ma non vuol dire fosse meno pericoloso. E lo spazio enorme che gli è stato dato è preoccupante. Quello che dispiace poi – prosegue Berruto – è che ai giovani, visto il livello degli interventi, è stato affibbiato il ruolo di chi deve dire le cose più insensate ed estremiste, probabilmente per fare più ascolti”. E a quanto sembra non è andata bene su questo fronte, con il 4 per cento di share raccolto dalla trasmissione, che il prossimo giovedì proporrà la seconda puntata, sempre su Hitler.

Daniel Reichel

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 giugno 2017
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Partigiani della “Sergio De Vitis” in Val Sangone nel maggio 1944

Nella primavera del ‘44, al tempo della grande offensiva nazifascista nelle valli del Piemonte, mio nonno Aldo Melli z’’l ha 15 anni. Dopo l’8 settembre i genitori hanno trovato rifugio a Forno di Coazze, una piccola frazione sopra Giaveno, in Val Sangone, dove non esiste elettricità e acqua corrente. La minuscola borgata è collegata ai paesi del fondovalle da un sentiero in terra battuta. Con l’arrivo della bella stagione Aldo scappa di casa per unirsi alla banda partigiana “Sergio De Vitis”, attiva nella valle. Ad aprile un grosso lancio di armi da parte degli Alleati si risolve in un fallimento, con la maggior parte delle casse che cade nelle mani dei militi fascisti ed enormi rischi corsi per recuperare qualcosa che spesso, una volta montato, si scopre inutilizzabile. Per consentire il lancio notturno, a lungo atteso, i partigiani accendono fuochi che anche altri occhi possono vedere. E che infatti altri occhi, quelli dei tedeschi e dei loro alleati, vedono. Immagino mio nonno ragazzo con il naso in su, a cercare nel buio pezzi di mitragliatrici e nastri di munizioni che piovono dal cielo appesi a piccoli paracaduti, indeciso se gettarsi con i compagni alla ricerca di quella manna oppure allontanarsi prudentemente.

Presso l’alpeggio del Sellerì

Poi, il 10 maggio, dopo alcuni rastrellamenti nelle valli del cuneese, almeno duemila nazifascisti, in maggioranza italiani, arrivano in Val Sangone. Salgono verso Forno di Coazze e piazzano posti di blocco più in basso, a emiciclo, per chiudere i partigiani in una morsa: sotto Giaveno e presso i paesi di Avigliana, Trana e Cumiana. Salgono. Ai partigiani resta una sola via aperta, quella delle montagne. Gli uomini della “De Vitis” si ritirano in disordine verso l’alpeggio del Sellerì, ma sono in molti a cadere. Ci sono altre formazioni partigiane nella zona, ma il coordinamento è quasi nullo, le armi scarse e insufficienti le munizioni; per di più la valle è molto stretta ed è difficile scivolare tra le maglie lasciate aperte dai rastrellatori. E’ l’alba del 10 maggio e i nazifascisti avanzano, avanzano all’alba di un giorno qualunque di 73 anni fa, un arco di tempo inferiore a quello della vita di un uomo. I partigiani si difendono come possono e fuggono verso le cime, intere borgate, tra cui Forno, vengono date alle fiamme e numerosi civili condotti a valle. I partigiani cadono a dozzine, la banda “De Vitis” è decimata e i sopravvissuti arrestati o dispersi. I fascisti passano vicino a Aldo, a pochi metri, ma non lo vedono e proseguono oltre. Mio nonno si salva per caso. Aspetta il calare della notte per gettarsi a valle e guadare nel buio il torrente Sangone.

Il 18 maggio i rastrellatori abbandonano la Val Sangone e ridiscendono in pianura, ma continuano ancora per settimane le incursioni, per spostarsi poi più a nord, nella zona di Lanzo. Il volume “Italiani insieme agli altri. Ebrei nella Resistenza in Piemonte 1943-1945”, frutto del lavoro di Gloria Arbib e Giorgio Secchi sulle carte dell’Archivio Ebraico Benvenuto e Alessandro Terracini, di Torino, e pubblicato da Zamorani, tenta di seguire i percorsi di decine di ebrei piemontesi nella Resistenza. A volte le notizie sono molte, a volte scarse; obiettivo è allora riannodare i fili spezzati della memoria e tesserli insieme. E non smettere di riunirli e tesserli ancora perché il tempo fa presto a sfilacciare lo spago e sciogliere i nodi. L’oblio si vince tessendo e tessendo, senza posa, tessendo memorie di uomini importanti, di eroi della lotta di Liberazione, e di ragazzi di 15 anni con il naso in su.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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