shoah

Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 febbraio 2018
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Sembra iniziare in modo piuttosto confuso, l’incontro con Vera Vigevani Jarach, tenutosi il 15 febbraio presso a Milano. Si rivolge subito al pubblico, chiedendo la nostra opinione sui recenti fatti di cronaca, ricollegandosi al clima elettorale e al riemergere di partiti fascisti in Europa e in Italia. Passa poi a raccontarci della situazione politica in Argentina, per poi soffermarsi sul suo incontro con il Papa. Ritorna poi all’Argentina, questa volta degli anni ‘70, e accenna ad alcuni episodi avvenuti ai tempi di Videla, il dittatore che cambiò le sorti del suo paese. Sembra mischiare fra loro discorsi scollegati, ma man mano che la serata va avanti, si intuisce che quella di Vera non è confusione, bensì “connessione”; non si può parlare di un paese, di un evento, di una storia come di una cosa unica e comprensibile nella sua specificità, siamo tutti legati da un destino comune. Basta uscire dal nostro piccolo per vedere come odio, disprezzo, dominio, colonialismo, sopruso, razzismo siano mali che hanno da sempre afflitto tutta l’umanità, nelle diverse declinazioni che tali dinamiche hanno assunto nel corso della storia e in diversi luoghi. Come lei stessa ci ricorda, non serve tornare all’Argentina degli anni ‘70 per sapere dei desaparecidos, si possono trovare anche oggi, basta cercarli negli abissi del mar Mediterraneo. Lo stesso concetto di “desaparecido” sarebbe nato in Algeria, in seguito alle angherie perpetuate dai militari francesi nei confronti degli autoctoni. E così, sempre più immersi nei suoi racconti, si entra nella sua ottica universale.

Entra più nel dettaglio, e ci narra del suo sbarco in Argentina, alternando momenti tragici con aneddoti divertenti, come aver dovuto concludere la scuola elementare in un istituto italiano, che sebbene in Argentina, rimaneva fascista! Ci descrive con rammarico la deportazione dei parenti rimasti in Italia, traditi da compatrioti, ma anche la riconoscenza degli argentini, e la solidarietà trovata in Sud America. La nascita della sua famiglia, e il tracollo autoritario che per la seconda volta sconvolse la sua vita. Arriva poi finalmente a raccontare la triste sorte di sua figlia, Franca, che insieme a oltre 30.000 persone, per lo più giovani, sparì nell’oscurità della dittatura. Ci spiega come nacque la protesta delle madri della piazza di Mayo, della loro lotta che non riesce a definire eroica, poiché lei la trova semplicemente umana. La sua non è una testimonianza come le altre. La sua non è solo una testimonianza della sofferenza umana, di dove può arrivare il male. La sua è una testimonianza della resistenza, di come l’uomo il male lo possa fronteggiare. Quello che lei condanna, dopo una vita di persecuzioni e ingiustizia, più che i carnefici, è il silenzio. Il silenzio di chi non si oppone di fronte alla sofferenza, il silenzio di chi preferisce guardare da un’altra parte, il silenzio di chi si rassegna che le cose non possano cambiare. E lei è la prova vivente di quanto invece si possa fare.

Quella che abbiamo avuto l’onore di ascoltare non è una rassegnata vecchietta di 95 anni, ma un’energica attivista, non più troppo ottimista, ma con comunque tanta speranza per l’avvenire. Ha avuto modo di conoscere le nuove generazioni, mediante i numerosi incontri con scuole e associazioni, ed è fiduciosa, poiché ha trovato nei giovani tanta voglia di conoscere e di capire, tanto interesse verso il prossimo. Dopo una serata del genere, come spesso succede, torna il punto di domanda: come può il “mai più”, la frase tanto ripetuta di fronte a tragedie come la Shoah, diventare una certezza? Il secolo XX ha visto eventi inimmaginabili, ma i testimoni del passato stanno ormai venendo a mancare. Il passato prossimo di tale vicende riecheggia nelle testimonianze dei sopravvissuti, ma non rischia forse di diventare un passato remoto, con la loro imminente morte? Le storie dei singoli sfumano nel discorso storico generale, che col passare del tempo perde la carica emotiva e le tragedie rischiano di riassumersi in numeri e dati racchiusi in manuali. La coscienza collettiva sugli episodi del ‘900 è ancora bene o male forte. Forse però, l’unica cosa che può rendere la lezione della storia perpetua è estrapolarne valori e concetti come pilastri culturali del presente e del futuro, come possono essere la tolleranza, il rispetto, ma soprattutto, come ci insegna Vera Vigevani Jarach, l’interesse e l’amore verso il prossimo. “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”: sono un uomo, nulla che sia umano mi è estraneo. Questa frase lapidaria, scritta dal poeta latino Terenzio rimanda a un filantropismo universale che non è facile trovare, ma che Vera, in una serata da non dimenticare, ci ha trasmesso.

Giulio Piperno


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 febbraio 2018
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Se è vero che la dimensione etica pervade, pur senza esaurirla, tutta l’halakhà, il volume La giustizia seguirai. Etica e halakhà nel pensiero rabbinico (Giuntina) è una introduzione organica e limpida alle domande che la tradizione ebraica ha affrontato, elaborando costantemente una pluralità di risposte che, a propria volta, vengono a dare forma a nuove domande. L’autore Massimo Giuliani non rinuncia ad approfondire questioni come l’etica del lavoro, il primato della giustizia, il ruolo dei principi etici, delle mitzwot, di doveri e diritti, ma anche ecologia e vegetarianesimo, la sovranità nazionale ottenuta con la fondazione del moderno stato di Israele, la possibilità di un tiqqun ‘olam (aggiustamento del mondo) dopo Auschwitz.

Tra i molti passi di particolare interesse anche il capitolo sul significato del martirio nella tradizione ebraica (pp. 53-70), un motivo in bilico tra testimonianza della propria appartenenza e idolatria. “Non si trova nella spiritualità ebraica una celebrazione della sofferenza come valore e strumento di (auto)redenzione”, non c’è spazio per “la morte cercata ed esibita appunto come testimonianza o come ‘sacrificio di sé’”. Non stupisce, dunque, l’assenza dal canone ebraico dei libri dei Maccabei, presenti invece significativamente in quello cristiano, la mancata elevazione a modello di Sansone e il silenzio totale sui fatti di Masada narrati da Giuseppe Flavio: il suicidio collettivo degli ebrei assediati sulla fortezza erodiana che domina il Mar Morto è “un racconto commovente di eroismo teso a celebrare, direbbe Yeshayahu Leibowitz, un ideale umano tenuto in gran conto dall’ellenismo, ma non a santificare haShem”, come vorrebbe invece la tradizione ebraica.

Marc Chagall, “Crocifissione bianca” (particolare)

Anche in riferimento alla Shoah l’utilizzo della categoria di martirio è fuorviante. Innanzitutto perché il martire (dal greco “martys”, testimone, passato al latino cristiano) fa una scelta consapevole di testimonianza, mentre gli ebrei assassinati ad Auschwitz di solito non sapevano neanche perché venivano messi a morte. Inoltre “spesso il martire ha una scelta: abiurare o morire”, scelta che gli ebrei deportati non avevano: “il milione e più di bambini uccisi nella Shoah non morirono né per la loro fede né malgrado la loro fede […] Ad Auschwitz non vi fu scelta” (Emil Fackenheim, “La presenza di Dio nella storia”). In questo contesto anche la categoria teologica di qiddush haShem, la santificazione del Nome di Dio, ha subito una elaborazione. “Ne fu codificatore, dal ghetto di Varsavia destinato a distruzione, il rabbino Yitzchak Nissenbaum che elevò a mitzwà la mera sopravvivenza e non il martirio: contro l’accettazione e la celebrazione della morte, anche per fede, è piuttosto la vita e ogni atto di resistenza, attiva o passiva, a dover essere equiparata a un qiddush, a una santificazione”.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 febbraio 2018
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Una foto un po’ sfuocata, per un’esperienza invece quanto mai vivida.

Ieri è stata una serata speciale, quella passata con Vera Vigevani Jarach: con una lucidità rara, si è dimostrata subito preoccupata dei rigurgiti fascisti italiani, europei, mondiali, preoccupata di ciò che rivede così famigliare. Silenzio e indifferenza, questi i corresponsabili di ogni totalitarismo, che devono essere combattuti con forza, incoraggia Vera. Lei, ora 90enne, fuggita alle leggi razziali quando ancora non aveva finito le elementari fino alla lontana Argentina, durante la dittatura militare (“e civile”, sottolinea Vera) di quest’ultima, un altro lutto. La sua unica figlia, diciottenne, è vittima di un volo della morte e Vera diventa una delle più attive madri della Plaza de Mayo, e fa di questo la sua causa di vita.

Ieri sera Vera ci ha raccontato, tra le tante cose, che oltre duemila dei trentamila desaparecidos erano di famiglia ebraica: a loro fu riservato un trattamento, se possibile, ancora più duro.

Sono personalmente molto orgogliosa di averla invitata a parlare; e in questo breve spazio ci tenevo pubblicamente a ringraziare JOI per questo primo evento insieme, e per l’ottimo lavoro di squadra, Daniele Zuffanti per aver reso possibile l’incontro con Vera, e Magazzino Musica per averci accolto.

E un sentito grazie alle oltre cento persone che sono rimaste, come me, per più di due ore, ad ascoltare una Donna con la d maiuscola.

Hai detto che bisogna credere ai giovani e imparare da loro. Cara Vera, siamo noi ad avere imparato tanto da te, e da oggi racconteremo anche noi la tua storia.

Carlotta Micaela Jarach, Presidente Unione Giovani Ebrei d’Italia


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 febbraio 2018
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In numerosi libri Lia Levi ha raccontato la normalità, l’esperienza quotidiana sull’orlo di essere rovesciata e di tramutarsi in tragedia. E’ così fin dall’opera prima “Una bambina e basta”, in cui ha narrato la propria storia di salvezza nella Roma controllata dalle forze nazifasciste, e di nuovo nel più recente romanzo “Questa sera è già domani”, pubblicato ancora con le edizioni e/o e da poche settimane disponibile in libreria. In questi libri, come nell’attività che la vede impegnata da anni nelle scuole, Lia Levi elabora i ricordi per trasformarli in memoria: un processo in cui si perde qualcosa e si conserva altro, essenziale in ogni caso per mantenere vivi accadimenti del passato in un contesto mutato.

In “Questa sera è già domani” la scrittrice di famiglia piemontese recupera i ricordi del marito Luciano Tas, giornalista e saggista noto nell’ambiente ebraico italiano scomparso nel 2014. Lia Levi racconta la sua storia, quella di un ragazzo prodigio in grado di stupire tutti e di iscriversi a classi con compagni più grandi, che a un certo punto però rientra nella normalità dei propri coetanei. Siamo a Genova negli anni trenta, anni di regime ormai consolidato. Al centro della vicenda la figura della madre del ragazzo, che quando si rende conto che il figlio non è un genio matura nei suoi confronti un atteggiamento di opposizione e autentico rancore.

Lia Levi con il marito Luciano Tas (1927-2014), la cui storia è raccontata nel romanzo “Questa sera è già domani”

Non mancano gli spunti di riflessione sull’ebraismo. “Tu credi in Dio solo qualche volta. Sappi che invece Dio crede in te sempre”, dice il rabbino Bonfiglioli al ragazzo. E molte pagine più avanti: “La tradizione, sai, è l’albero. La foglia, se non è attaccata all’albero, diventa secca, vola via e dopo poco non è più neanche una foglia”. A ricordare agli ebrei, senza eccezioni, una appartenenza più o meno sbiadita interviene la campagna antisemita del regime fascista e la legislazione razzista del 1938, che trasforma gli stranieri in apolidi e priva dei diritti tutti. Si sviluppa allora a più riprese, durante riunioni affollate di parenti, il dibattito tra chi consiglia di andare via, finché è possibile, e chi vuole rimanere.

Nell’ultima parte del romanzo la famiglia del protagonista cerca di riparare in Svizzera dopo l’occupazione tedesca del Paese in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, con cui ha inizio per gli ebrei italiani la persecuzione delle vite. Sulle ultime avventurose pagine aleggia l’incubo del respingimento alla frontiera elvetica per persone ormai prive di risorse economiche e spossate dalla paura e dalla fuga. Sono pagine commoventi che richiamano alla mente i fatti di oggi, a noi così vicini eppure percepiti di solito come tanto lontani, di fronte ai quali solo a parole, e neanche sempre, Paesi democratici sono disposti ad accogliere chi giunge dopo percorsi spesso rocamboleschi da contesti di stenti e di conflitto. Mentre “si sente ribollire la terra, con questa nuova vena di stampo fascista”, come ha dichiarato Lia Levi in una recente intervista. E’ un’analogia però e non un paragone, perché i contesti sono molto differenti e il Mediterraneo del 2018 non è l’Europa sotto il dominio nazifascista. Ma la vita, la vita delle persone è la medesima. Ed è quello che più conta: la vita delle persone e basta.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 gennaio 2018
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Un paio di mesi fa ho avuto la possibilità di fare domanda per partecipare ad un viaggio della memoria e per farlo ho dovuto scrivere una lettera di presentazione in cui esporre i motivi che mi spingono a voler vivere un’esperienza simile.

Inizialmente mi sono trovata spaesata e confusa davanti allo schermo del mio computer; mi veniva chiesto cosa secondo me dovrebbe spingere una persona ad andare in visita ad Auschwitz ed in generale a ricordare e a “fare memoria”. Riflettendo sulle mie motivazioni, avrei certamente potuto raccontare esperienze personali, ma ho poi deciso di partire sì da qualcosa che mi riguardasse, ma che fosse molto semplice, ovvero il mio corso di studi. Frequento il dipartimento di Fisica di Torino da due anni; in questo lasso di tempo mi sono stati presentati diversi lati della fisica, ma nella mia lettera ho deciso di partire da una relazione che bene o male tutti conosciamo e di servirmene per raccontare il mio pensiero a proposito della necessità di ricordare e “fare memoria”.

Mi preme avvisare eventuali lettori fisici o aspiranti fisici che da questo punto in poi sarò assolutamente poco rigorosa e che la mia interpretazione sarà più visiva che formale. La relazione cui ho accennato è l’espressione della forza gravitazionale di Newton, che rappresenta l’interazione tra due corpi; tale interazione dipende dal valore delle masse m e  dei due oggetti e dalla costante di gravitazione universale g ed è inversamente proporzionale al quadrato della distanza tra i due corpi R.

Vorrei concentrarmi proprio sulla distanza tra i due corpi e per farlo immagino di avere una “linea del tempo”, una retta, su cui fissare un punto iniziale, che in questo caso è rappresentato dal periodo che va dal 1935 al 1945, dalla promulgazione delle leggi di Norimberga alla fine della seconda guerra mondiale:  la distanza che unisce questo “punto zero” all’anno corrente è il raggio R, la distanza che ci separa da quegli avvenimenti.


L’interazione che esiste tra due punti di questa immaginaria linea del tempo non è costante, anzi dalla sua espressione osservo che se R aumenta F diminuisce velocemente: spostandomi dalla fisica alla storia, potrei dire analogamente che la forza di ciò che è accaduto in quegli anni, l’impatto che questa porzione di Storia ha avuto e avrà su di noi, dipendono da quanto siamo distanti, volenti o nolenti, da essa.

Basti pensare che la narrazione diretta dei sopravvissuti tra poco non sarà più possibile e sembrerebbe dunque che più ci allontaniamo da ciò che deve essere ricordato, meno siamo in grado di ricordarlo.  Per fortuna non deve essere per forza così ed un’espressione come quella di Newton non regola la nostra capacità di ricordare: se non possiamo accorciare la distanza che ci separa da quegli eventi per sentirne tutto il loro impatto, possiamo aumentare la volontà di ricordare nelle persone, far crescere ciò che nell’espressione sopracitata sta al numeratore della frazione, la massa, che molto simbolicamente siamo tutti noi. Per questo ogni iniziativa verso la Memoria sarà sempre da incoraggiare e l’interessamento di ogni singola persona, nel proprio piccolo, sarà di anno in anno più prezioso.

Isabella Sofia



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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