resistenza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 settembre 2017
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Più volte mio nonno mi ha raccontato di quando, dopo essere sfuggito per un soffio al rastrellamento nazifascista del 10 maggio 1944 in val Sangone, nelle montagne non lontane da Torino, si trovò con un solo compagno della banda decimata, un giovane siciliano che, come numerosi militari, si era unito ai partigiani nei caotici mesi successivi all’8 settembre e all’occupazione tedesca. Era un contadino e aveva nostalgia di casa, raccontava mio nonno. Dopo la distruzione della formazione partigiana non sapeva che cosa fare, e allora andò ad arruolarsi volontario tra i militi della Repubblica sociale, forse perché in questo modo, almeno, la cena era assicurata. Chissà se ha preso parte a rastrellamenti di partigiani e se, alla fine della guerra, è tornato nella sua terra. Mio nonno, in ogni caso, non lo ha più incontrato.

Mi viene in mente questa vicenda nei giorni che avvicinano all’8 settembre, la data in cui fu reso noto l’armistizio con gli Alleati e gli italiani furono posti di fronte a una scelta. Premetto che sono convinto che ciascuno sia responsabile delle proprie azioni e le condizioni in cui ci troviamo non possano essere mai intese come giustificazioni per i comportamenti. È evidente però che le condizioni in cui ci troviamo influenzano la scelta in modo difficilmente sopravvalutabile. Questo significa che l’8 settembre e nei giorni e mesi che seguirono alcuni italiani scelsero rettamente e altri no, e al contempo che i confini tra i comportamenti quasi sempre non sono nitidi, ed è largo il campo delle sfumature, delle posizioni intermedie, delle ambiguità. Persino a chi sceglie sovente non sono del tutto chiari i motivi che lo hanno portato a una decisione. E allora da tutto questo scaturiscono conseguenze spesso inattese a noi stessi, come quelle in cui si trova Juan Miranda, il personaggio interpretato da Rod Steiger nel film di Sergio Leone “Giù la testa”, di volta in volta bandito, vittima della guerra, vendicatore dei propri figli, fino a venire acclamato come eroe della lotta per la libertà.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 giugno 2017
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Partigiani della “Sergio De Vitis” in Val Sangone nel maggio 1944

Nella primavera del ‘44, al tempo della grande offensiva nazifascista nelle valli del Piemonte, mio nonno Aldo Melli z’’l ha 15 anni. Dopo l’8 settembre i genitori hanno trovato rifugio a Forno di Coazze, una piccola frazione sopra Giaveno, in Val Sangone, dove non esiste elettricità e acqua corrente. La minuscola borgata è collegata ai paesi del fondovalle da un sentiero in terra battuta. Con l’arrivo della bella stagione Aldo scappa di casa per unirsi alla banda partigiana “Sergio De Vitis”, attiva nella valle. Ad aprile un grosso lancio di armi da parte degli Alleati si risolve in un fallimento, con la maggior parte delle casse che cade nelle mani dei militi fascisti ed enormi rischi corsi per recuperare qualcosa che spesso, una volta montato, si scopre inutilizzabile. Per consentire il lancio notturno, a lungo atteso, i partigiani accendono fuochi che anche altri occhi possono vedere. E che infatti altri occhi, quelli dei tedeschi e dei loro alleati, vedono. Immagino mio nonno ragazzo con il naso in su, a cercare nel buio pezzi di mitragliatrici e nastri di munizioni che piovono dal cielo appesi a piccoli paracaduti, indeciso se gettarsi con i compagni alla ricerca di quella manna oppure allontanarsi prudentemente.

Presso l’alpeggio del Sellerì

Poi, il 10 maggio, dopo alcuni rastrellamenti nelle valli del cuneese, almeno duemila nazifascisti, in maggioranza italiani, arrivano in Val Sangone. Salgono verso Forno di Coazze e piazzano posti di blocco più in basso, a emiciclo, per chiudere i partigiani in una morsa: sotto Giaveno e presso i paesi di Avigliana, Trana e Cumiana. Salgono. Ai partigiani resta una sola via aperta, quella delle montagne. Gli uomini della “De Vitis” si ritirano in disordine verso l’alpeggio del Sellerì, ma sono in molti a cadere. Ci sono altre formazioni partigiane nella zona, ma il coordinamento è quasi nullo, le armi scarse e insufficienti le munizioni; per di più la valle è molto stretta ed è difficile scivolare tra le maglie lasciate aperte dai rastrellatori. E’ l’alba del 10 maggio e i nazifascisti avanzano, avanzano all’alba di un giorno qualunque di 73 anni fa, un arco di tempo inferiore a quello della vita di un uomo. I partigiani si difendono come possono e fuggono verso le cime, intere borgate, tra cui Forno, vengono date alle fiamme e numerosi civili condotti a valle. I partigiani cadono a dozzine, la banda “De Vitis” è decimata e i sopravvissuti arrestati o dispersi. I fascisti passano vicino a Aldo, a pochi metri, ma non lo vedono e proseguono oltre. Mio nonno si salva per caso. Aspetta il calare della notte per gettarsi a valle e guadare nel buio il torrente Sangone.

Il 18 maggio i rastrellatori abbandonano la Val Sangone e ridiscendono in pianura, ma continuano ancora per settimane le incursioni, per spostarsi poi più a nord, nella zona di Lanzo. Il volume “Italiani insieme agli altri. Ebrei nella Resistenza in Piemonte 1943-1945”, frutto del lavoro di Gloria Arbib e Giorgio Secchi sulle carte dell’Archivio Ebraico Benvenuto e Alessandro Terracini, di Torino, e pubblicato da Zamorani, tenta di seguire i percorsi di decine di ebrei piemontesi nella Resistenza. A volte le notizie sono molte, a volte scarse; obiettivo è allora riannodare i fili spezzati della memoria e tesserli insieme. E non smettere di riunirli e tesserli ancora perché il tempo fa presto a sfilacciare lo spago e sciogliere i nodi. L’oblio si vince tessendo e tessendo, senza posa, tessendo memorie di uomini importanti, di eroi della lotta di Liberazione, e di ragazzi di 15 anni con il naso in su.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 aprile 2017
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25 aprile. Una grande festa, ma non una festa di tutti. Perché tutti significa nessuno, e allora è come cancellare con un colpo di spazzola la festa, questa festa.

Ci sono quelli che affermano che i morti sono tutti uguali, dimenticando però che i vivi non lo sono, quando fanno scelte diverse. Chi crede che il passato sia finito, chiuso: oggetto di storia, se va bene, non di memoria viva qui e ora. Alcuni danno per assodato che la memoria del passato autorizzi all’indifferenza nel presente e tengono a rimarcare le sofferenze proprie, ma spesso ignorano quelle altrui. Chi dice che i caduti per un ideale sono tutti da ricordare, da onorare in pari grado, dimenticando però di sottoporre a giudizio quell’ideale. Chi, per tutto questo, persegue la riabilitazione di coloro che combatterono, nella Repubblica Sociale, con la Germania nazista e vorrebbe annullare il significato del 25 aprile facendone una ricorrenza cimiteriale, svuotata, un omaggio ai morti anziché un’occasione di riflessione sulle ragioni per cui combatterono e morirono alcuni vivi. Questa festa, io credo, non può essere vostra.

Poi ci sono quelli che fanno della lotta di Liberazione un termine di comparazione universale, applicato con disinvoltura in ogni situazione. Il comparativismo da strumento di ricerca si tramuta in fine, esasperato conduce a un’attualizzazione della festa, ma anche a una perdita del suo significato: uno schiaffo dato da una maestra a un bambino non può essere catalogato come “fascismo” o la difesa di privilegi corporativi come “Resistenza”. E c’è infine chi completa il rovesciamento, e allora magari ritiene che il fascismo oggi sia Israele, epitome dell’ebreo, e Resistenza l’opera di quella porzione di arabi palestinesi che combatte, con le parole e con le armi, per l’abbattimento dell’ “entità sionista” tramite l’annientamento dei suoi abitanti. Anche in questo caso, la festa non è vostra.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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