Rabin

Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 novembre 2017
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Tutti gli anni, all’inizio di novembre, a Torino viene organizzata una serata in ricordo di Yitzhak Rabin, lo statista israeliano assassinato da Ygal Amir, ebreo, il 4 novembre 1995. In molte comunità ebraiche di tutto il mondo, e naturalmente anche in Israele, si svolgono momenti di ricordo analoghi. Perché, a distanza di oltre venti anni, continuare a dedicare questo spazio alla figura di Rabin? La domanda non è retorica: al contrario, viene posta sempre più frequentemente, soprattutto in Israele, non senza intenti polemici e strumentalizzazioni. Una prima risposta, come ha scritto Simone Disegni su HaKehillah, è che la figura di Rabin è quella del combattente per la difesa di Israele e del sognatore di una pace possibile, di un uomo straordinariamente realista e di chi è convinto che ci sia un tempo, un tempo giusto, per ogni cosa.

Ma c’è di più, perché ricordare Rabin non basta. Dobbiamo ricordare anche il suo assassino, il suo assassino ebreo. Dobbiamo mostrare, dobbiamo guardare tutti gli anni le immagini che precedettero il 4 novembre. Le manifestazioni di decine di migliaia di persone, non solo ebrei residenti nei territori oltre la Linea verde, in cui sventolavano insieme bandiere del Likud e dei gruppi extraparlamentari della destra estremista e violenta, cartelli mostravano Rabin con la divisa di Eichmann e la croce uncinata al braccio o la kefiah dei terroristi palestinesi, venivano gridati slogan contro i “traditori di Oslo”, gli “ebrei che odiano se stessi”, il “governo antisionista”. E poi striscioni di “morte ai traditori” e roghi di fotografie di Rabin al grido “con il sangue e con il fuoco cacceremo Rabin”. A pochi passi, tra gli altri, Benjamin Netanyahu, il politico che più di tutti seppe cavalcare la protesta, non disse una parola contro le violenze che cominciavano a diffondersi, ma anzi ne fu corresponsabile, incitando a “difendere Gerusalemme unita” di fronte a chi letteralmente dipingeva il primo ministro laburista come uno degli assassini di Auschwitz. L’uccisione di colui che tanto aveva fatto in direzione di una pace difficile ma possibile da parte di un altro ebreo è simbolo della fine dell’età dell’innocenza per Israele.

E’ importante, credo, ricordare questo, e insieme ricordare la manifestazione per la pace voluta da Rabin, che ebbe partecipazione molto superiore, e al termine della quale Ygal Amir sparò. Non è importante ripetere e ricordare per non dimenticare una tragedia del passato, ma per un altro motivo, molto più semplice e evidente: perché ci riguarda, ci riguarda da vicino oggi più che mai. Ci riguarda perché la tomba di Rabin, sul monte Herzl a Gerusalemme, vicino a quelle dei fondatori e dei soldati caduti in difesa dello Stato, è l’unica sorvegliata da telecamere, poiché è stata vandalizzata più volte da estremisti ebrei. Ci riguarda perché i responsabili del clima di violenza e odio che nel 1995 ha armato la mano dell’assassino sono gli stessi che ancora oggi diffondono odio: medesimi gli ambienti, medesime spesso anche le persone. Ci riguarda perché è fortissima la voglia, da parte di una certa Israele, di dimenticare Rabin, perché nel 2016 le stesse manifestazioni che si sono tenute nello Stato ebraico sono state ridotte e sotto tono, l’evento più partecipato e sentito, in piazza Rabin a Tel Aviv, è quasi saltato per “mancanza di fondi” ed è stato organizzato in extremis solo per iniziativa del Partito laburista. Il rischio è che questi momenti siano sempre più isolati, fugaci, insignificanti. Nasce perciò un’altra domanda: come fare per evitare che il ricordo e l’insegnamento si trasformino in cerimonia?

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 novembre 2017
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Alcuni mesi fa, durante un discorso alle Nazioni Unite, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto: “I trattati di pace con Egitto e Giordania continuano a costituire ancore di stabilità in un Medio Oriente instabile”. Il giorno dopo, con la mia amica Anna ho visitato il centro che porta avanti l’eredità di uno degli uomini che dedicarono la propria vita a queste ancore, il Centro Yitzhak Rabin.

Durante la visita mi è tornato in mente un episodio di quando facevo la guida per Zofim, il movimento scoutistico israeliano. Dovevo condurre una peulà (attività) con un gruppo di ragazzi delle scuole medie nel giorno del ricordo di Rabin. Al termine della peulà, in cui avevamo discusso dell’assassinio di Rabin e della questione dell’incitamento a uccidere, uno dei giovani mi ha chiesto: “Perché c’è un giorno dedicato a Rabin e non ad altri primi ministri?”. Per rispondere alla domanda ho organizzato un’altra peulà. Questa volta non su Rabin, ma su Barni, un bambino con un nome di fantasia. Ho detto agli studenti che Barni era uno scout preso di mira dai coetanei. Molti tra gli altri scout non prendevano parte agli atti di bullismo, ma non facevano neanche nulla per fermare chi invece lo faceva. Un giorno Barni viene picchiato. A partire da questa storia abbiamo cominciato a discutere del significato della responsabilità collettiva.

In questo modo ho spiegato che, analogamente, lo scopo del giorno in ricordo di Rabin non è soltanto quello di trasmettere la sua eredità di primo ministro coraggioso e visionario, ma anche di insegnare una lezione che parte dal suo assassinio, una lezione per migliorare il futuro di Israele. Terminata la peulà, lo studente che mi aveva interrogato sul senso di un giorno del ricordo mi ha detto di aver compreso davvero perché l’assassinio di Rabin deve continuare a essere commemorato.

Il Centro Rabin sembra costruito esattamente per rispondere alla domanda del ragazzo. Presenta la straordinaria vita di Yitzhak Rabin e la sua morte tragica, elementi cardine della storia di Israele il cui impatto non può essere ignorato o dimenticato affinché sia frantumato il rischio di una ripetizione.

Il cuore del Centro Yitzhak Rabin è il museo di Israele. Grazie a quasi 200 brevi filmati, i visitatori esplorano la storia e la nascita dello stato attraverso sale espositive, ciascuna incentrata su punti di svolta dello sviluppo del paese. Sono presentati i conflitti, le sfide sociali e le domande a cui il paese ha cercato di rispondere, ma anche i suoi successi. Lungo il corridoio interno e intrecciata al resto del museo, ecco la storia della vita di Yitzhak Rabin, come un filo rosso lungo la storia e lo sviluppo di Israele.

Il Centro dispone anche di workshop per trasmettere a ogni studente, soldato e giovane israeliano appartenente a qualsiasi settore della società i valori di cui si fa portavoce. Seminari danno vita a esperienze di grande valore che arricchiscono 12.000 studenti di scuole superiori e 13.000 giovani soldati dell’Idf ogni anno. Chi partecipa a questi programmi educativi impara a vedere in Rabin un modello di leadership per la sua fede accanita nella responsabilità sociale e per la fiducia nella pace e nella sicurezza. Così si può diventare consapevoli del proprio ruolo per promuovere il benessere e l’unità del popolo di Israele. I workshop interattivi portano a discutere questioni chiave per giovani leader: democrazia, identità, responsabilità, libertà di espressione in una società pluralista.

La missione del Centro è assicurare il ricordo delle vive lezioni che possiamo trarre dalla vicenda di Yitzhak Rabin e modellare una società e una leadership che siano aperte al dialogo, alla democrazia, al sionismo e alla coesione sociale.

Nel Centro possiamo imparare molto anche di Menachem Begin, un leader del partito rivale di Rabin, il Likud. Infatti, al di là delle differenze politiche, Begin ha posto una delle summenzionate “ancore” in questa regione instabile, firmando nel 1979 l’accordo di pace con l’Egitto di Anwar Sadat. Tutto ciò porta a pensare che gli uomini dotati di vision e desiderosi di pace, tra di essi anche l’ex presidente dello stato Shimon Peres, scomparso lo scorso anno, sappiano andare oltre le divisioni politiche.

Perciò consiglio caldamente la visita del Centro Rabin a chi vuole imparare che cosa sia Israele e come si configuri il suo mosaico politico. Lo consiglio anche agli israeliani, qualunque sia il loro orientamento politico, perché credo che, per elaborare un’opinione, occorra conoscere la nostra storia e come essa viene raccontata. Se qualcuno mi chiedesse perché, la mia risposta sarebbe la stessa che ho dato ai giovani che mi chiedevano che senso avesse la giornata in ricordo di Rabin: la responsabilità collettiva.

Michael Sierra 

(© The Times of Israel – traduzione a cura di HT)

Da The Times of Israel


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 novembre 2012
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Il testo della lettera che segue rappresenta la prospettiva dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia in merito al conflitto in Medio Oriente in seguito al riesplodere della violenza tra le parti nella settimana fra il 14 ed il 21 novembre scorsi.

L’intervento è stato pubblicato in anteprima dall’Huffington Post Italia (puoi trovarlo cliccando qui).

Per ogni commento, reazione o ulteriore informazione, come sempre, è possibile contattare il Consiglio Esecutivo 2012 all’indirizzo info@ugei.it.

Roma, 23 novembre 2012

Caro direttore,

quando la violenza e la guerra bussano alle porte delle nostre case, nessuno di noi è mai sufficientemente allenato per non essere sconvolto dalle emozioni, dal furore e dall’indignazione. Ogni cittadino cosciente e sensibile è sempre e necessariamente turbato nel più profondo, specialmente in un continente come l’Europa che della guerra ha un ricordo ancora ben fresco e drammatico. Specialmente, a maggior ragione, se tali notizie giungono ancora una volta dal Medio Oriente, terra martoriata e senza pace, per gli europei, dolorosamente, “vicinato” eternamente turbolento.

Ciononostante, crediamo che anche nel mezzo dello spavento e dell’angoscia fisiologici determinati dal conflitto sia indispensabile mantenere la lucidità e riflettere adeguatamente sulle forze che hanno determinato quest’esplosione di violenza contrapposta. Nel conflitto mediorientale fino a pochi giorni fa sotterraneo ed ora di nuovo esplicito – è bene ribadirlo una volta per tutte – non si affrontano una ragione ed un torto, e neppure, come andava di moda affermare alcuni anni fa, due ragioni contrapposte. Più esattamente, in questo momento si affrontano due ragioni e un torto. Da una parte, il diritto inconfutabile d’Israele a difendere ad ogni costo la propria gente da minacce gravi e incessanti alla sopravvivenza stessa dello Stato, concretizzatesi in particolare negli ultimi mesi (nel colpevole silenzio della stampa internazionale) in un assedio micidiale di razzi lanciati quotidianamente sulle sue città meridionali. Dall’altra, il diritto altrettanto sacrosanto del popolo palestinese a vedere la sua ambizione nazionale finalmente realizzata, ad auto-governarsi ed a vivere in pace, benessere e sicurezza con i propri vicini. In terzo luogo, tuttavia, un torto drammatico, quello di Hamas, organizzazione teocratica e terroristica, che si prefigge nella sua stessa carta fondante l’obiettivo prioritario della distruzione dello Stato d’Israele, la cui esistenza neppure riconosce. Su queste basi, il negoziato è di fatto impossibile, a tutto danno tanto degli israeliani quanto dei palestinesi entrambi colpiti al cuore dei propri diritti sopra menzionati.

Quanto chiarito fin qui, naturalmente, deve andare di pari passo con il rigetto di ogni violenza, da qualsiasi parte essa provenga. I giovani ebrei italiani che ho l’onore di rappresentare costituiscono un universo variegato ed estremamente vivace, per quanto limitato numericamente, ed al nostro interno si confrontano costantemente anime ed opinioni differenti. Su una cosa tuttavia tutti conveniamo, ed è il valore supremo e universale della vita umana, del creato che la stessa cultura ebraica c’insegna essere sacro e inviolabile. Per questo ogni vita perduta in un conflitto rappresenta una tragedia, un dolore incolmabile – specialmente quando si tratta di civili incolpevoli. Per questo, in ultima analisi, accogliamo con sollievo la notizia del cessate il fuoco tra Israele e Hamas ottenuto grazie alla mediazione di Egitto e Stati Uniti. Dal momento stesso dell’entrata in vigore della tregua, tuttavia, diventa ora fondamentale che tutti gli attori in grado di influire sugli eventi – a cominciare dal neoeletto Presidente Obama – s’impegnino pienamente per depotenziare alla radice i problemi che stanno al fondo di questo conflitto, a cominciare dal rifornimento incessante di missili che Hamas è pronta a lanciare sui civili israeliani da parte dell’Iran, vero mandante di questa provocazione. Uno Stato il cui governo autoritario proclama un giorno la negazione della Shoà come una favola inventata per avvelenare il mondo e il giorno dopo la determinazione ad annientare Israele ed estirpare il “cancro sionista”, mentre indisturbato continua a portare avanti nelle proprie centrali il processo d’arricchimento dell’uranio, processo che ancora pochi giorni fa gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica hanno confermato essere in piena crescita ed ammesso di non poter garantire essere sviluppato “unicamente a scopi civili”.

E tuttavia, caro direttore, proprio in questi giorni siamo al contempo perfettamente consapevoli che, pur a partire dalle nostre differenze, pesa precisamente sulle nostre spalle – giovani ebrei, musulmani, cattolici, laici ed appartenenti ad ogni altro credo – la responsabilità morale in questo momento storico di non arrenderci alla logica della contrapposizione ad ogni costo, ma di avere il coraggio e la sfrontatezza di riportare nell’agenda mediorientale l’obiettivo ultimo della pace e della convivenza fra popoli. Proprio dall’Europa in cui viviamo – pure martoriata dalla crisi – crediamo arrivi un messaggio universale e potentissimo a questo proposito: la pace, come il riavvicinamento franco-tedesco degli ultimi sessant’anni ha ampiamente dimostrato, si costruisce necessariamente fra popoli che fino ad un minuto prima si erano combattuti ferocemente, e proprio per questo, per definizione, non è mai impossibile.

Soltanto poche settimane fa Israele ed il mondo ebraico tutto hanno commemorato solennemente come ogni anno l’anniversario della scomparsa di un grande uomo del Novecento, Yitzhak Rabin, militare israeliano che, giunto ai massimi vertici dello Stato, mobilitò tutta la sua energia umana e politica per condurre finalmente la nazione alla stabilità e alla pace con i suoi vicini, raccogliendo attorno a sé uno straordinario movimento di supporto tanto interno quanto internazionale. Giunse a un passo dal realizzare tale sogno, e per questo fu eliminato dall’odio cieco di un estremista. Onorare la memoria di Rabin, oggi, significa credere, anzi pretendere, che al di là del fuoco una prospettiva di pace esista.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 novembre 2012
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Quando un paio di settimane fa ho visto, a Roma, le scritte sui muri di Piazza per ricordare Shlomo Venezia, sono rimasto un po’ perplesso.

Mi sono chiesto “Ma non c’è un modo migliore di ricordare?”. Tra le risposte che mi sono venute in mente, le uniche pubblicabili sono:

1. No. Le cerimonie sono formali, una scritta sul muro è autentica.

2. Forse, ma non bastano. L’abitante del mondo moderno è abituato a scrivere sul Muro virtuale, e quando questo non basta, si rivolge al muro fisico.

3. Si. La scritta sul muro è più che un ricordo un urlo. Chi l’ha fatta voleva dimostrare autenticità, senza pensare ai danni collaterali.

4. Probabilmente, ma a chi ha fatto la scritta che importa? Lui ha lasciato il segno. Se un giorno riceverà la domanda “ma non avevi un modo migliore di ricordare?”, forse non risponderà, o balbetterà qualcosa del tipo “eh beh, ma mi è venuto così”.

Non so se queste risposte sono legittime. Fatto sta che mi sembra che a costo di ricordare – e di ricordare anche immediatamente! – forse pensiamo che tutto sia legittimo. Ma siamo sicuri che ricordare sia la nostra massima priorità?

La dedica sui muri del ghetto

Ci sono periodi in cui anche in Israele il ricordo diventa un imperativo assoluto. Uno di questi periodi è verso Maggio, quando cadono i vari giorni del ricordo della Shoah e dei soldati caduti nelle guerre di Israele. L’altro periodo è proprio in queste settimane, quando viene ricordato l’assassinio di Rabin, sia in data ebraica che in data civile, per essere sicuri che tutti ne prendano parte. Il giorno stesso dell’anniversario, in radio si sentiranno solo canzoni dedicate alla pace ed in televisione si parlerà principalmente di “tu dov’eri quando è stato ucciso Rabin?” e si intervisteranno tutte le parti in causa. La nipote Noah, il presidente Peres, la guardia, il medico. E così via per una settimana almeno. All’assassinio del Presidente del Consiglio per mano di un cittadino viene data la stessa importanza che viene data alla morte delle migliaia di soldati dal 1948 ad oggi, ed ai caduti nella Shoah.

La domanda rimane la stessa. Ma non c’è un modo migliore di ricordare?

Nel caso di Rabin, quest’anno c’è stata una svolta. La cerimonia principale, quella celebrata nella piazza oggi intitolata allo stesso Rabin dove egli fu assassinato nel 1995, invece di venire organizzata dalla famiglia Rabin o da organizzazioni di sinistra come ogni anno è stata organizzata dai movimenti giovanili. Il significato è enorme: il ricordo di Rabin non è più un patrimonio privato della sinistra israeliana che ne sostiene gli ideali politici, ma diventa un esempio per ricordare a tutti i giovani che l’ideologia non regge senza un popolo unito. Per questo motivo, per la prima volta quest’anno anche i membri del Sionismo Religioso sono intervenuti a supportare la nuova agenda. Diciassette anni dopo, la tragedia diventa una spinta positiva e naturale per promuovere una società migliore.

Cosa promuove la scritta sul muro in Piazza? Forse fa da contrappeso alle scritte antisemite che Venezia vedeva sui muri di Roma e che tanto lo preoccupavano. Ma non sono sicuro che essa basti a promuovere un ricordo utile a migliorare la comunità. Il ricordo rimane un ricordo a se stante, importante “per non dimenticare”, o per altri slogan. Il bambino che è nato ieri e che vedrà la scritta ogni giorno quando andrà a scuola cosa imparerà da quella scritta?

Forse il prossimo passo è fare del ricordo uno strumento utile per insegnare a tutti i membri della comunità qual è il prossimo passo per educare le nuove generazioni al loro futuro, e non solo al nostro passato.

Concludo con una battuta di Guri Alfi, un comico israeliano. Quando in una trasmissione un suo collega afferma, pungente, che “noi siamo il popolo del libro, ma abbiamo perso il segnalibro”, Alfi ribatte veloce: “A noi non serve il segnalibro per ricordare! Ci basta la Shoah”.

 Avy Leghziel

(su Twitter: @avyleg)

 



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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