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Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 marzo 2017
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ravviterbo“Eli ata veodeka… ecco qua una bistecca”. Ti devo molto rav Achille Viterbo. Ti dobbiamo molto tutti noi. Quando eravamo piccoli ci radunavi per il talmud torah del mercoledì, ci traslitteravi le principali preghiere e ce le facevi imparare. Io, Beniamino, Giulia, Isak e Ruben eravamo delle pesti, ma tu ci volevi bene, e ti dedicavi a noi con passione. Per farci imparare a memoria lo Shemà ci avevi promesso una tavoletta di cioccolata per ogni brano, una ricompensa ghiotta per dei bambini alle elementari: una piccola per il primo brano, una grande per il secondo e un’altra piccola per il terzo. Venivi a casa nostra quando non eravamo noi a venire da te. Con un registratore e un audio cassetta ci hai registrato le nostre prime teffilot e aftarot. Io dissi la mia prima a dieci anni, il secondo giorno di Pesach; Beniamino invece ne aveva undici e lesse l’aftarà di Shabbat chol hamoed. L’anno dopo ci facesti fare a cambio. Ognuno aveva la propria parte del seder di Pesach da dire, anche se quella della Giulia era più lunga, perché lei la leggeva senza cantarla.

Ci radunavi, da più piccoli, a Purim, per fare il pozzo. Ognuno portava dei regalini incartati e venivano messi nel “pozzo”, da cui a turno li pescavamo. Ognuno tornava a casa con dei nuovi regali. A ogni festa facevi in modo che noi fossimo coinvolti: le favette a Simchat Torah, le bische clandestine di cioccolatini giocati al sevivon a Chanukkà e gli schiaffetti alla benedizione dei bambini.

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La sinagoga di Padova

Mi ricordo quando venivi dalla nonna, lei ci teneva molto che tu mi insegnassi l’Allelujà dell’Allel. L’ultima preghiera che mi hai insegnato è stato Musaf. Con il tuo fare gentile venivi a casa per registrarmi una nuova parte e per sentire come avessi imparato quelle registrate la settimana precedente. Conserverò per sempre con grande affetto quelle audiocassette. Mi ricordo quando mi dicesti di farmi insegnare da rav Locci la parte della kedushà, perché lui la cantava meglio. Ti ho pensato molto questo Shabbat, quando l’ho recitato, così come ieri sera, quando ti ho ricordato durante una cena di Shabbat per ragazzi che ho organizzato.

Ci siamo visti l’ultima volta alcuni anni fa al tempio a Trieste. Eri così orgoglioso di presentarmi come un tuo allievo, e ricordo l’affetto con cui mi desti la berachà.

Grazie mille di tutto rav, veglia su noi tutti.

Benedetto Sacerdoti


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 novembre 2016
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Nel corso dell’anno che si sta avviando a conclusione l’Ugei ha cercato di stringere legami sempre più solidi con Delet, l’Assessorato alle Politiche Giovanili della Comunità Ebraica di Roma, di cui è attualmente responsabile Ruben Spizzichino. Obiettivo condiviso è stato il coinvolgimento nelle attività da noi proposte dei giovani della più numerosa comunità ebraica italiana. Nel 2016 gli appuntamenti più significativi organizzati in comune da Ugei e Delet sono stati il secondo seder di Pesach, ad aprile, e la festa di Sukkot, a ottobre, due successi notevoli in termini di intensità e partecipazione, segno di una collaborazione che ci auguriamo venga implementata nel futuro prossimo. Abbiamo intervistato Ruben Spizzichino sul significato e le potenzialità del coordinamento, a Roma, tra Ugei e Delet, sulla composita realtà giovanile romana, su come viene percepita nella capitale l’Unione dei giovani ebrei italiani.

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Ruben Spizzichino

Si è svolto da poco l’evento di Sukkot, organizzato in collaborazione da Ugei e Delet. Com’è andata? Il nostro bilancio è più che positivo. Viviamo un periodo estremamente complesso e sappiamo quanto sia difficile al giorno d’oggi aggregare, ancora più complicato quando si parla di giovani. Non possiamo lamentarci dei risultati ottenuti giovedì 20 ottobre. La serata era inserita in una settimana già colma di iniziative, inoltre la concomitanza di due eventi ebraici e soprattutto della partita della Roma in Europa League avrebbero potuto decimare il nostro bacino. Invece siamo riusciti a raggiungere quasi 200 ragazzi e ragazze. Buona musica e fiumi di sushi hanno contraddistinto la serata, soddisfacendo anche i partecipanti più esigenti.

A Roma c’è un terreno condiviso di incontro e confronto per i giovani? I movimenti giovanili ebraici, Bene Akiva e Hashomer, costituiscono i primi luoghi di incontro, confronto e a volte scontro di noi giovani. Tuttavia pensare ad un solo e unico terreno di incontro credo sia riduttivo. Oggi vediamo il prolificarsi di organizzazioni ebraiche giovanili, ognuna con la propria peculiarità. E’ vero che aumenta il pluralismo, ma anche la debolezza in seguito alla frammentazione della realtà giovanile. Inoltre non dimentichiamoci di quanto e come Facebook stia sostituendo le pratiche tradizionali di confronto.

delet-logoA chi si rivolge Delet? Chi partecipa agli eventi che organizza? Ci sono gruppi di giovani ebrei difficili da raggiungere e, viceversa, altri che partecipano assiduamente? Delet – Assessorato alle Politiche Giovanili si rivolge a un pubblico eterogeneo, dai 18 ai 35 anni. Coprendo un range di età molto ampio, Delet ha sviluppato diversi format in relazione al target da coprire. Un esempio è Delet Art, dedito ad attività di stampo artistico e culturale, che nel corso del tempo ha riscosso molto successo, specialmente tra i più grandi. A proposito di giovani ebrei difficili: un fenomeno chiave su cui vorrei soffermarmi è l’allontanamento dei giovani ”vicini”. In passato la partecipazione agli ambienti o eventi comunitari era sinonimo di integrazione, oggi invece, vediamo un’ostentata indifferenza nei confronti degli organi adibiti all’aggregazione. Il paradosso romano ci mostra come siano proprio gli “esterni” o cosiddetti “ebrei lontani” ad aderire agli eventi comunitari, mentre gli ebrei “attivi” si trovano nella posizione di poter rifiutare l’offerta comunitaria.

sukkotCredi ci siano differenze di rilievo tra gli interessi, aspirazioni e orizzonti dei giovani ebrei romani e quelli dei giovani delle comunità del nord Italia? A mio avviso le discrepanze sono marginali, parlare di differenze rilevanti credo sia azzardato. Inoltre anche se fossero di rilievo, non credo che il fattore geografico sia così determinante. Conosco molti giovani romani in contrasto con romani ma in accordo con torinesi e viceversa. I nostri orizzonti, le nostre speranze, i nostri interessi, sono condivisi con ogni giovane ebreo, ci prefiggiamo di potenziare e promuovere la gioventù ebraica al di là della provenienza.

ugeilogoChe cosa ritieni che debba fare l’Ugei in generale? E nello specifico a Roma? Come viene percepita l’Unione giovanile nella tua città? Cosa fare per migliorare? Nell’ultimo anno L’Ugei ha dovuto affrontare situazioni critiche. L’organizzazione era reduce da un Congresso povero di partecipanti e candidati, il che alimentava un’atmosfera demoralizzante. Nonostante ciò, molte sono state le iniziative intraprese volte ad accrescere e avvalorare la partecipazione dei giovani ebrei. Certo è, che molto ancora è da migliorare. Dall’interno, l’Ugei dovrebbe potenziare il sostegno alle attività sociali, culturali e religiose organizzate da associazioni, organizzazioni e movimenti giovanili. Invece sul fronte estero, anche in relazione al grave problema dell’assimilazione, dovrebbe incentivare gli scambi tra le giovani e i giovani ebrei nel mondo, promuovendo la circolazione e gli incontri. Un altro punto di sviluppo è proprio il rapporto tra Ugei e Assessorato alle Politiche Giovanili di Roma. Statisticamente comprendiamo più della metà delle utenze Ugei. Il dato che fa riflettere ci mostra che Roma è la comunità più grande d’Italia, ma nel 2016 solo un rappresentante dell’Ugei vive nella capitale. Ciò conferma un mancato radicamento a livello locale. Lavoreremo con impegno e dedizione in sintonia con il Consiglio Ugei 2017, oltre le barriere, al fine di limare le distanze, e rinvigorire il nostro legame. Siamo già all’opera per portare Roma all’Ugei e l’Ugei a Roma.

A cura di Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 luglio 2016
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Ricordo di Elie Wiesel - disegno di Deboara Spizzichino per Hatikwà
Ricordo di Elie Wiesel – Disegno di Debora Spizzichino per Hatikwà

Le parole sono armi e la conoscenza è una corazza, valide nella difesa e nell’attacco risultano incredibilmente flessibili. Questo è il messaggio che è emerso il giorno 14 luglio nei pressi del giardino del Tempio  di Roma dalla conferenza in ricordo del premio Nobel per la pace Elie Wiesel.

Si sono alternati gli interventi di Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah e Maurizio Molinari, direttore della “Stampa”, entrambi insistendo sull’importanza della memoria condivisa e sul pericolo imminente cui va incontro: la scomparsa dei testimoni oculari. Quando questi non ci saranno più a chi delegare il compito di raccontare? Con quale strumento e con quale fermezza? Molinari interviene ricordando un aneddoto raccontatogli da Wiesel, che vide sei testimoni della Shoah cominciare il racconto della terribile esperienza e i nipoti concluderlo. Questa è l’idea che egli aveva della narrazione: la storia vissuta dalle vittime è la medesima che deve essere riportata dai discendenti.

Oltre all’anima del sopravvissuto in Elie Wiesel risiedeva quella del leader militante e dell’insegnante. Fu tra i fondatori del Museo della Shoah di Washington ma la devozione alla libertà difesa dagli Stati Uniti mal si sposava con l’indifferenza mostrata dagli stessi nel non aver bombardato i campi di sterminio a guerra quasi conclusa. Sentiva la necessità di ricordare all’America questo errore e lo sottolineava ogni qual volta ne avesse occasione. Le opportunità non mancarono: prima con Reagan e poi con Obama cui raccontò il motivo per il quale risulta impossibile difendere la memoria della Shoah senza difendere Israele e ricordò la ragione per cui Auschwitz non fosse stata bombardata: l’assenza di un leader risoluto in grado di parlare con Roosevelt lasciando il campo a una dilagante indifferenza.

wieselWiesel era espressione e interprete del popolo ebraico, credeva nel potere del Talmud come base per la formazione identitaria e antidoto all’odio, di cui lo studio uccide i frutti marci. Diffondeva ideali di libertà che lo portarono ad amare prima Parigi e poi New York e ancora Gerusalemme, cuore pulsante di un’identità mai spenta. Faceva attenzione ai diversi pubblici che aveva davanti adeguando a essi il suo linguaggio. Le parole sono ponti tra un passato poco conosciuto e un presente ancora da definire, si deve combattere con la puntualità delle parole e la chiarezza dei discorsi, preferendo racconti poco estesi e precisi. Parlando con Obama comparò l’uscita degli afroamericani dalla schiavitù con quella degli ebrei raccontata nell’Haggadah, e segnò così l’inizio della celebrazione di Pesach alla Casa Bianca.

Wiesel era tra i pochi capaci di dialogare risultando universale, battendosi non solo per la causa ebraica ma anche per quella dei popoli dei Balcani a fine anni ’90. Bisogna ricordare le duplici facce del razzismo e più in particolare dell’antisemitismo: quella che si insedia in ambienti in cui l’ebraismo c’è ed è parte integrante dell’assetto sociale e quella in cui è visto come qualcosa di lontano e negativo: l’approdo è uguale ma le cause diverse e diverso è l’approccio da utilizzare quando le si vuole contrastare. A noi spetta il compito più arduo data la posizione mediana: non siamo testimoni e tanto meno storici, tuttavia dobbiamo fregiarci dei loro stessi strumenti, gli unici capaci di contrastare il germe propagatore di ostilità e rancore.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 aprile 2016
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25aprileSu una cosa non si può che essere d’accordo: era importante esserci per celebrare il 25 aprile. Bisognava esserci tutti, ognuno col proprio cappello, con la propria diversità, ma uniti dallo stesso intento. Purtroppo però c’è qualcuno che a Milano, ieri (e negli anni passati), era appositamente in piazza per altri motivi. I soliti gruppi di violenti dei movimenti per la Palestina, pronti a far partire insulti antisionisti al passaggio della Brigata Ebraica, tralasciando completamente il senso di ciò che si stava celebrando. Da qui la necessità, anche da parte dell’UGEI di dover prendere una posizione, quella di sfilare con lo striscione “con la Brigata ebraica, contro ogni fascismo”. Lo abbiamo fatto convinti del pieno sostegno e della tutela di tutte le forze dell’ordine, ma sicuramente in un clima che non è quello che ci si vorrebbe attendere in una giornata del genere. Voleva essere una festa, e in parte lo è stata, ma la ferita resta, anche se è alleviata dai molti applausi che hanno accompagnato il passaggio della Brigata stessa, del nostro striscione e di quelli delle altre sigle che accompagnavano la Brigata.

Ci ritroviamo ancora nella festa di Pesach, ma già in quel periodo, l’omer, che lega idealmente la festa dell’uscita dall’Egitto con Shavuot, la festa che celebra la concessione delle tavole del patto. Durante l’omer quindi possiamo osservare l’evoluzione di Am Israel, che da schiavo in terra d’Egitto si ritrova popolo libero con le proprie leggi. Non possiamo fare altro che pensare che finirà questo periodo in cui siamo costretti a subire la logica imposta da quei facinorosi di Milano, che ci vogliono portare sul campo della sfida sionista/antisionista, e che un giorno potremo essere ebrei liberi di festeggiare il nostro 25 aprile in serenità, per ricordare e celebrare tutti coloro i quali si sono sacrificati per renderci italiani democratici.

Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei
Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei

Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 gennaio 2016
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kippahIn un clima di indifferenza pressoché generale al di fuori del mondo ebraico, abbiamo visto, negli ultimi tempi sempre di più, il susseguirsi in tutta Europa di attentati, intimidazioni o semplici situazioni spiacevoli ai danni di molti nostri correligionari. È vero che ciò avviene in un momento storico in cui tutta l’Europa, e non solo, si ritiene sotto la costante minaccia del sedicente Stato islamico, ma è altrettanto evidente, dato il numero esiguo della minoranza che il popolo ebraico rappresenta nel mondo, che esiste un problema più antigiudaico che antisemita.

Fa notizia, dopo l’ultima aggressione di Marsiglia, l’invito fatto agli ebrei dalle autorità francesi di non indossare pubblicamente la kippà o altri simboli distintivi della nostra fede. Forte la reazione del Rabbino capo di Francia Haim Korsia: “Continueremo a portare la kippà”. Forte anche la reazione dell’UEJF, Union des Etudiants Juifs de France, che si è fatta promotrice di un iniziativa che consisteva nel girare per le strade di Parigi proponendo ai passanti (uomini e donne) di farsi una foto con la kippà in testa e un cartello con suscritto l’hastag #kippapeur.

Da qui le imitazione nostrane: Il Foglio, in prima pagina, invita tutti per la Giornata della Memoria del 27 gennaio a indossare una kippà. Tralasciando l’infelice scelta della data, con cui personalmente faccio davvero fatica a vedere una connessione, è interessante osservare come il mondo ebraico abbia reagito alla proposta. C’è chi aderisce con entusiasmo, chi coerentemente con le proprie abitudini sostiene che non la indosserà e chi per le stesse ragioni sostiene che la continuerà a indossare.

Haim Korsia, Rabbino Capo di Francia
Haim Korsia, Rabbino capo di Francia

Siamo sicuri che siano queste le risposte giuste da dare? Non si rischia forse di politicizzare un simbolo intimo, quale è la kippà, che dovrebbe ricordarci della presenza divina al di sopra di noi?

Io ormai da molti anni indosso la kippà tutti i giorni: a scuola, per strada, ora all’università. Forse mi è difficile intendere il senso di questa “reazione d’orgoglio” nell’indossare qualcosa che considero parte del mio vestiario quotidiano. Tanto più mi riesce difficile accettare l’idea che dei non ebrei intendano usare un mio simbolo religioso per una campagna che lasciano intendere, non troppo velatamente, di mettere in opposizione al World hijab day del primo febbraio, in una sorta di guerra, questa sì molto velata, tra civiltà in cui quella ebraica vuole essere chiamata a rappresentare i valori dell’occidente.

Mentre questi pensieri mi balzano per la mente, però, interviene dentro di me un inaspettato senso di déjà vu. Ma nishtana ha-laila ha-zeh mi-kol ha-leilot? Durante i giorni di Pesach siamo soliti cambiare le nostre abitudini. Modificare sensibilmente la nostra vita per renderci conto di chi siamo e di quale sia la nostra storia. In questi anni abbiamo visto in tutto il mondo nascere iniziative come lo Shabbat project: giornate in cui tutto il popolo ebraico si dovrebbe ritrovare unito a condividere  tramite lo shabbat un momento di comunità. A prescindere dall’effettivo risultato in termini di ritorno di partecipazione nelle nostre comunità a fronte di queste iniziative, resta comunque valido il concetto di fondo. Forse allora ha senso anche che tutti gli ebrei si trovino insieme in uno stesso giorno a indossare la kippà per ricordarci ancora di più chi siamo, quale sia il significato di quel pezzo di stoffa e quale sia realmente ciò che ci rende, dovunque nel mondo, un unico popolo.

Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei
Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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