Obama

Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 novembre 2012
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Con le elezioni sempre più vicine (gli israeliani andranno alle urne il 22 Gennaio prossimo), in Israele si inasprisce la corsa elettorale. Mentre gli ultimi sondaggi dichiarano ‘irrilevante’ Kadima, guadagna posizioni il nuovo partito Yesh Atid (C’é futuro), fondato e guidato dall’ex giornalista Yair Lapid (ci si aspetta che ottenga 15 seggi).

Nato a Tel Aviv nel 1963, sposato e padre di tre figli, Yair Lapid è un personaggio molto conosciuto in Israele, sia in quanto figlio del famoso scrittore, politico e giornalista Yosef “Tommy” Lapid, sia per essere stato il volto dei principali programmi televisivi di attualità israeliani. Oltre alla carriera di giornalista, Lapid ha scritto sette libri e recitato in alcuni film. La sua discesa in campo non sorprende tanto vista la familiarità con la politica. Tommy Lapid è stato uno dei volti più conosciuti del partito Shinui (Cambiamento); un partito di centro-destra liberale, laico e anti-religioso, che ha svolto un ruolo attivo nella politica israeliana dagli Anni Settanta fino al 2006, quando si è frammentato. Nemico giurato degli ultra-ortodossi, attivista per la separazione tra religione e stato in Israele con tutte le conseguenze del caso (matrimoni civili, operatività di tutti i servizi e le imprese durante lo Shabat, rimozione delle leggi sull’importazione di prodotti non-casher, sospensione dei sussidi alle Yeshivot ecc.), Tommy Lapid era un reduce della Shoa ed è scomparso nel 2008.

Chi si aspettava che Yair avrebbe raccolto l’eredità politica del padre è rimasto deluso. Con non poca sorpresa, Lapid ha recentemente dichiarato che il numero due della sua lista elettorale sarà Rav Shai Piron, capo dell’associazione delle yeshivot di Petach Tikva, direttore generale di Hakol Hinuch, il Movimento per l’Avanzamento dell’Educazione in Israele e fondatore dell’organizzazione sionista-religiosa Tzohar. Una mossa di marketing? Forse. Lapid deve togliersi di dosso lo stigma di suo padre per massimizzare i consensi e cosí facendo trasmette inoltre un’immagine di unione tra i gruppi sociali dopo anni di turbolenti scontri. O forse no, visto che il primo punto programmatico di Yesh Atid è far arrivare Israele tra i primi dieci paesi al mondo in materia di istruzione. Nonostante ciò, come suo padre, Lapid è ben determinato a fare in modo che anche gli ultra-ortodossi servano nell’esercito e che lo Stato smetta di elargire sussidi alle yeshivot.

Quello che sembra piacere agli israeliani di Lapid è proprio questo giocare fuori dagli schemi, marginalizzando i temi caldi della sicurezza nazionale e concentrandosi sui veri problemi dello Stato Ebraico, quelli per cui lo scorso anno centinaia di migliaia di manifestanti si sono battuti nelle strade del Paese: riduzione dei divari sociali, educazione, alloggi popolari ecc. Oltre sessanta anni di politica israeliana insegnano però che le reali chances di successo per la carica di Primo Ministro dipendono fondamentalmente da due promesse di cui il popolo israeliano ha bisogno: speranza sí, ma anche sicurezza. Per quanto riguarda la politica estera, anche Yesh Atid, come Kadima e Avodah, punta a rilanciare il negoziato con i Palestinesi, per raggiungere una soluzione con due Stati per due popoli, ma mantenendo israeliani i principali insediamenti ebraici in Cisgiordania. “Israele non deve perdere la sua maggioranza ebraica […] Senza un accordo di pace l’identità ebraica e sionista dello Stato di Israele sono in pericolo” – ha dichiarato Lapid, aggiungendo che il suo partito non si unirà a nessuna coalizione di governo se questa non garantirà la ripresa dei negoziati. Per quanto riguarda l’Iran, secondo l’ex-giornalista, l’opzione militare è ancora sul tavolo, ma deve essere considerata come l’ultima risorsa.

Intanto la rielezione di Obama in America ha ridato speranza al centro-sinistra israeliano, per il quale, nel formare una coalizione, l’apporto di Lapid potrebbe essere fondamentale e fattibile proprio in virtù di una comune visione in politica estera, sia per quanto riguarda la preferenza di una soluzione “Obamiana” del problema iraniano, sia per il rilancio dei negoziati con l’Autorità Palestinese.

Con il tramonto di Kadima e un impegno nella sicurezza e nei problemi socio-economici della società israeliana, Yesh Atid potrebbe essere il nuovo punto di riferimento per i centristi israeliani e un’alternativa ai principali partiti. Appuntamento al 22 Gennaio.

 

Alessia Di Consiglio

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 ottobre 2012
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Il 6 novembre 2012 si vota negli States per l’elezione del Presidente. Due sono gli sfidanti: il presidente in carica Barack Obama; il candidato repubblicano Willard Romney, per gli amici più stretti “il vecchio Mitt”.

Questi due “ragazzi” – entrambi laureati in legge in quella panetteria di Nobel che è Harvard – lottano ormai da un anno per accaparrarsi la poltrona più ambita d’America.

Vediamoli più da vicino. Mitt, lo chiameremo così il nostro candidato che ha come simbolo l’elefante, è un uomo di business. Fondatore della Bain Capital, società di consulenza americana su cui il repubblicano ha costruito una fortuna. Pragmatico e spietato. Di cultura mormone. In questa campagna elettorale non c’è fronte su cui non abbia attaccato il suo sfidante. Economia, politica estera, sicurezza, spesa pubblica sono i punti chiave della campagna di Mitt.

Barack, l’attuale presidente, è invece il sognatore democratico in groppa all’asinello. Modello di riferimento: Martin Luther King. Primo nero ed essere eletto alla Casa Bianca, gli è stato conferito il Nobel per la Pace poco dopo il suo insediamento alla White House. Un premio, a dirla tutta, più che altro alle intenzioni.

I due candidati nelle ultime settimane si stanno letteralmente affrontando a colpi di talk show. Mitt accusa Barack della scarsa sensibilità nei rapporti internazionali. Lo accusa di aver raggiunto il punto più basso nella storia americana per quanto riguarda il peso che gli States hanno nello scenario della politica mondiale. Barack risponde che l’America ha problemi interni molto gravi (Welfare State e Riforma Sanitaria).

Questo è il quadro generale. Cosa succede invece nei rapporti tra Stati Uniti e Israele?

Da sempre i rapporti con Israele sono stati il fulcro delle politica estera statunitense, ancor di più dopo quel maledetto martedi di settembre dove un commando di qaedisti sterminò migliaia di cittadini americani. La lotta al terrorismo si basa oramai da 10 anni sull’asse Washington – Tel Aviv. Negli ultimi tempi, però, i rapporti si sono freddati. Barack e Bibi non vanno d’accordo. E forse Obama è stato il presidente che, dopo Carter, ha congelato in maniera più netta i rapporti con il suo principale alleato strategico in Medio Oriente.

Dall’altra parte c’è Mitt. Il principe dell’elefantino negli ultimi mesi ha preso posizioni del tutto compatibili con la volontà israeliana arrivando a dire che: “gli ebrei sono culturalmente superiori agli arabi”. E se la cultura non bastasse ha aggiunto che Gerusalemme è senza dubbio dello Stato Ebraico.

Quindi di chi ci dobbiamo fidare noi ebrei: di Barack o di Mitt? Ogni riferimento all’Iran è puramente casuale.

La parola al popolo. Noi dalla nostra piccola Penisola, potremo solo guardare da spettatori in piccionaia.

 Edoardo Amati



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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