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Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 febbraio 2018
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“Ha avuto, nella sua vita, la sfortuna di incontrare due diverse forme del fascismo, un qualcosa che noi oggi dobbiamo ascoltare dalla viva voce di chi ha sperimentato come il totalitarismo può prendere forme mortifere.” Con queste parole la giornalista Daniela Ovadia ha presentato Vera Vigevani Jarach, attivista ebrea italo-argentina che durante la dittatura militare perse la figlia Franca e contribuì a creare il movimento di proteste delle Madri di Plaza de Mayo, in un incontro al Magazzino Musica organizzato dall’UGEI e da JOI giovedì 15 febbraio.

Dopo il benvenuto del Presidente UGEI Carlotta Jarach, la Vigevani ha iniziato partendo proprio dall’introduzione della Ovadia: “Direi che siamo preoccupati di nuovo, perché anche qui in Italia ci sono serie preoccupazioni di nuovi movimenti fascisti. Qui e in altri paesi.” Proprio il giorno prima ne ha parlato con la neoeletta senatrice Liliana Segre, “e abbiamo condiviso questa preoccupazione, perché ci sono dei bruttissimi segni.” Ha aggiunto che sui giornali italiani si tende a non parlare di ciò che succede attualmente in Argentina: “Sta succedendo che abbiamo un governo legittimo, regolarmente votato, che però è un governo autoritario, che sui diritti umani fa delle cose che sembrano quasi totalitarie, non li rispettano sia nel mondo del lavoro sia con questo modello economico, più o meno lo stesso che avete voi in Italia.”

In seguito ha raccontato un fatto che le è capitato tempo fa, quando ebbe occasione di incontrare Papa Francesco, in Piazza San Pietro, e in quell’occasione gli disse: “Caro Papa, io mi chiamo tal dei tali, ho avuto due genocidi, mio nonno è rimasto in Italia, è finito ad Auschwitz, non c’è tomba, poi molti anni dopo mia figlia, diciottenne, per la dittatura civico-militare, e anche lei finì in un campo di concentramento e non ‘è tomba perché ci furono i voli della morte. Caro Papa, perché non (mandare) non un’enciclica, ma un messaggio di solidarietà non solo ai cristiani ma a tutto il mondo, e in mezzo a questo messaggio perché non ci metti questo: ‘Mai più in silenzio.’ Mai più l’indifferenza.” Poco dopo, una suora che la accompagnava in piazza, e che era nipote di un’altra desaparecida, le disse: “Sa signora, questa parola, ‘solidarietà’, io credo che stanno cercando di cancellarla dal vocabolario.”

Ha continuato chiedendo al pubblico, e soprattutto ai giovani, cosa volevano sapere poiché, come le disse una volta Primo Levi, “quello che è accaduto una volta può accadere un’altra volta.” “Cosa si può fare perché questo non accada?” si è chiesta. “Si possono fare molte cose, non c’è mai una garanzia ma ci sono delle cose che si possono fare, e il mio impegno, da molti anni a questa parte, è cercare di trasmettere la memoria ma non soltanto per guardare verso il passato, è soprattutto per guardare il presente e quello che potrebbe accadere nel futuro.” A tal fine, spesso va a parlare nelle scuole superiori e nelle università, sia in Argentina che in Italia, per rivolgersi ai giovani.

Parlando dell’Argentina, ha spiegato che il concetto di “desaparecido” non è nato in Argentina, ma è stato importato da militari francesi, che da anni facevano le stesse cose in Algeria, e che vennero in Argentina apposta per insegnarlo agli argentini. Inoltre, ha raccontato che anche nei campi argentini i prigionieri politici portavano un numero e subivano orribili torture, incatenati mani e piedi. “Non è vero che non si sapeva, ancora oggi ci sono persone che dicono ‘ma no, io non sapevo niente’; non è possibile. Innanzitutto, dal momento in cui noi Madri di Plaza de Mayo abbiamo cominciato a scendere in piazza, noi le storie le conoscevamo e cercavamo di dirle, ma la gente guardava dall’altra parte. E c’era la paura, la paura esisteva, anche noi avevamo paura, ma l’abbiamo vinta.”

Ripartendo dalle origini del movimento, la Vigevani ha raccontato che all’epoca c’era un silenzio connivente su ciò che accadeva; le madri degli scomparsi iniziarono a parlare tra loro, facendo le stesse cose e vedendosi negli stessi posti, e a volte andavano in un ufficio del governo per chiedere dov’erano i loro figli: a lei una volta risposero: “Non si preoccupi, faccia finta che sua figlia sia in vacanza.” A un certo punto, dopo che avevano anche mandato lettere ai politici o ad Amnesty International una di loro, Azucena Villaflor, disse “basta, qui bisogna andare in piazza!” Ciò nonostante ci fosse lo stato d’assedio e fosse proibito, per un gruppo, riunirsi in piazza. “Non siamo state eroine,” ha detto, “eravamo madri e avevamo bisogno di sapere dov’erano i nostri figli.”

Concentrandosi invece sulla situazione degli italiani in Argentina, ha raccontato che spesso chiedevano aiuto all’ambasciata che però chiudeva le porte. Inoltre, per molto tempo i grandi giornali italiani non parlavano dell’Argentina, come il Corriere, che influenzato dal membro della P2 Licio Gelli ritirò il proprio corrispondente da Buenos Aires in quel periodo.

Parlando di come vivevano gli ebrei, ha ricordato un episodio della sua infanzia: quando arrivò in Argentina, nel marzo 1939, aveva 11 anni ma aveva perso delle classi delle elementari, e il padre la mandò in una scuola italiana, che però dipendeva dal Ministero degli Esteri, e quindi era fascista: “Il libro era lo stesso libro che si usava in Italia. Eravamo tre bambine ebree, due di Milano e una di Napoli. Eravamo piccole, ma non eravamo stupide, capivamo quello che stava accadendo. Un giorno ci portano in uno scantinato, dove ci fanno sedere tutte per terra, per ascoltare il discorso di Mussolini dell’entrata in guerra. E ci siamo messe a piangere, tutte e tre. La direttrice ci vede, ci porta in direzione e ci da un tè per calmarci, e ci spiega ‘io capisco voi, ma è nostro obbligo.’ Poi però abbiamo capito una cosa, che ci ha molto addolorato: non era solo il nostro tema di essere migranti ed ebrei, ma abbiamo capito che il discorso di Mussolini e l’entrata in guerra significava la morte di molti soldati italiani.” Ha aggiunto che, durante la dittatura, le autorità argentine erano molto antisemite, tanto che su 30.000 desaparecidos 2.000 sono ebrei, quelli che venivano internati subivano torture atroci e raramente si sono salvati.

Infine, ha voluto dare un messaggio di incoraggiamento: “Allora c’era solo un organo per i diritti umani in Argentina, oggi sono 13. Siamo una resistenza abbastanza forte, e anche se non vorrebbero devono rispettarci.”

Nathan Greppi

Da Mosaico-cem.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 marzo 2017
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Svastiche dai Chabad in un campus universitario negli States. La notizia già di per sé farebbe rizzare i capelli ai più, immaginatevi poi la mia reazione nel leggere che il campus è proprio quello dove mi sono laureata io, nemmeno un anno fa. Cerco notizie su ogni portale e sito internet disponibile. Il riassunto è presto fatto: lo scorso sabato pomeriggio, dopo la funzione di Shabbat, sono apparse più di 100 croci uncinate alla Virginia Tech University, quel posto che tutti a Blacksburg, la piccola cittadina immersa nella campagna della Virginia, riconoscono essere il punto di incontro e di aggregazione di migliaia di studenti ebrei. L’identità del colpevole, a una settimana di distanza, resta ancora ignota.

Chiudo ogni articolo. Apro Facebook. “Ciao Or, sono Carlotta”. Or è il rappresentante dell’Agenzia Ebraica lì nel campus, nonché mio compagno di sedarim e shabbaton. “Senti, ho letto quello che è successo, assurdo”. Chiacchieriamo, e scopro che il giorno dopo il centro Hillel avrebbe organizzato un rally, poco lontano dal centro del campus, per manifestare tutti insieme il proprio disdegno. “Se possibile”, chiedo, “vorrei poi un vostro commento”.

E così hanno fatto. Nonostante le 6 ore di fuso, ho intervistato Dan Kramer, 22enne studente di letteratura e linguistica, nonché Presidente dell’associazione Amici di Israele, alla VT.

Dan Kramer

Ciao Dan, grazie del tempo che mi dedichi. Figurati Carlotta, è un piacere. Questi episodi mi toccano particolarmente: come ebreo, e come israeliano. Un tempo io stesso avevo paura a dichiarare la mia identità, ma le cose sono cambiate una volta iscritto in questa stupenda Università, che mi ha dato l’opportunità di esplorare e partecipare attivamente alla vita ebraica. Per questo, forse, sono stato seriamente sorpreso nell’apprendere questo incidente che, per dovere di cronaca, non è il primo in generale negli Stati Uniti. Ma mai mi sarei aspettato di viverlo qui, alla Tech.

E come ha reagito l’Università? La risposta da tutto il corpo accademico, dagli studenti, e dagli stessi residenti di Blacksburg è stata incredibile. Avrebbero benissimo potuto nascondere tutto sotto il tappeto, ma invece hanno reagito a testa alta. Il Rettore Timothy Sands ha accusato con forza l’atto vandalico, indicandolo come vile e codardo, e l’Università in collaborazione con la polizia sta cercando i colpevoli, che saranno puniti adeguatamente.

Ho sentito che avete organizzato un rally di protesta. Come è andato? Amazing! C’erano centinaia di persone a supportare la gara, un mix eterogeneo. Importantissimo anche l’appoggio delle chiese locali e in generale di tutti gli studenti non ebrei accorsi così numerosi. L’atmosfera non era per nulla depressa, o tesa, anzi. Si respirava un clima gioioso, e di speranza. Questo evento non ha fatto altro che renderci più forti e uniti.

E ora? Ovviamente questo è solo l’inizio, il rally in sé è stato un buon segnale, ma in generale credo che la VT sia un campus davvero atipico e speciale in termini di tolleranza e equità, a differenza magari di cosa si può leggere e sentire di altri campus. Mi sento di dire che quello che abbiamo vissuto lunedì sia stato importante, ma non bisogna sottovalutare i recenti atti vandalici a sfondo antisemita incorsi nel resto del paese. So personalmente di altri college dove gli abusi fisici e verbali sono all’ordine del giorno, nei confronti di studenti ebrei o dei loro leader. Sono spaventati di manifestare la loro ebraicità. Come ho detto, so cosa si prova. Ed è frustrante perché gli anni di formazione universitaria sono in realtà il periodo migliore per conoscere se stessi e per celebrare la propria identità e unicità, messa però a dura prova dall’esterno.

Scusami se te lo chiedo. C’entra Trump? Se Trump ha un’influenza in questa escalation di eventi? È possibile certo che abbia incoraggiato qualcuno, ma è bene sottolineare che chi compie tali gesti non ha giustificazioni e cova di per sé nel proprio cuore odio. Credo che gli Stati Uniti, così come ogni paese, con il tempo cresce e cambia, ma sono fiducioso che la direzione sia quella dell’uguaglianza e dell’inclusività. Ci sarà sempre chi combatterà contro il progresso che stiamo cercando di portare, chi per paura, chi per odio. Ma sono convinto che le buone persone siano numericamente di più di quelle cattive.

Da Mosaico, sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Dopo gli studi in Svizzera, per lo stage ha scelto Colonia

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 dicembre 2016
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Ovviamente sono in ritardo. La sveglia non ha suonato, e se non corro perdo la coincidenza. Che poi, cosa sto andando realmente a fare al Congresso dell’UGEI io, che mai ho partecipato a nessun evento, a nessuna festa, nemmeno quando stavo ancora in Italia? Chi lo sa, fatto sta che sono qui, forse un po’ per scappare dalla routine svizzera, forse per puro spirito giornalistico, su di un treno direzione Bologna.

Il viaggio è lungo, più che per i km, per l’attesa in dogana e poi il cambio a Milano. Arrivo a destinazione, riesco a trovare finalmente Naomi in quella che più che una stazione è un vero e proprio labirinto, e ci dirigiamo in albergo. Appena uscite in piazza delle Medaglie d’Oro, siamo catturate da quelle lancette ferme alle 10:25. Ed è curioso, penso: nessuno di coloro che incontrerò in questi tre giorni di Congresso era nato, nel 1980.

Non facciamo in tempo a visitare in fretta e furia la torre degli asinelli che entra Shabbat, e conosciamo formalmente i nostri compagni di viaggio: ragazzi dalle comunità di Torino, Livorno, Firenze, e poi Verona, Padova, Trieste, Bologna, Roma e ovviamente Milano.

Le mie convinzioni e i miei stereotipi si fanno via via più fragili: non è per nulla l’ambiente chiuso che mi ero immaginata. Sorrisi e domande di chi davvero è interessato a conoscerti, mani che cercano di stringere le tue come si confà ad ogni primo incontro che si rispetti. Mozioni per far iniziare al meglio il nuovo anno e interlocutori attenti tra cui la Presidentessa dell’UCEI Noemi Disegni, il Consigliere UCEI Livia Ottolenghi (“Scuola, formazione e giovani”), e Saul Meghnagi (Coordinatore sezione “Formazione e giovani”), che ci hanno sul serio ascoltato, come poche volte avviene tra generazioni: in questo clima abbiamo eletto il Consiglio del 2017. I nomi? Ariel Nacamulli, Giorgio Berruto, Filippo Tedeschi, Ruben Spizzichino, Matteo Israel, Elena Gai, Benedetto Sacerdoti. Quelle stesse facce con cui ho scambiato battute, e da cui ho ascoltato raccontare barzellette ebraiche nella hall di un hotel, saranno ufficialmente da ora i miei compagni di viaggio. O meglio, nostri. Miei e di Naomi. Perché – ebbene sì – ci hanno incastrate. Date il benvenuto a due dei componenti di un gruppo di lavoro sul tema comunicazione.

Ovviamente, made by UGEI.

Da Mosaico, sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera
Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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