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Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 ottobre 2017
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Il rifiuto del territorialismo è una cifra essenziale del Bund, l’Unione generale dei lavoratori ebrei di Russia, Polonia e Lituania di cui ha recentemente ricostruito la vicenda Massimo Pieri. Secondo i bolscevichi, con cui i bundisti vanno presto allo scontro, un territorio è indispensabile perché una comunità umana possa essere considerata gruppo a sé, e le venga dunque riconosciuto il diritto all’autodeterminazione. Si tratta, però, di una posizione difficile da accettare per gli ebrei, e dunque anche per gli ebrei socialisti rivoluzionari del Bund, che si considerano popolo nonostante la dispersione.

Non sarà forse il caso di considerare il popolo ebraico come un gruppo di individui legati primariamente non da un territorio (nessuno, neppure la Terra di Israele, che pure ha un significato peculiare ed essenziale) e tantomeno da una credenza, ma dal riconoscimento della centralità di una legge comune? E la comunità, di conseguenza, come una rete di molecole che si legano non a partire da un territorio ma da una legge, quella legge che non a caso la tradizione fa nascere durante il lento incedere durato quarant’anni nel deserto: spazio senza confini, terra senza territorio, superficie illimitata e indivisibile? Per la legge ebraica, legge del deserto, gli uomini non possono fare della terra un possesso perenne. La terra, per chiosare un titolo celebre di Abraham J. Heschel, è del Signore.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 ottobre 2017
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“Unter dayne vaise shtern / shtrek zu mir dayn vaise hant. / Mayne verter zenen trern, / vien ruen in dayn hant” (Sotto la tua bianca stella porgimi la mano bianca. Sono lacrime le mie parole, falle riposare nella tua mano) è l’esordio di una delle più belle canzoni composte durante la Shoah, per la precisione nel ghetto di Vilna nell’inverno del 1943. E’ a questi versi che penso dopo aver terminato la lettura di “Sotto una stella crudele. Una vita a Praga, 1941-1968”, il libro delle memorie di Heda Margolius Kovály fresco di pubblicazione in Italia per i tipi di Adelphi: non solo per il riferimento all’astro, ma anche perché le sue parole, le parole scritte da Heda, risplendono di una luce notturna, attutita da uno stile sobrio, pulito e incisivo.

Heda Bloch, come numerosi ebrei dell’Europa centrale e orientale, è stata investita dalla violenza dei due grandi regimi totalitari del Novecento, gli stessi a partire dai quali si sviluppa un altro libro straordinario, “Vita e destino”, di un altro scrittore ebreo, Vassilij Grossman.

Heda racconta di Auschwitz e della fuga durante la marcia forzata verso Bergen Belsen, poi del ritorno nella sua Praga durante gli ultimi mesi di guerra. “Fino a quel momento avevo dovuto affrontare solo il sistema di polizia di un regime fascista. Ora mi toccava fare i conti con un nemico peggiore: la paura e l’indifferenza degli uomini”. Cerca aiuto presso i vecchi amici, ma la paura attanaglia i cuori. “Volevo sopravvivere, ma a quel prezzo la vita era troppo cara. Ancora un po’ e nel mio mondo non sarebbe rimasto più nessuno. Avrei perso quello che neppure i campi e la guerra erano riusciti a portarmi via”. Termina finalmente la guerra, il futuro irrompe nella vita dei superstiti. Heda sposa Rudolf Margolius, anch’egli sopravvissuto alla Shoah, e si avvicina al comunismo, partecipando a quella breve stagione in cui molti pensavano che le idee potessero seppellire le bruttezze della storia. Non manca, però, lo spazio per l’ironia nei confronti di quei “teologi in tuta”, come scriverebbe Eugenio Montale, che con il marxismo cercano di dare una spiegazione completa del reale: “Perché scoppiano le guerre? Vedi da pagina 45 a pagina 47! Cosa provoca le crisi economiche? Vedi a pagina 66!”

Gli anni dell’illusione finiscono presto e lasciano il posto alle schiere dei collaborazionisti, dei truffatori, dei burocrati corrotti. “Molti mentivano nella speranza di venire ricompensati della loro lealtà, ma alcuni mentivano perché credevano, malgrado la loro esperienza, che la vittoria della classe operaia fosse il bene supremo, un fine che santificava ogni mezzo”. Passano gli anni, Margolius diventa viceministro e ha ancora fiducia, nonostante tutto, nell’ideale che è chiamato a rappresentare. Fino a quando nel 1952 scoppia l’offensiva antisemita voluta da Stalin e bloccata, nel marzo 1953, soltanto dalla morte del dittatore. In Cecoslovacchia è il momento del caso Slánsky, il momento più buio degli anni del regime. Dei quattordici imputati del processo Slánsky, di undici viene messo ben in risalto un aspetto: “di origine ebraica”. “Uno dei nomi della lista era Rudolf Margolius. Rudolf Margolius, di origine ebraica”, accusato di tradimento e, come “nemico del popolo”, condannato all’impiccagione. La vita di Heda precipita in un vortice nero. E’ privata di tutto: del marito e del padre del figlio Ivan, della rispettabilità, del lavoro, della salute e della possibilità di curarsi, dell’istruzione di Ivan, della casa e dei beni. E, non ultimo, della fiducia nella giustizia. Soltanto dieci anni più tardi cinici e freddi burocrati le comunicheranno la riabilitazione del marito.

Eppure le ondate di illusione e delusione non sono ancora finite. Nel 1968 fiorisce la “breve ma indimenticabile rinascita che divenne nota come la Primavera di Praga”. “Mi accorsi per la prima volta della spontanea solidarietà degli onesti, che stava crescendo e raggiunse il culmine quando i russi invasero la Cecoslovacchia”. Heda sceglierà l’esilio ma qui, nella piazza Venceslao drappeggiata di bandiere cecoslovacche in cui entrano i carri armati sovietici, c’è ancora spazio per pensare al futuro. “In piedi tra la folla, sentii che quello era il momento supremo della nostra vita. Nella notte dell’invasione, quando perdemmo tutto, trovammo qualcosa che nel nostro mondo non si osava neppure sognare: noi stessi e gli altri. In tutti quei volti, in tutti quegli occhi, vidi che pensavamo e sentivamo le stesse cose, che lottavamo per gli stessi obiettivi”. Parole come lacrime, sotto la bianca stella della speranza che non finisce, non finisce mai.

Giorgio Berruto

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Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 settembre 2017
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Il 5778 si apre per Torino all’insegna dei più giovani, sostanzialmente per due motivi. La scuola ebraica di Torino ha un nuovo dirigente scolastico, Marco Camerini, al quale vanno i miei migliori auguri, con la speranza che possa contribuire in modo significativo alla vita della nostra comunità. La seconda è che Torino in dicembre ospiterà il Congresso dell’UGEI. Questa circostanza di certo costituirà un importante momento d’incontro per i giovani delle comunità. Questi due temi, scuola e giovani, rappresentano delle priorità assolute per l’ebraismo italiano, in sofferenza su questi fronti in maniera particolare nelle realtà più piccole, che da questi settori, lavorando virtuosamente, devono trarre la linfa vitale per sopravvivere. Shanah tovah a tutti!

Rav Ariel Di Porto, rabbino capo di Torino

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Per iscriverti al Congresso Ugei visita la nostra pagina su Facebook, oppure telefona a Giorgio (391 3564388). Ti aspettiamo a Torino! [Ht redazione]


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 settembre 2017
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Torno su una questione a cui ho già dedicato un intervento su queste colonne alcune settimane fa, la distinzione tra paragonare e comparare eventi storici, per esempio la Shoah e altre tragedie. Allora la riflessione nasceva dalla partecipazione alla trasmissione televisiva su Hitler diretta da Michele Santoro, vorrei invece adesso rifarmi a un breve testo di Yosef H. Yerushalmi pubblicato in italiano alcuni anni fa da Giuntina con il titolo “Assimilazione e antisemitismo razziale: i modelli iberico e tedesco”. La premessa d’obbligo è sempre la stessa: comparare significa far emergere una combinazione di differenze e somiglianze, non tracciare una riduttiva equazione tra eventi.

Scrive Yerushalmi che all’incirca il 50% degli ebrei spagnoli fu convertito al cristianesimo tra il 1391 e il 1492, in gran parte con la violenza fisica o psicologica. Chi non andò incontro al battesimo lasciò la Spagna, che si trovò così senza ebrei. Nulla avrebbe dovuto impedire il completo assorbimento dei convertiti, o almeno dei loro discendenti, che in buona parte di sentivano autenticamente cristiani. Ma a questo punto ci si scontra con un elemento indubitabile: l’ostilità diffusa dei cristiani spagnoli verso i conversos, che nell’arco di alcuni decenni condusse agli statuti sulla “limpieza de sangre”. La dottrina della “purezza di sangue” segna “la paradossale ritorsione della società iberica contro l’intrusione degli ebrei mediante quella conversione a favore della quale quella stessa società aveva operato così a lungo e assiduamente” (p. 38). In altre parole, quando cadono le barriere di religione e cultura, ne vengono edificate di nuove su base genetica. Sostenere che gli ebrei non possano cambiare e che, anzi, se convertiti siano ancora più pericolosi perché in grado di corrompere la società dall’interno, significa fissare in un paradigma immutabile l’ebraicità, che viene assunta quale condizione negativa permanente. Da essa chi ne è portatore, gli ebrei descritti dalla Chiesa per secoli come ostinati, testardi e ciechi, non si può liberare in alcun modo. Una simile dottrina razzista innescava una contraddizione teologica in seno al cristianesimo, dal momento che negava la possibilità di essere “battezzati in un solo spirito per formare un solo corpo, giudei o greci, schiavi o liberi” (Corinzi I, 12:13), ma fu comunque accettata e applicata per secoli. Il richiamo al sangue, dunque alla genetica, è un tratto significativo di somiglianza con le teorie antisemite moderne e naziste, e secondo Yerushalmi scardina l’idea, diffusa anche tra storici competenti, che l’antisemitismo razzista sia un fenomeno peculiarmente moderno e laico, conseguenza della secolarizzazione.

Questo significa che la Germania ha appreso l’antisemitismo razzista dalla Spagna moderna? Che l’Inquisizione è stata come la Gestapo? No ovviamente: scivoleremmo altrimenti verso un paragone che impoverisce, semplifica e quindi falsifica gli eventi e la loro specificità. Significa, invece, comparare situazioni diverse che hanno qualcosa in comune. “Quando, come avvenne in entrambi i casi, l’assimilazione divenne una realtà consistente (l’ortodossia cattolica nella penisola iberica; l’acculturazione e l’erosione dell’identità religiosa ebraica in Germania), la vecchia definizione di ebreo in base alla religione divenne un anacronismo palese e si trasformò sempre più in una definizione di tipo razziale” (p. 49). Mi sembra evidente che quella di comparare sia un’esigenza primaria se vogliamo comprendere più a fondo la storia ebraica. E molte, moltissime altre storie, di ieri e di oggi.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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