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Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 aprile 2018
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“Il fascismo non esiste perché Israele alleato dell’Europa non spara con i cecchini ai palestinesi”, scandisce sarcasticamente tale Leonardo Baroni, “rappresentante dei giovani antifascisti”, sul palco che a Torino celebra il 25 aprile. A simili amenità ormai ci stiamo abituando, direbbe qualcuno. E non si può dire che l’uscita non fosse nell’aria, perché Baroni, che gli organizzatori della manifestazione hanno piazzato sul palco, ha tenuto per una decina di minuti una lunga arringa nel perfetto stile dell’insalata mista. Nella scodella del fascismo ha versato un po’ di tutto: da Minniti a Casa Pound, dalle tensioni al confine francese alle differenze di genere, dall’assenza di corridoi umanitari alla “repressione del movimento No Tav”, dal lavoro per chi non ce l’ha a quello mal pagato di chi consegna pizze a domicilio, dall’omofobia a piazza Fontana, l’Italicus, la stazione di Bologna e l’anarchico Pinelli. E, naturalmente, Israele che spara con i suoi cecchini.

E prima? Prima c’era stata la bella marcia con le fiaccole di duemila persone da piazza Arbarello a piazza Castello, con la consueta consistente presenza della Comunità ebraica. C’era stata la solita ventina di fanatici a margine del corteo che, con bandiere e striscioni di odio, sostengono esplicitamente le medesime posizioni dei terroristi arabi palestinesi. C’erano le istituzioni, con la sindaca Chiara Appendino che però se ne è tranquillamente andata subito dopo la fiaccolata, prima che cominciassero i discorsi delle autorità. Prima c’era stato, soprattutto, l’intervento di Bruno Segre, classe 1918, che con un breve e vibrante discorso ha messo in guardia dagli “analfabeti della democrazia e i nostalgici della dittatura” e ha concluso citando “La resistibile ascesa di Arturo Ui” di Bertolt Brecht: “il grembo da cui nacque il mostro è ancor fecondo”.

E dopo? Dopo c’è ancora stato tempo per assistere all’incredibile villania di coloro che spesso troppo bonariamente vengono definiti “antagonisti”, che hanno intonato “Bella ciao” durante l’inno nazionale e slogan sulla Resistenza durante “Bella ciao”.

Ma torniamo all’insalata mista e ai cecchini israeliani. Leonardo Baroni è certamente libero di pensare quello che preferisce, come sono libero io di definire le sue parole una sequenza di ignobili mascalzonate che sbiadiscono l’identità del fascismo e dell’antifascismo, per non dir niente della criminalizzazione di Israele. Sarei più interessato a sentire che cosa ne pensano gli organizzatori, Anpi in testa, della bella prova di eloquio del virgulto antifascista a cui è stato offerto di diventare voce del 25 aprile cittadino. Chiedo loro, semplicemente e sommessamente, spiegazioni. Perché è stato un 25 aprile umiliante e, su questo non ho dubbi, non solo per me. Questo non significa che sia disposto a rinunciare alla festa della Liberazione: fra un anno sarò di nuovo qui, ne sono certo, con molti ebrei torinesi. Con la speranza, a dire il vero abbastanza flebile, che nel frattempo l’Anpi risponda.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 aprile 2018
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Il 16 gennaio 1916, nell’aula magna dell’Università di Padova, il senatore Vittorio Polacco e il deputato Salvatore Barzilai intervengono per commemorare Giacomo Venezian, professore universitario caduto presso San Martino del Carso. Giacomo Venezian era ebreo triestino, convinto interventista prima del 24 maggio e volontario nell’esercito italiano dopo, dunque traditore agli occhi di chi allora governava la sua città. Anche Salvatore Barzilai e Vittorio Polacco sono ebrei. Eppure nei loro discorsi non si trova un solo cenno all’identità ebraica di Venezian. È solo un episodio, eppure è rappresentativo del sentire di tanti ebrei italiani, che partecipano alla Grande Guerra come italiani, non come ebrei e anzi, non di rado, nascondo di essere ebrei per essere come gli altri, tra gli altri, sul sottile confine tra integrazione e assimilazione.

Giacomo Venezian

Fino a qui niente di troppo strano, eppure bisogna fare i conti con i numeri. E i numeri dicono che tanti ebrei partecipano al conflitto da volontari, e tantissimi, in proporzione, sono gli ufficiali (50% contro 4% di media nazionale) e i decorati (12,7% contro 4%). Certo, è necessario considerare la correlazione tra queste cifre: i decorati in assoluto sono molto più numerosi tra gli ufficiali, i cui quadri sono composti in larga misura dalla media borghesia urbana, e di questa fanno parte molti ebrei nel nostro Paese. Eppure la partecipazione al conflitto, ma anche l’adesione all’esperienza complessiva della guerra, nuova e traumatica, è evidentemente di massa nel mondo ebraico. Sembra di percepire lo sforzo di dare di più al proprio Paese, forse anche per dimostrare a se stessi prima ancora che agli altri una appartenenza che è anche riconoscenza? Impossibile non pensare ai diritti, ottenuti pochi decenni prima e nuovamente persi appena venti anni dopo la conclusione della guerra, di questa guerra, quando le leggi razziste volute dal regime fascista apriranno le porte verso le deportazioni e lo sterminio. La mostra fotografica “1915-1918 Ebrei per l’Italia”, curata dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) con preciso intento didattico, a Torino fino al 4 maggio, consente di porre e porsi questi e numerosi altri interrogativi. È una tappa indispensabile per riflettere sulla nostra identità di ieri e di oggi, di italiani ed ebrei.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 aprile 2018
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“Cassetta della nonna” c’è scritto, piccolo piccolo, sulla targhetta delle minuscole chiavi tubolari. Qui nella cantina della zia, una cantina grande, come quelle delle vecchie case, di casse ce ne sono diverse, ma nessuna è chiusa a chiave, tranne quella su uno scaffale lassù in alto, rettangolare e disadorna, coperta dalla polvere di anni, di decenni forse. La tiro giù con attenzione, per evitare di rovesciarmi addosso un groviglio di ragnatele antiche e di sporco, ed eccola qui. Proviamo le chiavi.

Due morbidi sacchi di tela fine leggermente consunta con appuntati sopra due biglietti scritti a mano con bella grafia femminile matura. Sfilo gli spilli arrugginiti, leggo: “Divisa da ufficiale del mio adorato Felice – felice di correre ai pericoli della guerra”, “Divisa da garibaldino del mio adorato Aldo umanitario”. Sciolgo le cordicelle, apro i pacchetti. Sono uniformi militari. La prima è di Felice Almansi, morto in trincea nel 1917, probabilmente di spagnola. La seconda del fratello Aldo, volontario in Grecia con Ricciotti Garibaldi, caduto nel 1914. Ci sono anche i berretti militari, incartati con giornali che portano la data: anno XIV, dunque 1936. La camicia rossa di Aldo, con la fascia bianca della croce rossa, è avvolta con tutti gli altri indumenti nella bandiera garibaldina. Tranne qualche strappo sugli involucri di tela e i berretti sformati, è tutto in perfette condizioni, certo grazie alla cura con cui la madre dei giovani, Fortuna Formiggini, ha conservato quello che la patria le rendeva, insieme al pallido, davvero pallido onore di essere l’unica donna di tutta Scandiano, tra Reggio Emilia e Modena, ad aver perso entrambi i figli maschi nella Grande guerra. In nome della patria, quella stessa patria che solo pochi anni dopo, con le leggi razziste del 1938, avrebbe tradito in modo irrimediabile chi, ebreo, per essa aveva combattuto. Soltanto cento anni fa: un tempo che sembra lontanissimo, sul punto di svanire e forse anche già svanito altrove ma non qui, in questa cantina.

Giorgio Berruto

Da Moked.it

La lapide in memoria di Felice Almansi nel cimitero ebraico di Scandiano

Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 aprile 2018
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Schönbrunn, il Ring, il Volksgarten conservano il proprio fascino austero anche nella morsa del gelo di non molte settimane fa. Mentre il freddo a tratti lancinante, il cielo grigio e la neve ghiacciata che copre i giardini avvicinano la Vienna di oggi a quella di macerie in bianco e nero del “Terzo uomo”, con le sue foglie turbinanti al vento nei viali alberati e le ombre che rasentano i marciapiedi e si allungano fino a confondersi con l’oscurità.

Ho trascorso i giorni precedenti Purim nella capitale della piccola repubblica alpina, non più di un secolo fa centro di un impero multinazionale e baricentro dell’Europa danubiana, oltre che del mito asburgico. Eppure, oggi, del passato illustre rimangono vestigia sì preziose, ma che a stento riescono a balbettare risposte ai visitatori di tutto il mondo. Persino dalla cripta del convento dei cappuccini, che ospita decine di sarcofagi con le spoglie degli imperatori, il mito dell’Austria felix sembra fuggito irreversibilmente, come gli dei da Atene al tempo della chiusura delle scuole filosofiche. Rimane, quella sì, la raffinatezza delle cose belle e lontane, il fascino silente di tanta archeologia. Ma se sepolcri della cripta sono muti, continuano a parlare invece migliaia di pagine: quelle in cui prendono vita i piccoli ebrei galiziani di Roth, l’afflato umanitario di Werfel, le scintillanti memorie di Zweig, l’adolescenza entusiasmante di Canetti. E ancora l’epos di Hofmannsthal, la critica dissacrante di Kraus, l’arte classica di Broch e Musil, la raffinatezza di Schnitzler, ma anche la prosa limpida di Freud, il teatro di Grillparzer, le sinfonie di Strauss, la dodecafonia, l’espressionismo…

Il luogo che forse più di ogni altro ha riassunto idealmente qualcosa di tutto questo, almeno per me, è il cimitero Zentralfriedhof, che si trova a sud della città, e in particolare la sua grande e notevole sezione ebraica antica. In una gelida mattinata d’inverno, sotto lentissimi fiocchi di neve, tre o quattro daini corrono leggeri tra lapidi inclinate e imponenti costruzioni famigliari, tra le tombe spoglie dei tanti soldati caduti nella Grande guerra e pietre dalle iscrizioni quasi cancellate dall’edera e dal tempo. E’ forse tra queste fredde tombe che aleggiano ancora le ombre del mito e l’immagine di una città che fu.

Giorgio Berruto

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Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 aprile 2018
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Quattro giornate con seminari gratuiti di formazione e orientamento, con esperti e professionisti che aiuteranno i giovani a valorizzare le loro competenze e a renderle maggiormente compatibili con le reali offerte del mondo del lavoro. Prenderà il via domenica 22 aprile a Roma, con un incontro dedicato alla comunicazione – dal “public speaking” al colloquio di assunzione – la parte operativa di Chance 2 Work. Il progetto rivolto a ragazze e ragazzi dai 18 ai 35 anni, organizzato da Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e Unione Giovani Ebrei d’Italia, inizia dalla Capitale con l’obiettivo di offrire sin da subito un supporto concreto nel percorso di crescita e inserimento professionale dei partecipanti.

Le attività programmate, al centro oggi di una riunione nei locali della Comunità ebraica fiorentina insieme a una valutazione dei profili che hanno fatto richiesta di partecipazione al progetto, saranno rese operative attraverso le seguenti strutture e attività. Una equipe tecnica, con il compito di coordinare tutte le fasi di lavoro. Una banca dati, in cui raccogliere normativa, indirizzari, informazioni relative ai social network, indicazioni sui giovani appartenenti alle Comunità ebraiche, in ragione delle qualifiche professionali. Una Commissione nazionale di sostegno e accompagnamento, con il compito di sostenere il progetto, valutarne le attività, proporne i possibili sviluppi. Sessioni formative dedicate alla preparazione di giovani alle modalità idonee per la ricerca del primo inserimento nel mondo del lavoro. Comitati locali nelle quattro città di sperimentazione.

Il secondo appuntamento di Chance 2 Work si svolgerà il 3 giugno a Milano, con tema la “Digital reputation”: come si costruisce e si salvaguarda la propria reputazione sul web; seguirà quindi una sessione dedicata al curriculum vitae: come si costruisce in forma efficace, quali sono le priorità da evidenziare ​in ragione dei ​destinatari, il 16 settembre a Ferrara; ultimo appuntamento, il 18 novembre a Firenze, focalizzato sulle competenze. E cioè di cosa parliamo, in che modo si autovalutano, come si presentano agli altri.

“Per la Comunità ebraica italiana – scrivono Meghnagi e Di Castro nello studio di fattibilità del progetto, presentato una prima volta a Firenze a metà febbraio – è importante agire, estendendo il proprio ambito di intervento socio educativo a favore dei giovani: la loro condizione riflette il desiderio di comprendere ciò che sta mutando, percepito come incerto e preoccupante, ma soprattutto, di trovare delle soluzioni concrete alle difficoltà di entrata nella vita attiva. Le istituzioni ebraiche non possono non tenerne conto”.
Nell’ebraismo stesso, nel Talmud, viene inoltre ricordato, grande dignità è attribuita al lavoro e l’identità non è mai qualcosa di astratto o scontato che semplicemente si eredita, “ma connesso alle condizioni sociali e storiche concrete, sempre da ricostruire contestualmente, in modo individuale e collettivo”.

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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