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Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 settembre 2016
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jij2In Hillel Street, non lontano dal tempio italiano di Yerushalaim, sorge il JIJ, acronimo per Jerusalem Institute of Justice. Calev Myers, avvocato e attivista per i diritti umani originario degli Stati Uniti ma immigrato in Israele negli anni ’90, ha fondato l’associazione nel 2004. L’obiettivo e il lavoro che il JIJ porta avanti può essere riassunto con le prime frasi del discorso che Myers ha tenuto nel 2013 a Toronto (Canada) in occasione della Palestinian Human Rights Week:

 “Noi cerchiamo di guardare alle varie problematiche da una prospettiva centrata sui diritti umani. Quando utilizzi la lente dei diritti umani riesci a vedere cosa sta accadendo e chi sono coloro che abusano davvero dei diritti umani dei palestinesi. Non sono i soldati ai checkpoint, il governo israeliano o i [cosiddetti] coloni (ebrei) nei territori: è l’Autorità Palestinese stessa e le nazioni che circondano Israele.”

Di primario interesse è fornire una visione più bilanciata e realistica di ciò che accade nei Territori: in particolare, lo staff del JIJ si occupa di scrivere report nei quali denuncia gli abusi dell’Autorità Palestinese nella West Bank e del governo di Hamas a Gaza.

Molti altri progetti nascono tra le mura del Jerusalem Institute of Justice: tra gli altri, viene offerto supporto ai “lone soldiers” (i.e. soldati che non hanno famiglia da cui tornare nel weekend) offrendo loro i pasti per lo Shabbat e per le festività e aiutandoli a fronteggiare bisogni pratici come comprare una casa e vestiti.

Oltre alle persone che dirigono l’associazione, lo staff è composto principalmente da giovani ragazzi provenienti da tutto il mondo: tra questi Beniamino Parenzo, un giovane ebreo padovano che dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita con il massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Trento, ha deciso di cercare lavoro in Israele ed è approdato al JIJ. Per capire meglio il lavoro dell’associazione e quale ruolo occupi Beniamino, ho deciso di porgli alcune domande.

Beniamino Parenzo
Beniamino Parenzo

Come sei approdato al JIJ? Subito dopo la laurea ho pensato di trascorrere un periodo di tempo in Israele in quanto avevo già trascorso un anno come “Exchange Student” alla Hebrew University di Gerusalemme. Israele, tra odio e amore, in qualche modo mi era rimasto dentro. Mi sono quindi rivolto alla “International Association of Jewish Lawyers and Jurists”, i quali hanno mandato il mio curriculum a varie associazioni, tra cui il JIJ. Quando mi hanno chiamato per il colloquio ero molto felice perché potevo occuparmi di diritti umani, migliorare il mio inglese scritto e soprattutto ritornare nella splendida Gerusalemme.

Perché hai deciso di lavorare in una ONG e perché sei interessato ai diritti umani? Il JIJ è una delle poche vere ONG neutrali: in Israele e non solo, è pieno di associazioni che non aspettano altro che buttare Israele in pasto ai media per ogni singola minima apparente violazione delle norme di diritto umanitario. Al contrario, il compito che il JIJ si è proposto è quello di svelare una verità molto scomoda ai più: il primo vero male dei palestinesi non è Israele ma i rappresentati dei palestinesi stessi, che si tratti di Hamas o di Fatah, che quotidianamente calpestano le varie convenzioni internazionali sui diritti umani che davanti all’opinione pubblica, però, sono sempre pronti a firmare.

Qual è il tuo ruolo all’interno del JIJ? In teoria e in pratica sono un ricercatore: il mio compito consiste nello scrivere brevi report sui temi più vari che vengono poi da chi di dovere presentati, tra gli altri corpi istituzionali, anche alle Nazioni Unite. Per fare un esempio, uno dei report di cui mi sono occupato riguardava il finanziamento proprio da parte dell’ONU di un’associazione islamica che, secondo i servizi di sicurezza israeliani, è uno dei tanti finanziatori di Hamas. Inoltre ho anche redatto una breve storia politica di Israele che verrà pubblicata sotto forma di brochure per rinfrescare la memoria su certi dati della storia che giovani studenti facenti parte di quei gruppi che supportano, tra le varie cose, il BDS, troppo spesso dimenticano o semplicemente non sanno.

jij1Com’è lavorare nel cuore di Gerusalemme? Yerushalaim è una città stupenda, non come quell’immondezzaio di Tel Aviv [ride]. A parte gli scherzi, a Gerusalemme vedi tutto: dai gruppi di ultraortodossi che discutono animatamente davanti all’ufficio, all’arabo che mangia il falafel, al turista giapponese che fotografa entrambi. Il concetto è che questa è Israele: un mix di culture, persone, cibi, lingue e tradizioni, distinte ma non necessariamente in conflitto.

Progetti per il futuro? Attualmente sto elaborando un progetto per un dottorato di ricerca alla Hebrew University su un tema di diritto penale internazionale. Il processo di ammissione è molto selettivo e complesso (sì, anche questo è Israele: competitivo e odiosamente burocratizzato) quindi non c’è ancora nulla di certo. Come si suol dire, aspetto e spero.

Beniamino Parenzo ha descritto la propria attività presso il Jerusalem Institute of Justice in un articolo pubblicato da “The Times of Israel”.

Miriam Sofia, di Torino, sta completando il master in Neuroscienze a Padova. Attualmente svolge un Tirocinio presso il Tel Hashomer Hospital di Tel Aviv
Miriam Sofia, di Torino, sta completando il master in Neuroscienze a Padova. Attualmente svolge un Tirocinio presso il Tel Hashomer Hospital di Tel Aviv

Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 luglio 2016
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sh1Densissimo e ricco di spunti interessanti il programma elaborato da Michael Sierra e dal team di Giovane Kehillà per lo shabbaton tenutosi a Yerushalaim tra l’8 e il 9 luglio. Primo appuntamento del weekend la visita all’Israel Museum guidata dal giornalista Simone Somekh. In particolare, i partecipanti hanno potuto far visita alla mostra temporanea dal titolo “Wire(less)” che, partendo dalla connessione primordiale dell’esistenza umana, il cordone ombelicale, ha permesso ad autori israeliani e non di esplorare “ciò che tiene unito”, saldamente o per un soffio, che sia un filo, una corda o un intricato network di materiali. Ai visitatori il compito di fornire la propria interpretazione alle opere.

Dopo una rapida visita ad altre parti del museo tra cui gli immancabili ed emozionanti rotoli del Mar Morto, i partecipanti si sono recati all’hotel in cui, dopo la kabbalat shabbat al tempio italiano, hanno passato in allegria lo shabbat.

Varie le attività proposte nel corso del weekend: commenti ad articoli pubblicati su “Kol HaItalkim” e su “Hatikwà” e discussioni sull’aliyah di ieri e di oggi, il tutto condito dal saporito cibo delle mamme italiane e da una buona seuda shelishit al mulino Montefiore, da cui si può ammirare Gerusalemme dall’alto. Tra i partecipanti, alcuni olim chadashim (nuovi immigrati) che sono stati incoraggiati a condividere con tutti le motivazioni, mai banali, che li hanno portati a trasferirsi in Israele.

Questi i commenti di alcuni dei partecipanti:

sh2Simone Somekh: Michael e il team di Giovane Kehillà si sono superati anche nell’organizzazione di questo evento, offrendo ai partecipanti un numero impressionante di attività per tutti i gusti: dalla visita al museo al cibo italiano, dalla passeggiata con vista della Città vecchia ai dibattiti di politica.

Beniamino Parenzo: Lo shabbaton di Giovane Kehillà è stata un’esperienza fantastica: culturalmente e intellettualmente stimolante, senza però rinunciare ai momenti goliardici tipici di quando si fa una gita fuori porta tra amici!

Simone Bedarida: Lo shabbaton di Giovane Kehillà è stata una piacevole e unica occasione per me per conoscere la particolare realtà dei ragazzi italiani che hanno deciso di andare a vivere in Israele, o anche e soprattutto italiani nati e cresciuti in Israele. Tra cena, giochi di ruolo, pranzo “all’italiana” e dibattiti, lo shabbat è piacevolmente trascorso dapprima in un parco poco lontano dal tempio italiano, successivamente sotto al mulino Montefiore, con un’allegra birra alle 5 del pomeriggio. È stata davvero una bella esperienza, e come consigliere Ugei spero fortemente che si possa rinforzare la collaborazione tra l’Ugei e questa realtà locale italo-israeliana, per poter realizzare progetti di interesse comune.

Miriam Sofia: Le “connessioni” (wire-less) non erano soltanto la tematica della mostra temporanea che abbiamo visitato all’Israel Museum venerdì mattina ma anche il fil rouge di questo shabbaton organizzato da Giovane Kehillà. Insieme abbiamo esplorato le “connessioni” e le “disconnessioni” tra gli italkim di ieri e di oggi cercando di trovare uno spunto su cui riflettere e migliorare come singoli e come comunità che accoglie chi arriva e chi ricerca un po’ della vecchia casa italiana nella nuova casa in Israele. Mi sono sentita in famiglia e tra amici tra il buon cibo delle mamme italiane, birra e bamba al mulino Montefiore e l’atmosfera festosa dello shabbat. Personalmente non vedo l’ora di partecipare ai prossimi eventi e di poter ampliare questo gruppo fantastico!

sh3Michael Sierra: Chi sono gli italkim di oggi, chi sono gli italkim di una volta e qual è il loro contributo? Cosa rappresenta per noi Israele e cos’è una kehillà? Queste sono solo alcune delle domande affrontate nell’ultimo shabbaton di Giovane Kehillà. Uno shabbaton cominciato all’Israel Museum dove abbiamo parlato di connessioni grazie alla mostra “Wireless” e di una connessione in particolare – quella chiamata “sionismo”. Proprio lì abbiamo potuto notare che l’ebraismo italiano dà un grande contributo allo stato di Israele. Abbiamo visitato la sinagoga di Vittorio Veneto e, fra le varie altre, anche quella del Suriname. Non ci siamo ovviamente limitati a visitare il museo: il giorno seguente, dopo le canzoni, il tish, le chiacchierate e lo svago, siamo andati al tempio italiano di Gerusalemme a incontrare gli italkim. Lasagne, pasta, polenta, tortini, gelati e tiramisù – insomma, da quell’incontro non siamo rimasti affamati ma, come è noto, dagli italiani non si fa altro che mangiare. Infatti, dopo aver discusso di aliyah, nello spazio dedicato ai giovani, del legame con le varie istituzioni e altri argomenti di attuale interesse al Gan Haatzmaut, siamo andati a farci uno snack & beer nel primo quartiere fuori dalle mura dove la vista non ha paragoni – Mishkanot shaananim. Un quartiere fondato da un livornese ebreo che viveva nell’Inghilterra prima della Brexit, Mosè Montefiore. La conclusione dello shabbaton e la scelta dei progetti per i prossimi mesi sono state, a mio avviso, la parte più importante. Come nella tradizione della Giovane Kehillà, il focus non è stato sulle persone ma sui progetti. Si è deciso quindi di adottare il formato “Shabbat project” per il prossimo shabbaton. Prossimo progetto alla scoperta d’Israele: gita al Negev coordinata da Moshe Polacco; prossimo appuntamento a tema più prettamente ebraico, la preparazione di challot pensata da Miriam Sofia e infine come progetto di volontariato, una grande spaghettata per le persone bisognose.

Non ci resta quindi che aspettare e invitare tutti gli italkim a prendere parte e contribuire a questa vibrante Kehillà.

Miriam Sofia, di Torino, sta completando il master in Neuroscienze a Padova. Attualmente svolge un Tirocinio presso il Tel Hashomer Hospital di Tel Aviv
Miriam Sofia, di Torino, sta completando il master in Neuroscienze a Padova. Attualmente svolge un Tirocinio presso il Tel Hashomer Hospital di Tel Aviv


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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