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Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 gennaio 2017
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mediabiasSu Hatikwà e su molti giornali e riviste ebraiche italiane, ma anche sugli spazi social e negli scambi non virtuali, si discute spesso dell’approccio sbilanciato dei media quando si tratta di Israele e del conflitto israelopalestinese.

In linea di principio non occorre essere sostenitori dell’attuale governo israeliano per considerare iniquo il modo in cui la maggior parte dei quotidiani e delle televisioni, non esclusi alcuni di quelli che per altri aspetti fanno dell’equilibrio un punto di forza, dipinge il conflitto che coinvolge Israele, gli arabi palestinesi in particolare e il mondo arabo e islamico in generale. Ho una pessima considerazione del governo Netanyahu per molti motivi che riguardano la politica estera e interna, ma si tratta di una opinione personale del tutto irrilevante in questo caso. Non è credibile voler ricondurre alle scelte di questo governo la disinformazione che quotidianamente colpisce le fondamenta della legittimità dello Stato di Israele, semplicemente perché questa c’è sempre stata, anche quando al governo sedevano solide maggioranze laburiste.

netanyahuDi fatto, però, chi si occupa di smascherare il doppio standard utilizzato dai media per trattare di Israele e del terrorismo palestinese lo fa quasi sempre partendo da posizioni di sostegno al governo Netanyahu o più in generale alla destra sionista o nazionalreligiosa, e spesso e volentieri esprime senza filtro queste posizioni, facendo coincidere in modo estremamente discutibile l’invocazione a una più bilanciata informazione e la difesa a spada tratta delle posizioni dei partiti di destra. Parallelamente, mi sembra che pochi (ma alcuni sì) di quelli che sostengono una Israele diversa da quella di Netanyahu e dei suoi attuali alleati di governo, magari guardando con favore alle posizioni della sinistra sionista, si spendano per denunciare la disinformazione dei media mainstream e quella dell’oceano del web. Il risultato è una polarizzazione in due campi sempre più netta, un po’ paradossale se si pensa che spesso le posizioni di partenza non sono distanti.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 gennaio 2017
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veritanegata“Libertà di parola significa poter dire quello che vuoi […] ciò che non puoi fare è mentire e aspettarti di non essere tenuto a risponderne”. Questa frase è tratta dal film “La verità negata” di Mick Jackson, che affronta il tema del negazionismo della Shoah. Ho deciso di partire proprio da questo per rispondere all’ennesima polemica sul conflitto arabo-israeliano.

Qualche mese fa su un giornalino di un liceo di Roma sono usciti due articoli, particolarmente duri e provocatori, riguardo a questo tema. Attacchi senza senso sono mossi agli israeliani, considerati “carnefici”. Entrambi gli articoli si fondano su stravolgimenti storici. Non voglio entrare nel merito di quanto scritto in quanto farei riferimenti incomprensibili per chi mi sta leggendo. Ma il problema degli attacchi mediatici a Israele è ormai all’ordine del giorno. La scrittrice attacca perfino il sistema Iron Dome per i suoi costi “proibitivi”. Certo, ma non parla di quante vite umane salva, la vita di un uomo non ha prezzo. Sarebbe come criticare un farmaco salvavita solo perché è molto costoso.

onuplanSpesso la costituzione dello stato d’Israele è descritta come un atto di forza, ignorando che Israele è nata per volontà mondiale e che, al contrario, la popolazione araba rifiutò la spartizione proposta dall’Onu nel 1947, affinché uno stato arabo e uno stato ebraico potessero convivere. Israele è l’unica democrazia presente attualmente in Medio Oriente; è solo grazie alla riunificazione di Gerusalemme sotto il governo israeliano che tutte le religioni possono pregare senza pericolo nei propri luoghi di culto. Invito quindi chiunque voglia scrivere di questo o voglia trattare questo tema a leggere la dichiarazione della fondazione dello stato d’Israele che cita: “lo stato d’Israele […] sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace […] assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione […] Tendiamo la nostra mano a tutti gli stati vicini e ai loro popoli in un’offerta di pace e di buon vicinato”. Peccato che il giorno dopo la sua costituzione, lo stato d’Israele fu immediatamente attaccato dai suoi vicini, e gli attacchi allo stato e alla sua popolazione non hanno da allora mai avuto fine.

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Gerusalemme, crocevia di culture e tradizioni

E’ per tutti questi motivi che avevo deciso di non rispondere. Le mie parole non avrebbero aggiunto niente ai fatti. Chi critica incondizionatamente Israele non approfondisce nemmeno la realtà dei fatti. Rimane però un senso di frustrazione quando assisto a tutto questo. Credo allora che sarebbe giusto che nelle scuole, oltre a far conoscere la Shoah, fosse offerta un’informazione corretta sul conflitto arabo-israeliano; così come sarebbe opportuno formare ragazzi della mia età affinché possano essere in grado di replicare con chiarezza e competenza, una competenza che non sempre abbiamo. Solo una richiesta di maggior attenzione ai dirigenti scolastici. E’ giusto e opportuno lasciare libertà di parola, di espressione, di opinione e di stampa, ma non è giusto stravolgere la verità storica. Sarebbe come considerare libertà di opinione scrivere che la Cappella sistina è stata affrescata da Giotto. Concludo con un’altra frase tratta dal film che mi ha molto colpita: “Io non attacco la libertà di parola, difendo solo il diritto di lottare contro chi vuole sovvertire la verità”.

Keren Perugia
Keren Perugia vive a Roma, dove frequenta il liceo classico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 marzo 2016
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media_biasE’ stato sovente fatto notare che la disinformazione che colpisce Israele sui media italiani ed europei è pervasiva e influenza largamente una opinione pubblica che per lo più fraintende i motivi del conflitto, quando non è apertamente ostile agli ebrei vivi che difendono se stessi in una minuscola porzione di Medio Oriente. Sui morti di solito c’è una maggiore, sinistra elasticità, ma anche in questo caso non è affatto detto.

Quello che mi sembra significativo è che la disinformazione contro Israele e i suoi cittadini è quotidiana e sistematica. E’ anche un discorso autoreferenziale, ma date le dimensioni che ha assunto nell’epoca bulimica della comunicazione digitale si impone spesso e volentieri come “il” discorso su Israele. Le parti sono assegnate, les jeux sont faits, rien ne va plus. Voglio sostanziare questa riflessione con un esempio emblematico: uno di quelli in cui ci si imbatte tutti i giorni sfogliando i quotidiani o accendendo la televisione. Si tratta di una breve non firmata pubblicata da “Avvenire” il 3 marzo scorso con il titolo “Cisgiordania, assalto alla colonia: morti due palestinesi” (p. 12):

“Due adolescenti palestinesi sono stati uccisi l’altro ieri all’alba all’interno della colonia di Eli, a sud di Nablus (Cisgiordania): avevano tentato di accoltellare un israeliano – un soldato della riserva – all’interno dell’insediamento. I due aggressori avevano 17enni [sic!] ed erano residenti nel vicino villaggio di Qaryot. In serata, un altro tentato accoltellamento nell’insediamento di Har Bracha (Nablus): i due assalitori palestinesi sono riusciti a fuggire”.

media-hamasScusate se insisto: queste righe sono state pubblicate da “Avvenire”, testata autorevole che si professa “di ispirazione cattolica” e che di fatto dipende dalla Conferenza Episcopale Italiana; non contengono specifiche falsità, ma il motivo è davvero poco nobile: è l’insieme a essere falso.

1) La dinamica dei fatti è rovesciata, e con essa il nesso causa-effetto: prima viene descritta l’uccisione dei due palestinesi, soltanto successivamente leggiamo che “avevano tentato di accoltellare un israeliano”. E’ del tutto evidente che l’ordine in cui i fatti sono riportati non corrisponde alla sequenza con cui si sono verificati, e lo è ancora di più che questo è funzionale a un rovesciamento di responsabilità.

2) I palestinesi di cui vengono raccontate le imprese sono terroristi. Perché allora non vengono mai definiti come tali? Eppure non dovrebbero esserci dubbi: sono penetrati con coltelli e spranghe in un centro abitato con la chiara intenzione di uccidere.

3) Il compilatore della breve, più che interessarsi a quello che i due hanno compiuto, insiste sulla loro età, definendoli prima “adolescenti” e poi, per fugare ogni dubbio, dandone gli estremi anagrafici. L’ovvia conseguenza di questa insopportabile retorica è suscitare con essi – non vittime ma carnefici – l’immedesimazione del lettore.

media-spoonfeeding-cartoon-300x1804) La vicenda si svolge in una regione che rientra in quei territori che, dal punto di vista giuridico, risultano non “occupati”, bensì “contesi”. I “due adolescenti palestinesi”, però, provenivano da un “villaggio”, mentre gli israeliani risiedevano in una “colonia” (una occorrenza nel testo e una nel titolo) e in un “insediamento” (due occorrenze, ad abundantiam). Non si tratta, qui, di schierarsi a favore o contro l’opportunità di una presenza ebraica in West Bank – personalmente guardo con grande preoccupazione a un simile stato di cose. Si tratta, invece, di riflettere sul senso delle due misure impiegate: da una parte un villaggio, quintessenza di semplicità e vita conforme alla natura, dall’altra colonie e insediamenti, che alludono a una occupazione, a un non-diritto, a una violenza sul corso naturale della vita e degli eventi, ma anche, in modo sinistro, al campo semantico della biologia.

5) Sono i terroristi gli indiscussi protagonisti del resoconto: non a caso costituiscono il soggetto di tutte le frasi che lo compongono. Nel secondo caso riportato non si fa neppure menzione delle vittime israeliane, ma solo di un anonimo “accoltellamento”. Anonimo, dunque anche senza responsabili.

6) L’unico israeliano citato è definito “un soldato della riserva”: una informazione di per sé non mendace perché tutti gli israeliani, una volta terminato il servizio militare, entrano nella riserva; ma faziosa, perché l’uomo è stato aggredito a casa propria in veste di civile, non di soldato.

7) Il non detto, infine, è un pozzo buio di cui non si vede il fondo. Chi ha composto l’articolo, per esempio, avrebbe potuto scrivere che i due terroristi sono penetrati nell’abitazione di Roy Harel – questo il nome dell’israeliano ferito – che è riuscito a respingerli, evitando così che facessero strage della moglie e dei cinque figli. E’ stata la donna a telefonare alle forze di sicurezza, che sono intervenute rapidamente e, dopo essere state aggredite a propria volta dai due palestinesi, per fermarli li hanno uccisi.

Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 giugno 2010

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Tgcom

Roma spegne il Colosseo per Shalit

Maxi rissa tra israeliani e palestinesi

Roma si è stretta attorno a Gilad Shalit, il giovane militare israeliano da quattro anni prigioniero di Hamas. Circa 5mila persone, tra cui rappresentanti della comunità ebraica e politici, si sono riuniti al Colosseo, le cui luci sono state spente per protestare contro la prigionia del soldato. In tarda serata poi decine di persone sono state coinvolte in una maxi-rissa tra italiani filo-israeliani e filo-palestinesi di fronte al Campidoglio.

Sotto l’Anfiteatro Flavio si sono riuniti soprattutto giovani appartenenti al Bene’ Berith e dell’Ugei. Alle 23.00 in punto, mezzanotte in Israele, il Colosseo si è spento e dalla piazza si è levato un grido: “Libero”. Non è stato l’unico urlo a riecheggiare in ricordo di Shalit. Poco prima il ministro per le politiche europee, Andrea Ronchi, aveva infatti gridato: “Israele non sarà mai sola, mai sola, mai sola”.

Molte le testimonianze a sostegno del padre di Shalit, che ha chiesto “alla comunità internazionale ed europea di fare pressione nei confronti di Hamas perché liberi suo figlio”. Ma ci sono state anche parole dure verso quelli che il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, ha definito “pacifinti”. “Dov’è Gino Strada con Emergency? Dov’è Amnesty International? Non hanno fatto nulla, sono a senso unico”, ha detto Ronchi.

Poi è stata la volta del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che ha detto, alzando la voce, che “da quando il volto di Shalit campeggia sul Campidoglio gli ipocriti e i pacifisti a senso unico stanno lontani dalla piazza”. Per il primo cittadino di Roma quel volto “non deve mai cessare di assillare le nostre coscienze”.

Sul palco, tra i politici e i rappresentanti della comunità ebraica tutti con al polso il braccialetto giallo pro-Shalit c’era anche il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, che ha parlato di una vicenda “in cui torti e ragioni sono chiarissimi e indiscutibili: siamo in presenza di un atto di terrorismo al di fuori di convenzioni internazionali”. La presidente della regione Lazio, Renata Polverini, ha sottolineato “l’affetto che ho per Israele e per chi si riconosce in quello Stato”.

Maxi-rissa tra israeliani e palestinesi

Poco più tardi, di fronte alla scalinata del Campidoglio, decien di israeliani e palestinesi sono stati coinvolti in una maxi-rissa. Una giovane è rimasta ferita ed è stata portata in codice giallo all’ospedale santo Spirito con contusioni e traumi. Secondo quanto hanno riferito alcuni testimoni, un gruppo di circa 40 israeliani di ritorno dalla manifestazione al Colosseo a favore di Gilad Shalit ha incrociato un gruppo di palestinesi e sostenitori del gruppo “Free Gaza”, scesi in strada per un contro sit-in davanti al Campidoglio. Da lì è partito qualche insulto e si è scatenata la rissa con scambio di calci e pugni tra le due fazioni. L’intervento delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa ha ristabilito la calma.

Repubblica

Luci spente al Colosseo per Shalit e rissa tra israeliani e palestinesi

Ieri sera le luci dell’Anfiteatro Flavio si sono spente alla 23 in punto, la mezzanotte di Gerusalemme. Presente il padre del soldato prigioniero di Hamas, Alemanno, Polverini e Zingaretti. Al termine della manifestazione gli incidenti ai piedi del Campidoglio

La manifestazione al Colosseo

Si è conclusa nel peggiore dei modi la manifestazione di ieri sera al Colosseo per chiedere la liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano che da esattamente quattro anni è prigioniero di Hamas. Decine di persone sono state coinvolte nella tarda serata di ieri in una maxi-rissa tra israeliani e palestinesi a Roma di fronte alla scalinata del Campidoglio. Una giovane è rimasta ferita ed è stata portata in codice giallo all’ospedale Santo Spirito con contusioni e traumi.

Colosseo. Le luci dell’Anfiteatro Flavio si sono spente alla 23 in punto, la mezzanotte israeliana, per chiedere la liberazione del caporale israeliano prigioniero di Hamas dal 25 giugno 2006, quando fu rapito in territorio israeliano, ai confini della striscia di Gaza. Ai piedi dell’arco di Costantino si sono radunate, secondo gli organizzatori, alcune miglialia di persone, per assistere alla manifestazione promossa dai movimenti giovanili Benè brith giovani e Unione giovani ebrei italiani.

Sul palco il padre di Gilad Noam Shalit, il ministro delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi, il presidente della regione Lazio Renata Polverini, il presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti, il sindaco della capitale Gianni Alemanno, il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, il presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici e il giornalista Giuliano Ferrara. “Israele non sarà mai solo”, ha detto il ministro Ronchi. Poi, rivolgendosi al padre di Gilad, ha aggiunto: “Allo stesso modo tuo figlio non è solo, perché noi continueremo a denunciare questa situazione e l’omertà culturale del pacifismo a senso unico”.

Pacifici ha rivolto un invito al ministro degli Esteri Franco Frattini: “Dobbiamo darci da fare per rimediare a quattro anni di diritti umani negati e di violazione della Convenzione di Ginevra”, ha detto. Un appello condiviso anche dal presidente Zingaretti. “Se siamo qui è per lanciare un messaggio forte: nessuno faccia finta di non vedere e non capire, e nessuno osi dimenticare Gilad Shalit”, ha ammonito, “in questa vicenda le ragioni e i torti sono chiari e indiscutibili, perchè Gilad è vittima di una vicenda barbarica al di fuori di ogni convenzione internazionale”. “Continueremo il nostro impegno – ha assicurato Polverini – affinché i nostri giovani possano trasmettere, insieme ai vostri, un messaggio di speranza, quella di poter festeggiare l’anno prossimo, a Gerusalemme, la liberazione di Gilad”.

Un anno fa la capitale ha conferito la cittadinanza onoraria al ragazzo, issando una sua immagine sulla scalinata del palazzo Senatorio, in piazza del Campidoglio. E’ una “serata emozionante”, ha sottolineato Noam Shalit, “in cui riecheggia l’urlo muto con cui mio figlio chiede di essere liberato e di non essere dimenticato”

IlMessaggero

Roma spegne il Colosseo per Gilad Shalit

Maxi rissa tra israeliani e palestinesi

ROMA (25 giugno) – Decine di persone sono state coinvolte nella tarda serata di ieri in una maxi-rissa tra israeliani e palestinesi a Roma di fronte alla scalinata del Campidoglio. Una giovane è rimasta ferita ed è stata portata in codice giallo all’ospedale santo Spirito con contusioni e traumi.

Davanti al Campidoglio, secondo quanto hanno riferito alcuni testimoni, un gruppo di circa 40 israeliani di ritorno dalla manifestazione al Colosseo per chiedere la liberazione del giovane militare israeliano Gilad Shalit, aveva incrociato un gruppo di palestinesi e sostenitori del gruppo Free Gaza. Questi ultimi avevano organizzato un contro sit-in davanti al Campidoglio.

Da lì è partito qualche insulto e si è scatenata la rissa con scambio di calci e pugni tra le due fazioni. L’intervento delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa ha ristabilito la calma. Gli israeliani facevano ritorno al ghetto dopo aver assistito allo spegnimento delle luci al Colosseo per ricordare il soldato da quattro anni prigioniero di Hamas.

Nel quarto anniversario della sua cattura (25 giugno 2006) la madre del soldato, Aviva, ha lanciato oggi un accorato appello agli israeliani affinché moltiplichino il proprio impegno per spronare il governo a uno scambio di prigionieri con Hamas, che tiene prigioniero il militare israeliano.

Repubblica

LA MANIFESTAZIONE

Insieme al Colosseo per la libertà di Shalit

Alemanno e Zingaretti con i familiari del soldato israeliano prigioniero di Hamas da 4 anni

ROMA  – “Roma per Shalit”. In cinquemila si sono ritrovati al Colosseo, intorno alla grande foto di Gilad Shalit, il soldato riservista israeliano che il 24 giugno di 4 anni fa è stato fatto prigioniero da alcuni militanti di Hamas e che ancora oggi è sequestrato e tenuto in ostaggio. Roma, le sue istituzioni e la comunità ebraica si sono strette intorno alla sua famiglia, con in testa il padre Noam. Alle 23 in punto le luci del Colosseo si sono spente, e i manifestanti hanno urlato piu’ volte: “Libero”. Succedeva nello stesso momento alle Mura di Gerusalemme.

Bandiere con la stella di David e musiche israeliane hanno riempito il piazzale tra l’Arco di Costantino e l’Anfiteatro Flavio. Alla manifestazione hanno partecipato il Sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, quello della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, il rabbino capo, Riccardo Di segni, il presidente della comunità ebraica, Riccardo Pacifici, il presidente dei giovani ebrei italiani, Giuseppe Piperno, il ministro Andrea Ronchi, il presidente dell’Udc, Lorenzo Cesa e i bambini della scuola Polacco. Una serata per combattere l’indifferenza. Sullo schermo sono state trasmesse le immagini di un video di Shalit girato dalla prigionia. “L’affetto che Roma prova per Gilad è grande” ha detto Piperno. Gilad Shalit è stato poi proclamato presidente onorario dell’associazione dei movimenti Benè brith giovani ebrei italiani consegnata di fatto al padre. Il sinadaco Alemanno ha detto: “due anni fa si è avverato il sogno di dichiararlo cittadino onorario è un segnale profondo da un punto di vista politico ma un modo per rendere più giusta questa città – Alemanno ha poi sottolineato come – da quando la sua immagine è in Campidoglio i pacifisti a senso unico stanno lontano come gli ipocriti. Perchè se non si rispettano giustizia e verità e tutti i popoli non si è degni di parlare di pace. Gilad ha il diritto di essere libero.

Zingaretti ha affermato: “Siamo qui per lanciare un messaggio forte: nessuno faccia finta di sapere e di non vedere e soprattutto nessuno faccia finta di dimenticare Shalit. Si può dire di tutto sulle vicende di Gaza ma questa è chiarissima: Gilad non è un prigioniero di guerra ma un atto di terrorismo. Siamo qui per un ragazzo che è vittima di una vicenda barbarica. Gilad è un ragazzo che non c’entra nulla”.

A salire sul palco è stato anche il padre del ragazzo in mano di Hamas che ringraziando le istituzioni italiane e romane ha detto: “Da 4 anni Hamas viola le convenzioni di Ginevra e lo Statuto di Roma”. Polemico Pacifici contro quelli che ha definito i “pacifinti”. “Dov’è Amnesty? Dov’è Emergency” ha detto “anche loro dovrebbero combattere per Shalit”,

Unità

Il Colosseo spento per il soldato Shalit

Rissa ieri sera durante la manifestazione, nel centro di Roma, per la liberazione di Gilad Shalit, il caporale dell’esercito israeliano rapito dai militanti di Hamas all’alba del 25 giugno del 2006 in territorio israeliano. Tafferugli sono scoppiati, sotto la scalinata del Campidoglio, tra alcuni partecipanti alla manifestazione e giovani filopalestinesi. Secondo la ricostruzione della polizia, che era sul posto, un giovane filopalestinese è rimasto ferito in maniera lieve ed è stato portato all’ospedale Santo Spirito per essere medicato.

Le luci del Colosseo, il monumento simbolo di Roma, alle 23, alla mezzanotte israeliana, spente per chiedere l’immediata liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano catturato quando aveva 19 anni il 25 giugno del 2006 al confine con la striscia di Gaza. Ricorre il quarto anniversario dal rapimento. Luci spente anche per il Castello Sforzesco, a Milano, e per la Mole Antonelliana, a Torino. Per partecipare all’iniziativa il padre di Gilad è arrivato a Roma e ha incontrato privatamente, in Campidoglio, il sindaco di Roma Gianni Alemanno. All’iniziativa, promossa dai movimenti giovanili ‘Benè Birth Giovanì e l’Unione Giovani Ebrei Italiani (Ugei), presenti Alemanno, il presidente della Regione Lazio Renata Polverini, il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti e il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici.

Il giovane soldato, la cui immagine campeggia sulla facciata del Campidoglio per chiederne la liberazione, è cittadino onorario dal 20 dicembre del 2008. «Apprezzo veramente – ha detto il padre di Gilad Shalit – quello che sta facendo la città di Roma, che Roma non dimentichi mio figlio e che si parli di lui. Mio figlio da 4 anni viene detenuto a fini di estorsione e questo rappresenta una violazione internazionale oltre che un crimine di guerra». «Questa giornata – ha sottolineato Alemanno – non può essere dimenticata. È purtroppo il quarto anniversario dal rapimento di Gilad e il Colosseo è il simbolo importante e potente da usare ogni qual volta vengono violati i diritti dell’uomo. Dopo 4 anni non si può più parlare di rapimento ma di sequestro».

Secondo Protocollo

Roma per Shalit: successo della manifestazione nel silenzio dei media. Provocazione dei pacifinti

E’ stata un successo la manifestazione organizzata ieri sera a Roma per chiedere la liberazione di Gilad Shalit. Peccato che come al solito la “grande stampa” l’abbia completamente trascurata. Magari se si fosse manifestato per la liberazione di qualche terrorista palestinese le cose sarebbero andate diversamente.

Oltre cinquemila persone si sono radunate sotto al Colosseo per chiedere la liberazione di Gilad Shalit a quattro anni dal suo rapimento da parte del gruppo terrorista di Hamas. Noam Shalit, il padre di Gilad, ha parlato rivolgendosi alla Comunità Internazionale e chiedendo la liberazione del figlio. Molto toccante il discorso di papà Noam specialmente quando ha invitato il mondo a non dimenticare suo figlio Gilad e quando, rivolgendosi ai suoi rapitori, ha chiesto che sia permesso alla Croce Rossa di visitare il giovane israeliano e di constatare il suo stato di salute. Noam si è rivolto anche all’Unione Europea, dato che suo figlio ha il doppio passaporto (franco-israeliano) ed è quindi a tutti gli effetti un cittadino europeo oltre che cittadino onorario di Roma, chiedendo un intervento dell’Europa per la liberazione di Gilad. “Mi sto chiedendo – ha detto papà Noam – se la comunità internazionale , e quella europea in particolare , che ha messo sotto forte pressione Israele affinché prendesse misure umanitarie per Gaza, ha fatto altrettante pressioni su Hamas per fare un piccolissimo passo umanitario a favore di un suo cittadino”.

Manifestazioni per la liberazione di Gilad Shalit si sono svolte anche in altre città italiane e nel mondo. Milano, Torino, New York e altre città hanno ricordato il giovane israeliano detenuto illegalmente da quattro lunghi anni da un gruppo di assassini senza scrupoli. Peccato che i media, anche questa volta, abbiano quasi completamente snobbato l’evento, salvo parlare diffusamente della provocazione messa in atto da alcuni pacifinti (esperti in provocazioni) i quali hanno organizzato una contro-manifestazione di fronte al Campidoglio, contromanifestazione sfociata in una rissa, nella migliori tradizioni di certi pacifinti che non perdono occasione per menar le mani e attaccare gli ebrei.

Per la cronaca, segnaliamo il netto rifiuto da parte di Hamas di far visitare Gilad Shalit da personale della Croce Rossa Internazionale, in aperto contrasto con qualsiasi legge internazionale, leggi internazionali invocate decine e decine di volte dai sostenitori di Hamas. Intendiamoci, la cosa è del tutto normale e quindi non stupisce. Hamas è un gruppo terrorista che occupa Gaza e che tiene in ostaggio 1,5 milioni di persone, non deve sottostare alle leggi internazionali. Però, sempre secondo i pacifinti, tutti gli altri dovrebbero applicare il Diritto Internazionale nei confronti di Hamas. Bravi eh?

Segnaliamo anche che sempre la Croce Rossa Internazionale sta cercando di consegnare un piccolo pacco di aiuti umanitari a Gilad Shalit attraverso suoi intermediari nella Striscia di Gaza. Un piccolo gesto simbolico che però Hamas non vuole che avvenga.

Le manifestazioni a favore della liberazione di Gilad Shalit non finiscono comunque qui. A New York è stata organizzata la “The True Freedom Flotilla”. Un atto simbolico è stato fatto dall’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Gabriela Shalev, che in una conferenza stampa ha ricordato al mondo e all’ONU come sia vergognoso che “coloro che sostengono di difendere i Diritti Umani lo facciano solo a senso unico” rimarcando come nessuna delle cosiddette “grandi organizzazioni umanitarie” abbia mai speso una sola parola per Gilad Shalit a dimostrazione che dette organizzazioni adottano il sistema dei due pesi e due misure.

Altre iniziative sono in programma nelle prossime settimane. Per coloro che vogliono seguire la vicenda lo possono fare nella pagina di Facebook gestita dal gruppo di “Sostegno italiano per il raggiungimento della liberazione di Gilad Shalit”.

Virgilio

Per Shalit scoppia la rissa tra israeliani e palestinesi

La scorsa notte, a seguito delle manifestazione che ricordava e chiedeva la liberazione del militare israeliano Gilad Shalit, è scoppiata una maxi rissa tra sostenitori israeliani e palestinesi

La piazza antistante il Colosseo ha visto, nella serata del 24 giugno, la celebrazione di una manifestazione a sostegno di Gilad Shalit, un giovane soldato israeliano da quattro anni prigioniero di Hamas. Alla manifestazione hanno partecipato, oltre al padre del ragazzo, le più alte cariche politiche della regione e del governo insieme ai rappresentanti della comunità ebraica della capitale. Tutti hanno fermamente chiesto la liberazione di Gilad, vittima sacrificale di uno scontro barbarico tra popoli che va al di fuori di ogni convenzione internazionale.

Il momento culminante della manifestazione è stato, alle 23 in punto, lo spegnimento delle luci che ogni notte illuminano il Colosseo: l’anfiteatro Flavio è stato oscurato per far si che non si dimentichi la situazione in cui versa Gilad Shalit. Purtroppo, invece di concludersi pacificamente, la manifestazione ha degenerato, a pochi metri distanza, in uno scontro violento tra sostenitori palestinesi e israeliani.

Pare che i filo-palestinesi, del gruppo “Free Gaza”, avessero organizzato un contro sit-in davanti al Campidoglio per ricordare gli oltre 11000 civili palestinesi nelle carceri israeliane e per onorare i 1417 morti palestinesi dell’operazione “Piombo fuso”.

Al termine della manifestazione, mentre una quarantina di manifestanti israeliani facevano ritorno al ghetto ebraico, le due fazioni si sono “incontrate” davanti alla scalinata del Campidoglio e da lì sarebbero partiti gli insulti reciproci. Si è quindi scatenata una maxi rissa con calci e pugni nella quale è rimasta ferita una giovane donna, portata in codice giallo all’ospedale Santo Spirito con contusioni e traumi. L’intervento delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa ha ristabilito la calma.

Entrambe le fazioni denunciano di aver subito per prime l’attacco dell’altra parte e la dinamica rimane ancora poco chiara. Quello che invece è chiarissimo è che la questione medio-orentale sia bel lungi dall’esser risolta in maniera pacifica.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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