marta spizzichino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 novembre 2016
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Si torna alla quotidianità più consapevoli portando con sé settant’anni di storia e qualche immagine. Di Birkenau ricorderò il freddo pungente, le rotaie e una rosa appesa a un vagone. Di Cracovia le foglie gialle per le vie e le lapidi storte del cimitero ebraico. Di Varsavia la giovinezza dei palazzi. Della Polonia la stanchezza per aver combattuto una lotta contro nemici che per secoli l’hanno privata della libertà. Oggi tenta di lasciare un passato doloroso alle spalle, ricordandolo ma mettendo da parte la sofferenza: è giovane e vuole ricominciare a vivere anche lei.

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Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 luglio 2016
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Ricordo di Elie Wiesel - disegno di Deboara Spizzichino per Hatikwà
Ricordo di Elie Wiesel – Disegno di Debora Spizzichino per Hatikwà

Le parole sono armi e la conoscenza è una corazza, valide nella difesa e nell’attacco risultano incredibilmente flessibili. Questo è il messaggio che è emerso il giorno 14 luglio nei pressi del giardino del Tempio  di Roma dalla conferenza in ricordo del premio Nobel per la pace Elie Wiesel.

Si sono alternati gli interventi di Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah e Maurizio Molinari, direttore della “Stampa”, entrambi insistendo sull’importanza della memoria condivisa e sul pericolo imminente cui va incontro: la scomparsa dei testimoni oculari. Quando questi non ci saranno più a chi delegare il compito di raccontare? Con quale strumento e con quale fermezza? Molinari interviene ricordando un aneddoto raccontatogli da Wiesel, che vide sei testimoni della Shoah cominciare il racconto della terribile esperienza e i nipoti concluderlo. Questa è l’idea che egli aveva della narrazione: la storia vissuta dalle vittime è la medesima che deve essere riportata dai discendenti.

Oltre all’anima del sopravvissuto in Elie Wiesel risiedeva quella del leader militante e dell’insegnante. Fu tra i fondatori del Museo della Shoah di Washington ma la devozione alla libertà difesa dagli Stati Uniti mal si sposava con l’indifferenza mostrata dagli stessi nel non aver bombardato i campi di sterminio a guerra quasi conclusa. Sentiva la necessità di ricordare all’America questo errore e lo sottolineava ogni qual volta ne avesse occasione. Le opportunità non mancarono: prima con Reagan e poi con Obama cui raccontò il motivo per il quale risulta impossibile difendere la memoria della Shoah senza difendere Israele e ricordò la ragione per cui Auschwitz non fosse stata bombardata: l’assenza di un leader risoluto in grado di parlare con Roosevelt lasciando il campo a una dilagante indifferenza.

wieselWiesel era espressione e interprete del popolo ebraico, credeva nel potere del Talmud come base per la formazione identitaria e antidoto all’odio, di cui lo studio uccide i frutti marci. Diffondeva ideali di libertà che lo portarono ad amare prima Parigi e poi New York e ancora Gerusalemme, cuore pulsante di un’identità mai spenta. Faceva attenzione ai diversi pubblici che aveva davanti adeguando a essi il suo linguaggio. Le parole sono ponti tra un passato poco conosciuto e un presente ancora da definire, si deve combattere con la puntualità delle parole e la chiarezza dei discorsi, preferendo racconti poco estesi e precisi. Parlando con Obama comparò l’uscita degli afroamericani dalla schiavitù con quella degli ebrei raccontata nell’Haggadah, e segnò così l’inizio della celebrazione di Pesach alla Casa Bianca.

Wiesel era tra i pochi capaci di dialogare risultando universale, battendosi non solo per la causa ebraica ma anche per quella dei popoli dei Balcani a fine anni ’90. Bisogna ricordare le duplici facce del razzismo e più in particolare dell’antisemitismo: quella che si insedia in ambienti in cui l’ebraismo c’è ed è parte integrante dell’assetto sociale e quella in cui è visto come qualcosa di lontano e negativo: l’approdo è uguale ma le cause diverse e diverso è l’approccio da utilizzare quando le si vuole contrastare. A noi spetta il compito più arduo data la posizione mediana: non siamo testimoni e tanto meno storici, tuttavia dobbiamo fregiarci dei loro stessi strumenti, gli unici capaci di contrastare il germe propagatore di ostilità e rancore.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 giugno 2016
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Vasilij Grossman
Vasilij Grossman

Vi sono periodi della storia che non sembrano lasciare spazio a ulteriori spiegazioni e altri che si impongono provvisoriamente in un modo e finiscono per essere riformulati in un altro. Alcuni, guardati con gli occhi di chi li vive, sono privi dell’oggettività storica che solo il tempo può dar loro e, se li si interroga a distanza di anni, rispondono a mezza bocca con quel fare un po’ vago e dinoccolato, quasi volessero dire qualcosa di più ma non riescono e, per vergogna, tacciono.

I quarant’anni che seguono la II guerra mondiale sono davvero così “freddi” o lo sono diventati a causa di una retrospettiva storica che li ha congelati? Dobbiamo svalutare anche quel che di buono sono riusciti, loro malgrado, a far emergere? Non rischiamo forse di cedere alla debolezza stessa della distorsione storica, da cui sono colpiti non di rado i contemporanei? Alcuni fiori sono sbocciati d’inverno e morti d’estate, hanno cambiato colore e quasi forma, superando le differenze e, talvolta, sintetizzandole. Così come i fiori esiste un’arte che nasce nel regime, da esso prende vita e pian piano se ne distacca. Mi chiedo se non sia proprio questa a presentarsi come la più piena e completa: ne conosce le differenze, se ne fa testimone e le trasforma in ricchezze.

"Vita e destino", di Vasilij Grossman

"Tutto scorre"

Vasilij Grossman ha fatto questo. È stato osservatore attento dei suoi tempi, li ha visti evolvere e ne ha analizzato il carattere. Nel lontano 1941, all’ombra di una tenda, scrive di soldati macilenti oramai stremati dall’offensiva tedesca ed esalta i sacrifici sofferti dai sovietici. Dopo questo – ma solo cronologicamente – c’è un Grossman più lucido e disincantato che, in dissidio con il regime dopo la campagna antisemita del 1949-1953, racconta il totalitarismo e le sue pene, la violenza e la lotta che i singoli affrontano per sottrarvisi, le enormi ambiguità e contraddizioni del “disgelo” cominciato dopo il 1956, una storia che non mi pare poi tanto distante da quella del nazismo.

"Il lungo freddo": la vicenda di Bruno Pontecorvo raccontata da Miriam Mafai

Accanto a Grossman vi sono stati altri, come il fisico Bruno Pontecorvo, che volontariamente hanno scelto di prendere la via che lo avrebbe portato a vivere nella città di Dubna dove risiedeva l’aristocrazia della fisica sovietica e in cui gli viene affidata la direzione della divisione di Fisica sperimentale del Laboratorio dei Problemi Nucleari. La scelta dell’esilio risiede in motivazioni fortemente ideologiche che lo portano a scagliarsi contro un’America considerata troppo aggressiva nei confronti di una Unione Sovietica “ fin troppo pacifista”. Per molti anni gli è impossibile tornare in Italia, vi riesce solo nel 1978 e si trasferisce a Roma qualche anno dopo. Sono anni difficili per Pontecorvo che, fin dalla permanenza a Parigi, si nutre di ideali comunisti e che ora si ritrova a doverli mettere in discussione. Alla domanda che la giornalista Miriam Mafai gli pone se si fosse pentito di aver intrapreso quel percorso egli risponde di aver pensato molto ma di non esser giunto ad alcuna risposta. Fatto sta che nel 1993 decide di tornare nella sua seconda patria dove morirà a breve.

Vi sono persone che nascono sotto un regime e altre che vi si imbattono per volontà propria. Le riflessioni che la questione pone sono varie: si richiede un’analisi più accorta del presente e del passato, degli effetti che le scelte procurano e l’esigenza di non cedere a un’ottica che risulta fin troppo incantata. Ad esse segue una critica attenta all’approccio adottato nel difendere l’ideale perseguito. È giusto trascurare il dispiegarsi dei fatti storici a favore della causa difesa o risulta necessario cedere loro il passo chinando la testa?

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 maggio 2016
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toleranceIl concetto di tolleranza, motivo di numerose lotte fisiche o ideali, dovrebbe esser posto come sostrato di ogni società che si reputi civile e democratica. Spesso però se ne dimentica la pregnanza passata scordando  quanto risulti fondamentale per il presente.

Siamo figli diretti di un Illuminismo che era solito promulgare messaggi di pace e uguaglianza e che solo parzialmente è riuscito nel suo intento, lasciandoci nelle mani ancora tanto odio. Oggi il concetto di tolleranza assume un significato più ampio rispetto a ieri; ingloba anche l’accezione di tolleranza religiosa ma non si esaurisce con essa. Si parla di tolleranza in riferimento alla convivenza con minoranze o per definire quell’insieme di valori plurali che risulta “comprensivo di ogni forma di libertà, morale, politica e sociale” (N. Bobbio, “Le ragioni della tolleranza”, in “L’intolleranza: uguali e diversi nella storia”, a cura di R.C. Bori, Il Mulino).

Con Napoleone vengono abbattute per la prima volta le porte dei ghetti
Con Napoleone vengono abbattute per la prima volta le porte dei ghetti

La tolleranza risulta così analizzabile da diverse angolazioni. Una di queste la vede in prospettiva del riconoscimento della nostra fallibilità e dall’inclinazione a sbagliare (“Dizionario filosofico” di Voltaire) tuttavia risulta oggi poco esaustiva. Il valore semantico che la parola è in grado di assumere risulta proporzionale allo sviluppo della società e ne abbiamo avuti di cambiamenti negli ultimi due secoli e mezzo! Ciò che in passato si restringeva al panorama religioso oggi deve declinarsi in diversi modi: sociali, economici e soprattutto culturali. Ciò avviene perché è la sfera in cui viviamo ad apparire priva di confini netti o di identità stabili e dunque risulta necessario rivalutare il concetto di tolleranza, talvolta estremizzandolo. In passato bastava la sopportazione, oggi è indispensabile il riconoscimento delle singole differenze. Il tutto rimane pura teoria perché la messa in pratica è altra cosa: richiede notevoli sforzi e la capacità di cedere parzialmente quella libertà a cui spesso non si è disposti a rinunciare.

Tale questione risulta un tema funzionale non solo ad ambiti giuridico-filosofici ma anche a quell’universo letterario capace di analizzarne le sottigliezze con una leggerezza differente. Questo Pirandello lo sapeva bene: dedicò una delle sue novelle, “Un goj”, alla faticosa coesistenza di un genero “giudeo” e un “suocero cattolico”. Ciò che fa riflettere è il significato che qui il termine assume e che risulta uguale e opposto. “Goj” viene utilizzato per descrivere un ebreo e un non ebreo e ciò non avviene solo in lingua italiana ma anche in inglese. E questo è un esempio non banale di come la stessa parola si presti, ironicamente, a delineare più cose, talvolta molto distanti. L’analisi letteraria non termina di certo qui, si espande e cresce parallelamente a quella filosofica o sociologica, utilizzando strumenti differenti ma portando allo stesso effetto: l’analisi vigile e  accorta di un concetto che più che mai risulta attuale e che è destinato a mutare sempre più velocemente nei protagonisti e dunque nei suoi scenari e contenuti.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 aprile 2016
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chagallIn questo disordine generale in cui l’Europa ristagna da anni, si fa sempre più pressante l’idea di un ritorno in massa degli ebrei in Terra di Israele. Questa è una costante della tradizione ebraica che culmina con la venuta del Messia e che con il tempo è divenuta l’unica alternativa a un mondo che appare sempre più intollerante e inospitale. L’aliyah è il pellegrinaggio o, per meglio dire, quel cammino in salita compiuto per raggiungere Gerusalemme durante i tre pellegrinaggi prescritti per le festività di Pesach, Shavuot e Sukkot. Da un secolo però la parola assume un contenuto differente: essa è sinonimo di sicurezza per gli ebrei della diaspora. Ogni qual volta si presenta incertezza politica ed economica si pensa a Israele come terra materna pronta ad accogliere chi ha bisogno di professare la propria identità ebraica liberamente. Questa certezza va però barattata con l’insicurezza provocata dalla guerra e molti sono ben disposti a convivere con la seconda per ottenere la prima. Il fenomeno provoca svariati effetti sull’orizzonte ebraico ma anche più genericamente su quello collettivo. L’aspetto ideale o religioso della faccenda va però sommato a quello economico.

Israeli passports passport sitting on an open passport with passport stampsInfatti si può dire che sia la crisi economica la chiave di lettura del fenomeno dell’aliyah nel 2009, quando i paesi con il maggior tasso di disoccupazione sono stati proprio quelli che hanno visto andar via il maggior numero di cittadini verso Israele di cui il 60 % ha meno di trentacinque anni. Lo Stato è pronto a offrire numerose alternative in termini di lavoro e istruzione che allettano chi in Europa non vede che disoccupazione.

Questa è la sintesi di ciò che è avvenuto alcuni anni fa e che si ripresenterà in modo ancora più massiccio se le condizioni socio-economiche non cambieranno a breve. L’aliyah assume così un significato più ampio. Ciò che all’origine si limitava a descrivere il pellegrinaggio ora definisce l’ascesa  in senso fisico, come immigrazione, che ingloba a sua volta anche la crescita economica.

Diverse domande sorgono spontanee: quale sarà il futuro per gli ebrei della diaspora? O più precisamente: vi sarà futuro? Come si dovrà declinare il rapporto tra ebraismo e diversità se il cittadino ebreo della diaspora è destinato a tornare nella terra d’origine? È dovere ricordare che la forza del popolo ebraico nei secoli è stata quella che ha recato ai suoi membri maggiore pena e sofferenza: il dover coniugare la propria identità con la diversità della nazione che lo ospita. Questa incertezza d’altro canto ha determinato un vantaggio notevole: la capacità di guardare le cose con occhio distaccato pur essendo pienamente coinvolti. In un paese in cui domina la somiglianza le tradizioni distinte verranno sempre più a offuscarsi e il rapporto con la diversità sempre più a scemare. Ciò che ci rende sicuri è ciò che a lungo andare ci svuoterà. Sarà dunque ancora possibile mantenere quell’attitudine all’analisi critica che è possibile trovare quando si è pienamente dentro e parzialmente fuori?

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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