israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 marzo 2016
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raccah1Aiutare quanti soffrono di presbiopia a mettere meglio a fuoco i caratteri e a usare meno gli occhiali?

È possibile grazie all’applicazione israeliana  GlassesOff che oggi lancia una nuova versione. Vi lavora anche un giovane ebreo romano trasferito in Israele, Samuel Raccah.

Sviluppata in Israele, il paese con il maggior numero di start-up pro capite al mondo,  GlassesOff è fra le più promettenti dell’ultimo quinquennio. Si tratta di una rivoluzionaria applicazione che permette di eliminare la dipendenza dagli occhiali da lettura oltre che di migliorare altri parametri legati alla vista come il tempo di reazione agli stimoli, messa a fuoco, nitidezza delle immagini, riduzioni di mal di testa e riduzione di sensazione di affaticamento dell’occhio. Questi parametri sono ben apprezzati da vari enti come squadre sportive e dell’aeronautica israeliana che ha cominciato a interessarsene. L’applicazione è disponibile al download gratuitamente sull’App Store e sul Play Store, e offre un test gratuito della vista per predire i benefici che l’app è in grado di apportare.

È sufficiente scaricare l’applicazione, eseguire alcuni esercizi della durata di 12 minuti per tre volte a settimana e nell’arco di due mesi l’occhio riacquisterà la capacità di leggere e focalizzare immagini a breve distanza.  GlassesOff sfrutta tecnologie sviluppate dal neuroscienziato della Tel Aviv University Uri Polat. Il principio alla base dell’applicazione è semplice: proprio come la qualità delle immagini scattate da una macchina fotografica dipende da due fattori – la lente e il processore dell’immagine – similmente la nostra visione dipende da due fattori: l’occhio e il cervello.  GlassesOff migliora l’elaborazione cerebrale dell’immagine e garantisce in media un ringiovanimento dell’occhio di 8,6 anni.

raccah3L’applicazione ha ricevuto diversi riconoscimenti in riviste specializzate di oculistica a livello internazionale ed è stata testata con successo nei laboratori dell’Università di Berkeley della California.

GlassesOff ha i propri uffici a Tel Aviv dove attualmente lavora Samuel Raccah, un giovane ebreo romano di 23 anni. Laureato a Roma in Ingegneria gestionale, Samuel ha deciso di ultimare la propria carriera accademica e di intraprendere quella lavorativa in Israele. Ispirato dagli ideali del sionismo e dal desiderio di seguire l’“Israeli Dream”, Samuel oggi fa eco a molti giovani ebrei che abbandonano l’Italia per stabilirsi in Israele e ristabilire il continuum con la loro terra d’origine.

Per capire meglio come si inserisce un giovane italiano in una start-up di successo israeliana abbiamo visitato la start-up dove abbiamo incontrato Samuel e il suo CEO, Nimrod Madar, e abbiamo fatto loro alcune domande.

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Nimrod Madar – CEO di GlassesOff

Qual è il contributo di un giovane ragazzo italiano come Samuel?

“Una delle cose fondamentali nella nostra azienda che ha sicuramente contribuito al nostro successo è il Team Working. Quando parlo di Team Working non parlo di una semplice collaborazione come in ogni azienda ma di un vero impegno e lavoro di squadra di tutti i dipendenti oltre il loro ruolo. Abbiamo altre persone da paesi diversi e questo aiuta molto per il fatto che anche il nostro mercato è un mercato globale. L’applicazione viene usata da persone di tutto il mondo”.

Quali sono i competitors e quali gli investors di GlassesOff?

“GlassesOff ha ricevuto diversi finanziamenti in diversi round, attualmente il contributo totale versato dagli investitori si aggira attorno ai 15 milioni di dollari. E’ una cifra molto alta che è stata spesa quasi interamente per la prima fase di ricerca e sviluppo, per affinare l’algoritmo e perfezionare la tecnologia. Gli investitori provengono da diverse nazioni, alcuni sono israeliani, altri europei e altri ancora americani. Sono arrivati anche investimenti da istituzioni e da centri di ricerca. Oggi GlassesOff è una società quotata alla Borsa di New York.

Sarebbe sorprendente dire che non abbiamo competitors, anche se in realtà nel caso di GlassesOff veramente non ne abbiamo! La nostra tecnologia è protetta da brevetti e proprietà intellettuale. Se la chirurgia e gli occhiali da lettura possono essere considerati nostri competitors, allora ne abbiamo. Altrimenti, posso garantirti che non esista alcuna altra tecnologia al mondo che sia in grado di eliminare la dipendenza dagli occhiali da lettura semplicemente attraverso un app. Esistono programmi simili che migliorano la memoria o le capacita cognitive, ma non sono nostri competitors. Noi utilizziamo la neuroscienza in un campo completamente diverso, la vista”.

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raccah2Samuel

Cosa avresti voluto fare da grande quando eri bambino?

“Ho sempre vissuto ogni attimo della mia esistenza con la consapevolezza che a ciascuno è concesso lo spazio di una sola vita, e secondo questo principio ho cercato sempre di distinguermi e di eccellere. Il mio desiderio è realizzare un prodotto tecnologico che migliori drasticamente la vita quotidiana delle persone e di cui, per motivi di riservatezza, non parlo pubblicamente”.

Qual era il tuo legame con Israele (e con il mondo ebraico in generale) prima di trasferirti?

“Ho frequentato le medie e il liceo ebraico. Oltre a ciò ho partecipato ai campeggi del Bene Akiva e ho sempre frequentato il tempio assieme alla mia famiglia. Credo che il maggior contributo al mio sentimento sionista sia da ricercare in un viaggio che ho compiuto in seconda liceo insieme ai miei compagni di classe: abbiamo visitato Israele attraverso un itinerario durato tre settimane e che mi ha permesso di conoscerne le aree meno perlustrate e più peculiari come il Negev o le basi militari presso il confine”.

Oggi vivi in Israele? Hai ottenuto la cittadinanza israeliana?

“La politica di immigrazione israeliana è uno dei fattori più rilevanti che hanno alimentato le aliyot di massa dell’ultimo quinquennio. Israele è molto favorevole all’insediamento di giovani ebrei provenienti dall’estero, e per tale motivo eroga contributi e benefici di cui tutti gli ebrei della diaspora possono godere, tra cui appunto la cittadinanza”.

Quando sei venuto per la prima volta in Israele qual è stata la tua impressione? Raccontaci dell’esperienza…

“Ho sempre visitato Israele con buona assiduità, almeno due volte l’anno. È difficile descrivere la mia prima esperienza in Israele perché risale a più di venti anni fa. Ricordo però alcune esperienze successive, come la visita alle gallerie del Kotel, un’esperienza ancora viva nella mia memoria”.

raccah4Si sente parlare spesso di “intelligenza ebraica” e si dice che “gli israeliani hanno idee innovative”. Cosa ne pensi?

“Il pragmatismo israeliano è da anni al centro di un dibattito mondiale, e non posso che abbracciare le tesi che sono state formulate a riguardo: Israele è una hub di innovazione a livello globale, il merito va ricercato in diversi fattori, ma il primo fra tutti è senz’altro la ricerca dell’utile: la precarietà dello stato israeliano ne giustifica la perpetua ricerca di sistemi per migliorare la vita”.

 Qual è il tuo titolo nella start-up e qual è il tuo ruolo all’interno dell’azienda? Di cosa ti occupi?

“Sono un business analyst, mi occupo di tutte le decisioni strategiche di GlassesOff: dalla pricing strategy, alla segmentation, alle previsioni finanziarie, fino alla go-to-market strategy. Il mio ruolo mi permette di intervenire su diversi fronti e contribuire a tutte le divisioni funzionali dell’azienda, un aspetto che amo moltissimo del lavoro in una start-up: il dinamismo e la multifocalizzazione su diverse aree di competenza che porta a lavorare con tutti i colleghi dinamicamente”.

 Quando hai deciso di lavorare per GlassesOff e come sei venuto a conoscenza di questa start-up? Ti hanno subito preso o hai dovuto superare degli esami?

“La storia che mi ha portato a lavorare per GlassesOff è curiosa: il teaching assistant del mio ultimo corso universitario rimase così impressionato dal mio rendimento accademico che mi offrì un lavoro presso GlassesOff. Perciò ho avuto la fortuna di avviare la mia carriera lavorativa subito dopo aver ultimato gli studi. La decisione finale è spettata al CEO che mi ha dimostrato da subito fiducia e calore”.

Qual è il tuo contributo come italiano alla start-up?

“Stiamo lavorando per aprire un nuovo mercato in Italia, in cui crediamo fortemente. Attualmente collaboriamo con alcuni giornalisti delle maggiori testate italiane, e a breve verrà lanciata una campagna mediatica in Italia. Tra i miei vari compiti, mi occupo di coordinare gli sforzi del reparto marketing e di mediare le relazioni con la stampa italiana. È un impegno che onoro con orgoglio in quanto ebreo italiano”.

Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare
Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 marzo 2016
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media_biasE’ stato sovente fatto notare che la disinformazione che colpisce Israele sui media italiani ed europei è pervasiva e influenza largamente una opinione pubblica che per lo più fraintende i motivi del conflitto, quando non è apertamente ostile agli ebrei vivi che difendono se stessi in una minuscola porzione di Medio Oriente. Sui morti di solito c’è una maggiore, sinistra elasticità, ma anche in questo caso non è affatto detto.

Quello che mi sembra significativo è che la disinformazione contro Israele e i suoi cittadini è quotidiana e sistematica. E’ anche un discorso autoreferenziale, ma date le dimensioni che ha assunto nell’epoca bulimica della comunicazione digitale si impone spesso e volentieri come “il” discorso su Israele. Le parti sono assegnate, les jeux sont faits, rien ne va plus. Voglio sostanziare questa riflessione con un esempio emblematico: uno di quelli in cui ci si imbatte tutti i giorni sfogliando i quotidiani o accendendo la televisione. Si tratta di una breve non firmata pubblicata da “Avvenire” il 3 marzo scorso con il titolo “Cisgiordania, assalto alla colonia: morti due palestinesi” (p. 12):

“Due adolescenti palestinesi sono stati uccisi l’altro ieri all’alba all’interno della colonia di Eli, a sud di Nablus (Cisgiordania): avevano tentato di accoltellare un israeliano – un soldato della riserva – all’interno dell’insediamento. I due aggressori avevano 17enni [sic!] ed erano residenti nel vicino villaggio di Qaryot. In serata, un altro tentato accoltellamento nell’insediamento di Har Bracha (Nablus): i due assalitori palestinesi sono riusciti a fuggire”.

media-hamasScusate se insisto: queste righe sono state pubblicate da “Avvenire”, testata autorevole che si professa “di ispirazione cattolica” e che di fatto dipende dalla Conferenza Episcopale Italiana; non contengono specifiche falsità, ma il motivo è davvero poco nobile: è l’insieme a essere falso.

1) La dinamica dei fatti è rovesciata, e con essa il nesso causa-effetto: prima viene descritta l’uccisione dei due palestinesi, soltanto successivamente leggiamo che “avevano tentato di accoltellare un israeliano”. E’ del tutto evidente che l’ordine in cui i fatti sono riportati non corrisponde alla sequenza con cui si sono verificati, e lo è ancora di più che questo è funzionale a un rovesciamento di responsabilità.

2) I palestinesi di cui vengono raccontate le imprese sono terroristi. Perché allora non vengono mai definiti come tali? Eppure non dovrebbero esserci dubbi: sono penetrati con coltelli e spranghe in un centro abitato con la chiara intenzione di uccidere.

3) Il compilatore della breve, più che interessarsi a quello che i due hanno compiuto, insiste sulla loro età, definendoli prima “adolescenti” e poi, per fugare ogni dubbio, dandone gli estremi anagrafici. L’ovvia conseguenza di questa insopportabile retorica è suscitare con essi – non vittime ma carnefici – l’immedesimazione del lettore.

media-spoonfeeding-cartoon-300x1804) La vicenda si svolge in una regione che rientra in quei territori che, dal punto di vista giuridico, risultano non “occupati”, bensì “contesi”. I “due adolescenti palestinesi”, però, provenivano da un “villaggio”, mentre gli israeliani risiedevano in una “colonia” (una occorrenza nel testo e una nel titolo) e in un “insediamento” (due occorrenze, ad abundantiam). Non si tratta, qui, di schierarsi a favore o contro l’opportunità di una presenza ebraica in West Bank – personalmente guardo con grande preoccupazione a un simile stato di cose. Si tratta, invece, di riflettere sul senso delle due misure impiegate: da una parte un villaggio, quintessenza di semplicità e vita conforme alla natura, dall’altra colonie e insediamenti, che alludono a una occupazione, a un non-diritto, a una violenza sul corso naturale della vita e degli eventi, ma anche, in modo sinistro, al campo semantico della biologia.

5) Sono i terroristi gli indiscussi protagonisti del resoconto: non a caso costituiscono il soggetto di tutte le frasi che lo compongono. Nel secondo caso riportato non si fa neppure menzione delle vittime israeliane, ma solo di un anonimo “accoltellamento”. Anonimo, dunque anche senza responsabili.

6) L’unico israeliano citato è definito “un soldato della riserva”: una informazione di per sé non mendace perché tutti gli israeliani, una volta terminato il servizio militare, entrano nella riserva; ma faziosa, perché l’uomo è stato aggredito a casa propria in veste di civile, non di soldato.

7) Il non detto, infine, è un pozzo buio di cui non si vede il fondo. Chi ha composto l’articolo, per esempio, avrebbe potuto scrivere che i due terroristi sono penetrati nell’abitazione di Roy Harel – questo il nome dell’israeliano ferito – che è riuscito a respingerli, evitando così che facessero strage della moglie e dei cinque figli. E’ stata la donna a telefonare alle forze di sicurezza, che sono intervenute rapidamente e, dopo essere state aggredite a propria volta dai due palestinesi, per fermarli li hanno uccisi.

Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto ha studiato filosofia a Pavia. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 febbraio 2016
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hockeyIncredibile ma vero, tra i vari sport minori presenti nello Stato ebraico, troviamo anche la più nobile ed antica disciplina  praticata su superficie ghiacciata: l’hockey. E chi pensa a una squadretta da oratorio, mandata avanti da qualche cospicua  donazione, proveniente da qualche federazione sportiva della diaspora si sbaglia: la realtà hockeistica israeliana conta  ben otto squadre professionistiche, militanti nella massima serie (con i rispettivi farm team iscritti alla serie B), oltre a una ruspante nazionale, attualmente occupante la trentaduesima posizione del ranking mondiale e iscritta alla seconda divisione del gruppo B (quinto livello delle squadre nazionali).

Ma andiamo con ordine: la storia dell’hockey in Israele comincia nel 1991, quando una fondazione sportiva di ebrei canadesi fonda presso il piccolo comune di Metula, nella Galilea settentrionale, la prima associazione hockeistica, con la costruzione del primo impianto da gioco dello Stato ebraico, oggi stadio del ghiaccio principale e sede di allenamento della nazionale israeliana. La massiccia immigrazione di ebrei russi negli anni seguenti porta linfa vitale alla disciplina; gli addetti ai lavori ricordano molto bene Boris Mendel, storico capitano della nazionale e in seguito fondatore del settore giovanile. hockeisrael

Oggi l’hockey su ghiaccio in Israele è una piccola ma solida realtà, con una federazione propria, iscritta alla International Ice Hockey Federation, la principale federazione hockeistica a livello mondiale che consente agli atleti israeliani l’accesso alle competizioni internazionali. La squadra di club più blasonata risulta essere proprio l’Hockey Club Metula, con un ottimo quinto posto alle qualificazioni della Coppa Continentale, il trofeo principale nel panorama hockeistico europeo.

Al contrario, la nazionale di hockey israeliana non vanta ancora traguardi di rilievo, se non un’importante vittoria ottenuta contro la Bulgaria, alle qualificazioni preliminari olimpiche. Il prossimo appuntamento per Israele sono i mondiali di seconda divisione, a Città del Messico dal 9 al 16 aprile dell’anno corrente: la compagine israeliana incrocerà le stecche con la Nuova Zelanda, la Corea del Nord, l’Australia, la Bulgaria e il tanto temuto Messico. In palio, per il primo classificato c’è un posto nel gruppo A della seconda divisione, risultato già raggiunto da Israele nel 2005, ma perso l’anno successivo, con una repentina retrocessione. Il giovane e grintoso capitano Ilya Spector , classe 1996, non ha dubbi: la nazionale ha tutte le carte in regola per tornare a crescere.

Simone Foa, milanese scappato a Livorno, in seguito ad una crisi mistica. Due grandi passioni: i treni e l'hockey su ghiaccio; il resto e' noia
Simone Foa, milanese scappato a Livorno in seguito a una crisi mistica. Due grandi passioni: i treni e l’hockey su ghiaccio; il resto è noia

Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 luglio 2014
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Non avevano più di 16 anni, Gilad Shaar e Naftalì Frenkel, giovani studenti di una yeshivà nei pressi di Gush Etzion, 19 ne aveva il loro compagno Eyal Yifrach. Il mondo ha vissuto con trepidazione i diciotto giorni passati dalla notizia del loro rapimento, lo scorso 12 giugno, nel’attesa febbrile di notizie finalmente certe sulla loro sorte e di una loro rapida liberazione, fra appelli di ogni genere. Nulla di tutto questo aveva un senso – scopriamo con terribile dolore ora: finiti nelle mani di uomini di Hamas, Eyal, Gilad e Naftalì non erano neppure mai stati presi davvero in ostaggio, ma immediatamente uccisi, i loro corpi gettati in un campo fra qualche cespuglio nei pressi del villaggio di Halhul.
La loro perdita è come quella di tre fratelli, il dolore per quelle vite spezzate semplicemente indescrivibile, la rabbia per il vile agguato difficile da reprimere. In queste ore di profonda commozione, non possiamo che stringerci moralmente attorno alle famiglie dei tre ragazzi ed auspicare che i responsabili di questo barbaro attentato siano al più presto individuati e paghino per la loro colpa. Che il ricordo di Eyal, Gilad e Naftalì, come vuole la tradizione ebraica, sia di benedizione, e che l’immagine del loro sorriso pieno di fiducia e di speranza per il futuro possa dare la forza a ciascuno di noi e a tutte le democrazie di riaffermare sempre l’amore per la vita e battersi contro ogni cultura o ideologia di morte.
Unione Giovani Ebrei d’Italia

Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 novembre 2012
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Il testo della lettera che segue rappresenta la prospettiva dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia in merito al conflitto in Medio Oriente in seguito al riesplodere della violenza tra le parti nella settimana fra il 14 ed il 21 novembre scorsi.

L’intervento è stato pubblicato in anteprima dall’Huffington Post Italia (puoi trovarlo cliccando qui).

Per ogni commento, reazione o ulteriore informazione, come sempre, è possibile contattare il Consiglio Esecutivo 2012 all’indirizzo info@ugei.it.

Roma, 23 novembre 2012

Caro direttore,

quando la violenza e la guerra bussano alle porte delle nostre case, nessuno di noi è mai sufficientemente allenato per non essere sconvolto dalle emozioni, dal furore e dall’indignazione. Ogni cittadino cosciente e sensibile è sempre e necessariamente turbato nel più profondo, specialmente in un continente come l’Europa che della guerra ha un ricordo ancora ben fresco e drammatico. Specialmente, a maggior ragione, se tali notizie giungono ancora una volta dal Medio Oriente, terra martoriata e senza pace, per gli europei, dolorosamente, “vicinato” eternamente turbolento.

Ciononostante, crediamo che anche nel mezzo dello spavento e dell’angoscia fisiologici determinati dal conflitto sia indispensabile mantenere la lucidità e riflettere adeguatamente sulle forze che hanno determinato quest’esplosione di violenza contrapposta. Nel conflitto mediorientale fino a pochi giorni fa sotterraneo ed ora di nuovo esplicito – è bene ribadirlo una volta per tutte – non si affrontano una ragione ed un torto, e neppure, come andava di moda affermare alcuni anni fa, due ragioni contrapposte. Più esattamente, in questo momento si affrontano due ragioni e un torto. Da una parte, il diritto inconfutabile d’Israele a difendere ad ogni costo la propria gente da minacce gravi e incessanti alla sopravvivenza stessa dello Stato, concretizzatesi in particolare negli ultimi mesi (nel colpevole silenzio della stampa internazionale) in un assedio micidiale di razzi lanciati quotidianamente sulle sue città meridionali. Dall’altra, il diritto altrettanto sacrosanto del popolo palestinese a vedere la sua ambizione nazionale finalmente realizzata, ad auto-governarsi ed a vivere in pace, benessere e sicurezza con i propri vicini. In terzo luogo, tuttavia, un torto drammatico, quello di Hamas, organizzazione teocratica e terroristica, che si prefigge nella sua stessa carta fondante l’obiettivo prioritario della distruzione dello Stato d’Israele, la cui esistenza neppure riconosce. Su queste basi, il negoziato è di fatto impossibile, a tutto danno tanto degli israeliani quanto dei palestinesi entrambi colpiti al cuore dei propri diritti sopra menzionati.

Quanto chiarito fin qui, naturalmente, deve andare di pari passo con il rigetto di ogni violenza, da qualsiasi parte essa provenga. I giovani ebrei italiani che ho l’onore di rappresentare costituiscono un universo variegato ed estremamente vivace, per quanto limitato numericamente, ed al nostro interno si confrontano costantemente anime ed opinioni differenti. Su una cosa tuttavia tutti conveniamo, ed è il valore supremo e universale della vita umana, del creato che la stessa cultura ebraica c’insegna essere sacro e inviolabile. Per questo ogni vita perduta in un conflitto rappresenta una tragedia, un dolore incolmabile – specialmente quando si tratta di civili incolpevoli. Per questo, in ultima analisi, accogliamo con sollievo la notizia del cessate il fuoco tra Israele e Hamas ottenuto grazie alla mediazione di Egitto e Stati Uniti. Dal momento stesso dell’entrata in vigore della tregua, tuttavia, diventa ora fondamentale che tutti gli attori in grado di influire sugli eventi – a cominciare dal neoeletto Presidente Obama – s’impegnino pienamente per depotenziare alla radice i problemi che stanno al fondo di questo conflitto, a cominciare dal rifornimento incessante di missili che Hamas è pronta a lanciare sui civili israeliani da parte dell’Iran, vero mandante di questa provocazione. Uno Stato il cui governo autoritario proclama un giorno la negazione della Shoà come una favola inventata per avvelenare il mondo e il giorno dopo la determinazione ad annientare Israele ed estirpare il “cancro sionista”, mentre indisturbato continua a portare avanti nelle proprie centrali il processo d’arricchimento dell’uranio, processo che ancora pochi giorni fa gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica hanno confermato essere in piena crescita ed ammesso di non poter garantire essere sviluppato “unicamente a scopi civili”.

E tuttavia, caro direttore, proprio in questi giorni siamo al contempo perfettamente consapevoli che, pur a partire dalle nostre differenze, pesa precisamente sulle nostre spalle – giovani ebrei, musulmani, cattolici, laici ed appartenenti ad ogni altro credo – la responsabilità morale in questo momento storico di non arrenderci alla logica della contrapposizione ad ogni costo, ma di avere il coraggio e la sfrontatezza di riportare nell’agenda mediorientale l’obiettivo ultimo della pace e della convivenza fra popoli. Proprio dall’Europa in cui viviamo – pure martoriata dalla crisi – crediamo arrivi un messaggio universale e potentissimo a questo proposito: la pace, come il riavvicinamento franco-tedesco degli ultimi sessant’anni ha ampiamente dimostrato, si costruisce necessariamente fra popoli che fino ad un minuto prima si erano combattuti ferocemente, e proprio per questo, per definizione, non è mai impossibile.

Soltanto poche settimane fa Israele ed il mondo ebraico tutto hanno commemorato solennemente come ogni anno l’anniversario della scomparsa di un grande uomo del Novecento, Yitzhak Rabin, militare israeliano che, giunto ai massimi vertici dello Stato, mobilitò tutta la sua energia umana e politica per condurre finalmente la nazione alla stabilità e alla pace con i suoi vicini, raccogliendo attorno a sé uno straordinario movimento di supporto tanto interno quanto internazionale. Giunse a un passo dal realizzare tale sogno, e per questo fu eliminato dall’odio cieco di un estremista. Onorare la memoria di Rabin, oggi, significa credere, anzi pretendere, che al di là del fuoco una prospettiva di pace esista.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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