israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 giugno 2017
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Nel cinquantesimo anniversario dalla Guerra dei sei giorni e l’unificazione sotto il controllo israeliano di Gerusalemme, non sono mancate le strumentalizzazioni della storia a fini politici di chi ha dipinto il conflitto come una guerra di liberazione, così come i ben più numerosi tentativi di erodere la legittimità di Israele dipingendolo come aggressore e potenza intenzionalmente protesa all’occupazione. Ho l’impressione che queste due posizioni abbiano un significativo elemento comune: entrambe ritengono che il 1967 sia da considerare come un inizio, e non un momento di una lunga storia, quella dell’autodeterminazione politica e dell’autodifesa di Israele. Inizio della liberazione o dell’occupazione, ma pur sempre un inizio. Tanto più che liberazione e occupazione hanno in comune l’oggetto, la terra, intesa come estensione di zolle, terreno.

Gerusalemme, panorama da Armon Hanatziv

A questo proposito mi sembrano significativi alcuni passaggi contenuti nel volume “Le feste ebraiche”, una collezione di interventi di Yeshayahu Leibowitz pubblicato da Jaca Book. “Esistono tra noi molte persone che creano e sviluppano ideologie e principi di fede partendo da idee come quelle della conquista e della liberazione dell’intera terra d’Israele, e dell’insediamento e dell’installazione in essa degli ebrei, e che pretendono di attribuire a queste visioni un significato, per così dire, religioso. Sentiamo frequentemente parlare della santità della terra, e del fatto che la sua conquista e l’insediamento in essa possiedano una specie di valore assoluto”. Secondo Leibowitz è necessario “cacciare dalla nostra mente queste idee chiaramente idolatriche, capaci di generare in noi la sensazione che prospettino la realizzazione dei valori ebraici” (pp. 95-96). Altrettanto grave è predicare l’eternità della terra o del popolo (e a maggior ragione di una costruzione politica statuale o di una città): “Non vi è nessuna eternità garantita per qualsivoglia realtà umana, nemmeno per il popolo e la terra; e chi si appropria di questo attributo divino per applicarlo, intenzionalmente, al popolo d’Israele, si trova nella condizione di oltraggiatore e bestemmiatore. E sarà meglio che questi stupidi pii, prigionieri della convinzione insipida e vuota, comoda e insignificante, che la liberazione di Israele avverrà in modo incondizionato, non nominino il nome di Dio invano” (p. 108).

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 maggio 2017
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Dan Livni, “Le mura di Gerusalemme”

Le strumentalizzazioni e le riscritture del passato allo scopo di giustificare il presente non sono novità recente. E tuttavia colpisce il grado con cui dilagano nell’Israele che commemora i cinquant’anni dalla guerra dei Sei giorni. “Cinquant’anni fa siamo tornati nel cuore della nostra capitale e del nostro Paese. Cinquant’anni fa non abbiamo conquistato, abbiamo liberato”, ha detto Benjamin Netanyahu. Vorrei chiarire che non ho proprio nulla contro i festeggiamenti per l’unificazione di Gerusalemme, che è un dato di fatto, ma c’è una parola, “liberazione”, che ho difficoltà a far andare giù. Perché la guerra dei Sei giorni non è stata mossa dal desiderio israeliano di “liberare” alcunché, ma dal tentativo di autodifesa di un piccolo Stato circondato da nemici che ne minacciavano l’annientamento, e che già avevano, con l’Egitto di Nasser, optato per atti di guerra veri e propri. L’ultimo numero del bimestrale ebraico torinese Hakehillah ospita alcune pagine di diario scritte da un ragazzo allora ventiquattrenne, Sergio Della Pergola: una testimonianza in presa diretta della paura per le sorti di un conflitto in cui Israele lottava semplicemente per continuare a esistere e dell’entusiasmo per la vittoria, che sembrava aprire le porte alla pace in cambio della restituzione dei territori da cui si erano ritirate le truppe arabe. Israele ha vinto, sbaragliando i nemici in meno di una settimana, e si è trovata a controllare militarmente territori che nessun governo israeliano aveva mai anche solo minimamente preso in considerazione di dover “liberare”. Proprio perché non si è trattato di un’aggressione israeliana, il primo ministro ha ragione quando afferma che è scorretto descrivere la guerra come “occupazione” (almeno nel giugno ’67); ma esattamente per lo stesso motivo ha torto se parla di “liberazione”, presupponendo un’intenzione che semplicemente non c’era.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 maggio 2017
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Da Gerusalemme a Gerico e il Mar Morto la strada scende rapidamente in mezzo alle gobbe del terreno arido. Chissà che cosa hanno pensato i primi soldati israeliani che l’hanno percorsa cinquant’anni fa, durante la Guerra dei sei giorni di cui fra pochi giorni cadrà l’anniversario. Sempre che abbiano pensato qualcosa di specifico, scendendo giù giù fino al punto più basso della Terra. “Torneremo a scendere verso il Mar Morto, sulla strada di Gerico”, cantava Naomi Shemer in “Yerushalaim shel zahav”, avviata a divenire un simbolo tra i più vivi del “miracolo dei sei giorni”, la vittoria fulminante su numerosi eserciti che minacciavano Israele di distruzione. Una strada deserta e in discesa, dove non c’è posto per altro che non sia la gioia della vittoria.

“Sulla strada per Gerico” (Baderech liricho) è un racconto di Yizhar Smilansky, noto come S. Yizhar, importante scrittore israeliano di cui per ora soltanto alcuni libri sono stati tradotti e pubblicati in Italia (tra questi “La rabbia del vento”, Einaudi, e “Convoglio di mezzanotte”, elliot). S. Yizhar è nato a Rehovot nel 1916 e appartiene dunque alla prima generazione degli scrittori sabra, autoctoni israeliani. Abile paesaggista, è un riferimento per tutta la spumeggiante letteratura israeliana successiva.

“Sulla strada per Gerico” racconta un episodio durante la Guerra dei sei giorni, quando l’incontro casuale di alcuni soldati israeliani con una famiglia di arabi sfollata diventa l’opportunità per un gesto di solidarietà e fratellanza. La vicenda si svolge lungo la strada tra Gerusalemme e Gerico: nonostante il titolo, però, gran parte della narrazione si concentra sul ritorno, una faticosa anabasi. Diversamente dalla strada per Gerico in “Yerushalaim shel zahav”, quella di S. Yizhar non è deserta. E’ una strada popolata da uomini e donne, anziani e bambini. E’ una strada, soprattutto, in cui a ogni discesa corrisponde, molto più difficile, una salita, aliyà. Non è forse vero che in Israele, e a Gerusalemme in particolare, si ritorna, si sale? Un percorso complesso, dunque, immagine di una aliyà che non si esaurisce alla dogana ma chiede di essere sempre rinnovata: tenerlo nella giusta considerazione può essere un buon modo per avvicinarsi al cinquantesimo anniversario dalla guerra del 1967. E fare da antidoto contro due atteggiamenti speculari ma ugualmente discutibili: da una parte il trionfalismo sterile, dall’altra una cieca autoflagellazione.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 aprile 2017
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Hatikwà è uno spazio aperto al confronto delle idee e al dibattito. Di seguito la risposta di Maria Savigni all’articolo di Ruben Spizzichino pubblicato il 5 aprile scorso. Il virgolettato introduttivo è citazione dell’esordio dell’articolo di Ruben. [HT redazione]

“Ancora una volta la Corte Suprema israeliana torna a dividere Israele e il mondo ebraico. Poche settimane fa abbiamo assistito a un nuovo straziante episodio che ha mobilitato la società israeliana: il ritiro da Amona. Tanti gli israeliani accorsi nella zona per difendere i diritti dei loro fratelli, ma non è bastato. Ancora una volta siamo costretti a vedere ebrei sradicati da ebrei.”

Vorrei concentrarmi su questi punti, visto che si parla di “diritti”. La questione a livello giuridico è molto complessa e non so quanto possa interessare approfondirla, ma penso che potrebbe valere la pena notare che:

  • Amona è diverso da altri settlements perché non solo è considerato illegale dalla comunità internazionale ma lo è anche dal punto di vista del diritto civile israeliano. Sono stati avviati procedimenti giudiziari dalle autorità israeliane già dal 2006, qualche anno dopo il suo completamento.
  1. La Corte Suprema israeliana

    La Corte Suprema israeliana è un organo espressione della democrazia israeliana: i giudici che la compongono sono nominati dal Presidente dello Stato su indicazione di una commissione apposita (presieduta dal Ministro della Giustizia). La pronuncia della Corte, del 2014, concedeva due anni di tempo agli abitanti di Amona per abbandonare l’insediamento, che avrebbe dovuto essere stato demolito entro dicembre 2016. A febbraio è dovuto intervenire l’esercito per dare esecuzione alla pronuncia.

  2. Parlare di “diritti dei loro fratelli” o di “sradicamento” non ha alcun fondamento perché vuol dire, a livello molto tecnico, mettersi contro la stessa democrazia israeliana. Indirettamente si dà ragione a tutti i detrattori che sostengono Israele non sia uno stato di diritto e un Paese democratico ma uno Stato che adotta due pesi e due misure.
  1. Non vedo come si possano associare i “resistenti” di Amona a una sorta di versione contemporanea degli eroi di Masada. Assomigliano di più a un inquilino abusivo che ha ottenuto tutte le proroghe che la legge gli consentiva per rinviare il pagamento dell’affitto. Nonostante tutto non ha mai pagato e alla fine ha ricevuto lo sfratto, ma nemmeno questo è bastato ad allontanarlo. Sono dovute andare le forze dell’ordine a prenderlo, eppure ha ancora il coraggio di lamentarsi.
Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 aprile 2017
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Ancora una volta la Corte Suprema israeliana torna a dividere Israele e il mondo ebraico. Poche settimane fa abbiamo assistito a un nuovo straziante episodio che ha mobilitato la società israeliana: il ritiro da Amona. Tanti gli israeliani accorsi nella zona per difendere i diritti dei loro fratelli, ma non è bastato. Ancora una volta siamo costretti a vedere ebrei sradicati da ebrei.

Sono molti gli intellettuali che si riempiono la bocca con i famigerati territori occupati (sulla carta contesi), convinti che gli insediamenti siano il vero cancro d’Israele, l’unico ostacolo alla pace. Alcune di queste persone, le vediamo battersi e impegnarsi durante la settimana della Memoria, diffondendo e ripetendo senza sosta e con un pizzico di retorica il mantra “Non ci può essere futuro senza Memoria”. Ebbene la storia degli insediamenti è abbastanza chiara e molto dovremmo imparare da questa.

Per “insediamenti” si intendono le città o villaggi dove gli ebrei si sono stabiliti in Giudea e Samaria (Yehuda veShomron – Cisgiordania) e nella Striscia di Gaza, da quando Israele conquistò la regione nella guerra del ’67. Nella maggior parte dei casi, gli insediamenti sono situati in luoghi dove erano già presenti comunità ebraiche prima della nascita dello Stato. Dopo la miracolosa sconfitta inflitta ai danni della coalizione araba nella guerra dei sei giorni, le preoccupazioni strategiche hanno portato entrambi i principali partiti politici di Israele, Labour e Likud, a sostenere e incentivare gli insediamenti in tempi diversi. I primi insediamenti sono stati costruiti sotto i governi laburisti 1968-1977, con l’obiettivo esplicito di garantire la sicurezza nelle regioni strategiche della Cisgiordania.

La seconda fase degli insediamenti  è iniziata nel ‘68 a Hebron, una città con una cospicua presenza ebraica, interrotta a causa del pogrom perpetrato dagli arabi nel 1929. Un massacro senza precedenti. L’ultimo gruppo di ebrei, oggi considerati “coloni”, si trova nella West Bank, a pochi chilometri dai villaggi arabi, gli stessi villaggi che vietano l’ingresso ai cittadini israeliani ebrei. Va ricordato, poi, che il 60% degli israeliani che vivono in Cisgiordania, risiede in soli cinque blocchi di insediamenti – Ma’ale Adumim, Modiin Ilit, Ariel, Gush Etzion, Givat Ze’ev – che si trovano tutti nel giro di sole poche miglia dalla linea armistiziale del 1949, altrimenti nota come “linea verde”.

Assistiamo a una demonizzazione continua dei territori contesi, a volte sostenuta da ebrei in cerca di protagonismo. Convinti che il vero problema dello Stato ebraico sia questo e che la delegittimazione d’Israele sia una conseguenza dovuta, non comprendono (o forse lo comprendono bene) di fare il gioco dell’antisionista: considerare l’intero Israele un’unica colonia e quindi destinata a essere sradicata.

I nemici di Israele affermano che gli insediamenti sono un ostacolo alla pace. In realtà è esattamente il contrario e la storia ce lo ha già dimostrato. Nel 1949-1967, quando agli ebrei era proibito di vivere in Cisgiordania, gli arabi rifiutarono, nella maniera più assoluta di fare la pace con Israele. Nel 1967-1977, il partito laburista, che stabilì alcuni insediamenti strategici nei territori, incentivò gli arabi a optare per la collaborazione e la pace più che per il terrorismo. Nel 1978, in seguito alla visita del presidente egiziano Anwar Sadat a Gerusalemme, Israele congelò gli insediamenti, con la speranza che il mondo arabo aderisse al processo di pace di Camp David. Ma nulla di tutto ciò avvenne. In un altro vertice di Camp David nel 2000, Ehud Barak offrì di smantellare la maggior parte degli insediamenti e di creare uno Stato palestinese in cambio della pace, Yasser Arafat rifiutò. In breve, la documentazione storica mostra che, ad eccezione di Egitto e Giordania, gli Stati arabi e i palestinesi sono stati intransigenti, indipendentemente dal ruolo degli insediamenti.

Nell’agosto 2005, Israele ha evacuato tutti gli insediamenti nella Striscia di Gaza e quattro in Cisgiordania nell’ambito del piano di disimpegno avviato dal primo ministro Sharon. Questo è stato un cambiamento drammatico per tutta la società israeliana. Ebrei cacciati dai loro stessi fratelli.

Israele ha dato tutto il territorio a Gaza e evacuato alcuni insediamenti in Cisgiordania senza alcun accordo con i palestinesi, che ora hanno piena autorità sulla popolazione all’interno di Gaza. Invece di ottenere la pace in cambio territori, Israele ha ricevuto ancora più terrore. Hamas, privo di una supervisione israeliana, è salito al potere, ha negato i diritti basilari alla popolazione e invece di utilizzare ingenti fondi per costruire le infrastrutture per il futuro Stato di Palestina (?) ha investito il denaro in armi, tunnel, reclutamento di terroristi e ville con piscina per i capi.

Che cosa abbiamo ottenuto in seguito al ritiro dagli insediamenti nella Striscia di Gaza? Un abbonamento fisso con i Qassam di Hamas. Gaza è diventata l’incubatrice del terrorismo palestinese. Il Sud d’Israele è perennemente sotto attacco. Ma ormai è tardi per rimpiangere Gush Katif.

Ruben Spizzichino,
vicepresidente UGEI,
responsabile politico e rapporti internazionali.
Studia e lavora a Roma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tengo a precisare che l’articolo che segue, come altri contributi pubblicati su Hatikwà, esprime un’opinione individuale, non una linea condivisa dal consiglio Ugei. Hatikwà vuole essere un giornale aperto al confronto delle idee, per questo credo sia fondamentale condividere anche riflessioni come questa.
[Giorgio Berruto, responsabile Ht]



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