israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 gennaio 2017
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veritanegata“Libertà di parola significa poter dire quello che vuoi […] ciò che non puoi fare è mentire e aspettarti di non essere tenuto a risponderne”. Questa frase è tratta dal film “La verità negata” di Mick Jackson, che affronta il tema del negazionismo della Shoah. Ho deciso di partire proprio da questo per rispondere all’ennesima polemica sul conflitto arabo-israeliano.

Qualche mese fa su un giornalino di un liceo di Roma sono usciti due articoli, particolarmente duri e provocatori, riguardo a questo tema. Attacchi senza senso sono mossi agli israeliani, considerati “carnefici”. Entrambi gli articoli si fondano su stravolgimenti storici. Non voglio entrare nel merito di quanto scritto in quanto farei riferimenti incomprensibili per chi mi sta leggendo. Ma il problema degli attacchi mediatici a Israele è ormai all’ordine del giorno. La scrittrice attacca perfino il sistema Iron Dome per i suoi costi “proibitivi”. Certo, ma non parla di quante vite umane salva, la vita di un uomo non ha prezzo. Sarebbe come criticare un farmaco salvavita solo perché è molto costoso.

onuplanSpesso la costituzione dello stato d’Israele è descritta come un atto di forza, ignorando che Israele è nata per volontà mondiale e che, al contrario, la popolazione araba rifiutò la spartizione proposta dall’Onu nel 1947, affinché uno stato arabo e uno stato ebraico potessero convivere. Israele è l’unica democrazia presente attualmente in Medio Oriente; è solo grazie alla riunificazione di Gerusalemme sotto il governo israeliano che tutte le religioni possono pregare senza pericolo nei propri luoghi di culto. Invito quindi chiunque voglia scrivere di questo o voglia trattare questo tema a leggere la dichiarazione della fondazione dello stato d’Israele che cita: “lo stato d’Israele […] sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace […] assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione […] Tendiamo la nostra mano a tutti gli stati vicini e ai loro popoli in un’offerta di pace e di buon vicinato”. Peccato che il giorno dopo la sua costituzione, lo stato d’Israele fu immediatamente attaccato dai suoi vicini, e gli attacchi allo stato e alla sua popolazione non hanno da allora mai avuto fine.

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Gerusalemme, crocevia di culture e tradizioni

E’ per tutti questi motivi che avevo deciso di non rispondere. Le mie parole non avrebbero aggiunto niente ai fatti. Chi critica incondizionatamente Israele non approfondisce nemmeno la realtà dei fatti. Rimane però un senso di frustrazione quando assisto a tutto questo. Credo allora che sarebbe giusto che nelle scuole, oltre a far conoscere la Shoah, fosse offerta un’informazione corretta sul conflitto arabo-israeliano; così come sarebbe opportuno formare ragazzi della mia età affinché possano essere in grado di replicare con chiarezza e competenza, una competenza che non sempre abbiamo. Solo una richiesta di maggior attenzione ai dirigenti scolastici. E’ giusto e opportuno lasciare libertà di parola, di espressione, di opinione e di stampa, ma non è giusto stravolgere la verità storica. Sarebbe come considerare libertà di opinione scrivere che la Cappella sistina è stata affrescata da Giotto. Concludo con un’altra frase tratta dal film che mi ha molto colpita: “Io non attacco la libertà di parola, difendo solo il diritto di lottare contro chi vuole sovvertire la verità”.

Keren Perugia
Keren Perugia vive a Roma, dove frequenta il liceo classico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 dicembre 2016
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masaMasa, che in ebraico significa viaggio, è il nome di un’organizzazione ebraica presente in tutto il mondo che, con innumerevoli programmi e consistenti borse di studio, dà la possibilità ai giovani ebrei tra i 18 e i 30 anni di vivere un’esperienza di studio, lavoro, tirocinio o volontariato in Israele non come ospiti in un paese straniero ma come locali.

Masa ha scelto di collaborare con l’UGEI principalmente per due motivi: supportare le iniziative dell’UGEI e rendere sempre più vivi e stimolanti eventi, congressi e feste e per conoscere più da vicino volti e sorrisi degli ugeini delle piccole comunità per poi rimanere in contatto e dare la possibilità a tutti di conoscere e scoprire quali programmi Masa ha da offrire.

masa2Masa, in collaborazione con l’agenzia ebraica ed il Keren Hayesod, offre sussidio e supporto per programmi accademici nelle migliori università israeliane, stage in aziende affermate, corsi professionali in varie città sparse in tutto il territorio per offrire una formazione professionale basata sull’apprendimento sul campo o programmi di volontariato per crescere a livello personale, uscire dalla propria comfort zone, aprire gli orizzonti imparando a contare su se stessi e vivendo un’esperienza in condivisione con ragazzi ebrei da tutto il mondo.

Masa offre moltissime opportunità per vivere un periodo medio-lungo in Israele e tra gli obiettivi che cerca di conseguire c’è quello di dare una spinta verso l’alto alla carriera di chi partecipa, sia nel caso in cui si scelga di fare l’aliyah sia nel caso in cui si sceglie di tornare nella propria comunità in Italia ed emergere come un potenziale leader.

Se un ragazzo decide di andare a vivere da solo in una nuova città, questo lo fa sicuramente maturare, ma se un ragazzo ebreo decide di andare a vivere un’esperienza in una nuova città, in Israele, questo potrebbe valorizzare la sua identità ebraica e il pensiero personale, per poi tornare in Italia ed essere naturalmente più predisposto a creare la leadership di domani.

Mi chiamo Sara Salmonì e nel 2010/11 ho partecipato a un programma Masa, se non lo avessi fatto ora molte cose sarebbero diverse e nessuno avrebbe letto questo mio articolo.

Prenditi un minuto e chiediti se ne vale la pena.

FB: Masa Italia

Email: masaitalia@masaisrael.org

Michela: 3928891103

Sara Salmonì (qui con Michela Misano), un minuscolo genio del barocco moderno metropolitano. Sogna il Brasile ma non può vivere lontana dalle fettuccine
Sara Salmonì (qui con Michela Misano), un minuscolo genio del barocco moderno metropolitano. Sogna il Brasile ma non può vivere lontana dalle fettuccine

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 novembre 2016
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Pubblichiamo alcuni disegni di Debora Spizzichino che hanno tutti, in vario modo, a che vedere con il tema degli alberi. Gli alberi: figure ricche di richiami, di valori, di simboli, svettano verso il cielo ma affondano radici profonde nella terra. E poi l’attualità. In queste ore Israele è ancora una volta arsa, da nord a sud, da incendi dolosi,  da ricondurre verosimilmente a una delle forme di terrorismo messe in atto da anni contro lo Stato ebraico e i suoi abitanti – una forma di terrorismo particolarmente eloquente. Questa è la nostra risposta: gli alberi.

Ecco i disegni di Debora.

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Debora Spizzichino vive a Roma, studia archeologia e lettere classiche all’American University of Rome  

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 luglio 2016
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sarnadesEra un sabato d’autunno, al tempo della grande immigrazione dalla Russia, nel Negev settentrionale. La Fiat Uno dove viaggiava Vladislav Petrov, sua moglie Ludmilla e un cugino fece un testa-coda e si ribaltò cinque volte. I tre passeggeri, incredibilmente incolumi, uscirono dal rottame dell’automobile. Petrov rimase immobile un istante, poi corse verso il deserto. Nessuno ne sentì più parlare.

E’ l’esordio di uno dei tredici racconti di Igal Sarna raccolti da Giuntina nel volume “Fino alla morte”. Non si tratta di una novità fresca di stampa, ma di un libro pubblicato a Tel Aviv nel 1996 e l’anno successivo in Italia e il cui autore è stato tra i fondatori del movimento “Shalom Achshav” – “Pace adesso”. Credo, però, che non solo abbia conservato tutta la propria attualità, ma che ne abbia anzi acquistata di nuova.

sarnacopUna storia è dedicata alla figura affascinante e tragica di Fania Musman Klausner, madre di Amos Oz morta suicida e personaggio centrale di uno dei capolavori della letteratura israeliana, “Una storia di amore e di tenebra”. Un altro racconto è incentrato sull’eredità di Auschwitz, un quarto sul dramma dei soldati israeliani presso il canale di Suez durante le prime fasi drammatiche della guerra del Kippur, un quinto su un parricidio e le sue conseguenze nel claustrofobico mondo beduino. E così via. Leggendo il libro mi è sembrato di riconoscere qualcosa di comune con i racconti di Raymond Carver (“Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”), ma Sarna indaga maggiormente le dinamiche sociali e ha una prosa più descrittiva e giornalistica.

Petrov e gli altri protagonisti delle storie di Sarna sono sconfitti, spesso vittime involontarie degli stessi indubbi successi dello stato di Israele. Non significa che Israele sia responsabile dei loro drammi – non sempre e non direttamente, almeno – ma che la vittoria ha sempre un costo. Sono personaggi minori, interstiziali, deboli forse; ma tutti insieme levano un coro che dice: c’è un prezzo ai raggiungimenti di cui Israele è stata capace, noi siamo quel prezzo.

Igal Sarna
Igal Sarna

Israele non è un Paese forte. Le va riconosciuta la capacità, nell’arco di pochi decenni, di gestire il pericolo costante alle frontiere, un pericolo in alcuni frangenti esistenziale, di provare a integrare milioni di persone provenienti da regioni, culture e tradizioni lontane le une dalle altre, di aver imboccato la via dello sviluppo economico e di aver dato vita a una società vibrante e a una democrazia esemplare nel contesto mediorientale. Ma i successi non ci facciano dimenticare che si tratta di un paese grande come una regione italiana e circondato da centinaia di milioni di nemici che non ne riconoscono il diritto di esistere, che la società è divisa in gruppi molto chiusi ripiegati sempre più al proprio interno e le tensioni sociali via via più manifeste, che le sacche di povertà sono enormi e la disparità dei salari ha creato un baratro tra ricchi e poveri.

Le zone d’ombra sono molte e lo stupido orgoglio di chi ritiene che “Masada mai più cadrà” sempre più pericoloso. Questo dobbiamo tenere bene a mente, per questo l’opera di Igal Sarna è ancora oggi preziosa.

An Israeli soldier smokes a cigarette as he stands guard near the West Bank city of Hebron June 30, 2014. Israeli forces found the bodies of three missing teenagers in the occupied West Bank on Monday after a nearly three-week-long search and a sweep against the Islamist Hamas group that Israel says abducted them. REUTERS/Mussa Qawasma (WEST BANK - Tags: POLITICS CIVIL UNREST MILITARY) - RTR3WI0S

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 aprile 2016
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chagallIn questo disordine generale in cui l’Europa ristagna da anni, si fa sempre più pressante l’idea di un ritorno in massa degli ebrei in Terra di Israele. Questa è una costante della tradizione ebraica che culmina con la venuta del Messia e che con il tempo è divenuta l’unica alternativa a un mondo che appare sempre più intollerante e inospitale. L’aliyah è il pellegrinaggio o, per meglio dire, quel cammino in salita compiuto per raggiungere Gerusalemme durante i tre pellegrinaggi prescritti per le festività di Pesach, Shavuot e Sukkot. Da un secolo però la parola assume un contenuto differente: essa è sinonimo di sicurezza per gli ebrei della diaspora. Ogni qual volta si presenta incertezza politica ed economica si pensa a Israele come terra materna pronta ad accogliere chi ha bisogno di professare la propria identità ebraica liberamente. Questa certezza va però barattata con l’insicurezza provocata dalla guerra e molti sono ben disposti a convivere con la seconda per ottenere la prima. Il fenomeno provoca svariati effetti sull’orizzonte ebraico ma anche più genericamente su quello collettivo. L’aspetto ideale o religioso della faccenda va però sommato a quello economico.

Israeli passports passport sitting on an open passport with passport stampsInfatti si può dire che sia la crisi economica la chiave di lettura del fenomeno dell’aliyah nel 2009, quando i paesi con il maggior tasso di disoccupazione sono stati proprio quelli che hanno visto andar via il maggior numero di cittadini verso Israele di cui il 60 % ha meno di trentacinque anni. Lo Stato è pronto a offrire numerose alternative in termini di lavoro e istruzione che allettano chi in Europa non vede che disoccupazione.

Questa è la sintesi di ciò che è avvenuto alcuni anni fa e che si ripresenterà in modo ancora più massiccio se le condizioni socio-economiche non cambieranno a breve. L’aliyah assume così un significato più ampio. Ciò che all’origine si limitava a descrivere il pellegrinaggio ora definisce l’ascesa  in senso fisico, come immigrazione, che ingloba a sua volta anche la crescita economica.

Diverse domande sorgono spontanee: quale sarà il futuro per gli ebrei della diaspora? O più precisamente: vi sarà futuro? Come si dovrà declinare il rapporto tra ebraismo e diversità se il cittadino ebreo della diaspora è destinato a tornare nella terra d’origine? È dovere ricordare che la forza del popolo ebraico nei secoli è stata quella che ha recato ai suoi membri maggiore pena e sofferenza: il dover coniugare la propria identità con la diversità della nazione che lo ospita. Questa incertezza d’altro canto ha determinato un vantaggio notevole: la capacità di guardare le cose con occhio distaccato pur essendo pienamente coinvolti. In un paese in cui domina la somiglianza le tradizioni distinte verranno sempre più a offuscarsi e il rapporto con la diversità sempre più a scemare. Ciò che ci rende sicuri è ciò che a lungo andare ci svuoterà. Sarà dunque ancora possibile mantenere quell’attitudine all’analisi critica che è possibile trovare quando si è pienamente dentro e parzialmente fuori?

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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