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Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 aprile 2017
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Hatikwà è uno spazio aperto al confronto delle idee e al dibattito. Di seguito la risposta di Maria Savigni all’articolo di Ruben Spizzichino pubblicato il 5 aprile scorso. Il virgolettato introduttivo è citazione dell’esordio dell’articolo di Ruben. [HT redazione]

“Ancora una volta la Corte Suprema israeliana torna a dividere Israele e il mondo ebraico. Poche settimane fa abbiamo assistito a un nuovo straziante episodio che ha mobilitato la società israeliana: il ritiro da Amona. Tanti gli israeliani accorsi nella zona per difendere i diritti dei loro fratelli, ma non è bastato. Ancora una volta siamo costretti a vedere ebrei sradicati da ebrei.”

Vorrei concentrarmi su questi punti, visto che si parla di “diritti”. La questione a livello giuridico è molto complessa e non so quanto possa interessare approfondirla, ma penso che potrebbe valere la pena notare che:

  • Amona è diverso da altri settlements perché non solo è considerato illegale dalla comunità internazionale ma lo è anche dal punto di vista del diritto civile israeliano. Sono stati avviati procedimenti giudiziari dalle autorità israeliane già dal 2006, qualche anno dopo il suo completamento.
  1. La Corte Suprema israeliana

    La Corte Suprema israeliana è un organo espressione della democrazia israeliana: i giudici che la compongono sono nominati dal Presidente dello Stato su indicazione di una commissione apposita (presieduta dal Ministro della Giustizia). La pronuncia della Corte, del 2014, concedeva due anni di tempo agli abitanti di Amona per abbandonare l’insediamento, che avrebbe dovuto essere stato demolito entro dicembre 2016. A febbraio è dovuto intervenire l’esercito per dare esecuzione alla pronuncia.

  2. Parlare di “diritti dei loro fratelli” o di “sradicamento” non ha alcun fondamento perché vuol dire, a livello molto tecnico, mettersi contro la stessa democrazia israeliana. Indirettamente si dà ragione a tutti i detrattori che sostengono Israele non sia uno stato di diritto e un Paese democratico ma uno Stato che adotta due pesi e due misure.
  1. Non vedo come si possano associare i “resistenti” di Amona a una sorta di versione contemporanea degli eroi di Masada. Assomigliano di più a un inquilino abusivo che ha ottenuto tutte le proroghe che la legge gli consentiva per rinviare il pagamento dell’affitto. Nonostante tutto non ha mai pagato e alla fine ha ricevuto lo sfratto, ma nemmeno questo è bastato ad allontanarlo. Sono dovute andare le forze dell’ordine a prenderlo, eppure ha ancora il coraggio di lamentarsi.
Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 aprile 2017
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Ancora una volta la Corte Suprema israeliana torna a dividere Israele e il mondo ebraico. Poche settimane fa abbiamo assistito a un nuovo straziante episodio che ha mobilitato la società israeliana: il ritiro da Amona. Tanti gli israeliani accorsi nella zona per difendere i diritti dei loro fratelli, ma non è bastato. Ancora una volta siamo costretti a vedere ebrei sradicati da ebrei.

Sono molti gli intellettuali che si riempiono la bocca con i famigerati territori occupati (sulla carta contesi), convinti che gli insediamenti siano il vero cancro d’Israele, l’unico ostacolo alla pace. Alcune di queste persone, le vediamo battersi e impegnarsi durante la settimana della Memoria, diffondendo e ripetendo senza sosta e con un pizzico di retorica il mantra “Non ci può essere futuro senza Memoria”. Ebbene la storia degli insediamenti è abbastanza chiara e molto dovremmo imparare da questa.

Per “insediamenti” si intendono le città o villaggi dove gli ebrei si sono stabiliti in Giudea e Samaria (Yehuda veShomron – Cisgiordania) e nella Striscia di Gaza, da quando Israele conquistò la regione nella guerra del ’67. Nella maggior parte dei casi, gli insediamenti sono situati in luoghi dove erano già presenti comunità ebraiche prima della nascita dello Stato. Dopo la miracolosa sconfitta inflitta ai danni della coalizione araba nella guerra dei sei giorni, le preoccupazioni strategiche hanno portato entrambi i principali partiti politici di Israele, Labour e Likud, a sostenere e incentivare gli insediamenti in tempi diversi. I primi insediamenti sono stati costruiti sotto i governi laburisti 1968-1977, con l’obiettivo esplicito di garantire la sicurezza nelle regioni strategiche della Cisgiordania.

La seconda fase degli insediamenti  è iniziata nel ‘68 a Hebron, una città con una cospicua presenza ebraica, interrotta a causa del pogrom perpetrato dagli arabi nel 1929. Un massacro senza precedenti. L’ultimo gruppo di ebrei, oggi considerati “coloni”, si trova nella West Bank, a pochi chilometri dai villaggi arabi, gli stessi villaggi che vietano l’ingresso ai cittadini israeliani ebrei. Va ricordato, poi, che il 60% degli israeliani che vivono in Cisgiordania, risiede in soli cinque blocchi di insediamenti – Ma’ale Adumim, Modiin Ilit, Ariel, Gush Etzion, Givat Ze’ev – che si trovano tutti nel giro di sole poche miglia dalla linea armistiziale del 1949, altrimenti nota come “linea verde”.

Assistiamo a una demonizzazione continua dei territori contesi, a volte sostenuta da ebrei in cerca di protagonismo. Convinti che il vero problema dello Stato ebraico sia questo e che la delegittimazione d’Israele sia una conseguenza dovuta, non comprendono (o forse lo comprendono bene) di fare il gioco dell’antisionista: considerare l’intero Israele un’unica colonia e quindi destinata a essere sradicata.

I nemici di Israele affermano che gli insediamenti sono un ostacolo alla pace. In realtà è esattamente il contrario e la storia ce lo ha già dimostrato. Nel 1949-1967, quando agli ebrei era proibito di vivere in Cisgiordania, gli arabi rifiutarono, nella maniera più assoluta di fare la pace con Israele. Nel 1967-1977, il partito laburista, che stabilì alcuni insediamenti strategici nei territori, incentivò gli arabi a optare per la collaborazione e la pace più che per il terrorismo. Nel 1978, in seguito alla visita del presidente egiziano Anwar Sadat a Gerusalemme, Israele congelò gli insediamenti, con la speranza che il mondo arabo aderisse al processo di pace di Camp David. Ma nulla di tutto ciò avvenne. In un altro vertice di Camp David nel 2000, Ehud Barak offrì di smantellare la maggior parte degli insediamenti e di creare uno Stato palestinese in cambio della pace, Yasser Arafat rifiutò. In breve, la documentazione storica mostra che, ad eccezione di Egitto e Giordania, gli Stati arabi e i palestinesi sono stati intransigenti, indipendentemente dal ruolo degli insediamenti.

Nell’agosto 2005, Israele ha evacuato tutti gli insediamenti nella Striscia di Gaza e quattro in Cisgiordania nell’ambito del piano di disimpegno avviato dal primo ministro Sharon. Questo è stato un cambiamento drammatico per tutta la società israeliana. Ebrei cacciati dai loro stessi fratelli.

Israele ha dato tutto il territorio a Gaza e evacuato alcuni insediamenti in Cisgiordania senza alcun accordo con i palestinesi, che ora hanno piena autorità sulla popolazione all’interno di Gaza. Invece di ottenere la pace in cambio territori, Israele ha ricevuto ancora più terrore. Hamas, privo di una supervisione israeliana, è salito al potere, ha negato i diritti basilari alla popolazione e invece di utilizzare ingenti fondi per costruire le infrastrutture per il futuro Stato di Palestina (?) ha investito il denaro in armi, tunnel, reclutamento di terroristi e ville con piscina per i capi.

Che cosa abbiamo ottenuto in seguito al ritiro dagli insediamenti nella Striscia di Gaza? Un abbonamento fisso con i Qassam di Hamas. Gaza è diventata l’incubatrice del terrorismo palestinese. Il Sud d’Israele è perennemente sotto attacco. Ma ormai è tardi per rimpiangere Gush Katif.

Ruben Spizzichino,
vicepresidente UGEI,
responsabile politico e rapporti internazionali.
Studia e lavora a Roma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tengo a precisare che l’articolo che segue, come altri contributi pubblicati su Hatikwà, esprime un’opinione individuale, non una linea condivisa dal consiglio Ugei. Hatikwà vuole essere un giornale aperto al confronto delle idee, per questo credo sia fondamentale condividere anche riflessioni come questa.
[Giorgio Berruto, responsabile Ht]


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 marzo 2017
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Riprendiamo l’interessante articolo di Sergio Della Pergola su tendenze che interessano la popolazione giovanile nelle due comunità ebraiche più numerose: Israele e Stati Uniti. I dati sono ricavati dalle recenti indagini dell’Istituto Pew.

I giovani nati negli anni ’80 e ’90 che hanno varcato la soglia del 20° secolo durante la loro infanzia sono chiamati in gergo sociologico i Millennials – i Millenari. Questi giovani adulti, oggi venti-trentenni, sono al centro di molte ricerche sui valori sociali, sulle idee politiche e sull’identità religiosa. Per quanto riguarda i giovani adulti ebrei, è interessante effettuare dei confronti sulla base dei dati forniti dalle recenti indagini dell’Istituto Pew nelle due principali comunità ebraiche: Israele e gli Stati Uniti.

Va notato innanzitutto che le esperienze di vita sono alquanto diverse in quanto in Israele esiste il servizio militare e a 30 anni la maggioranza lavorano e sono già sposati con figli, mentre in America e negli altri paesi occidentali i giovani studiano magari più a lungo, fanno maggiore fatica a trovare impiego, si sposano molto più tardi e hanno meno figli. Col passare del tempo, e confrontando i più anziani con i più giovani, in seguito all’incessante aumento nei matrimoni interreligiosi, negli Stati Uniti si nota un crescente divario fra il numero dei giovani con una chiara identità ebraica e quello dei discendenti da famiglie di origine ebraica ma oggi con un’identità composita o non ebraica. In Israele il fenomeno è ancora abbastanza marginale. Negli Stati Uniti il maggiore o minore senso di appartenenza ebraica si manifesta attraverso nette differenze che coinvolgono molti indicatori di tipo religioso, culturale o sociale (come per esempio il numero di amici o vicini ebrei che una persona ha). Ma gli uni e gli altri aderiscono in misura piuttosto simile ai valori etici e civili predominanti nella società americana.

In entrambi i paesi si nota tra i più giovani un aumento della proporzione di maggiormente religiosi che in buona parte riflette la più alta natalità degli anni precedenti negli ambienti delle rispettive famiglie di origine. Il livello di osservanza religiosa è comunque molto maggiore in Israele che negli USA. Negli Stati Uniti, d’altra parte, l’adesione alla religione ebraica avviene in gran parte attraverso le denominazioni conservativa e riformata che in Israele sono presenti in misura estremamente marginale. Anche l’identificazione con l’ebraismo in quanto popolo, dunque in un senso più generale e secolare, appare in aumento fra i giovani in entrambi i paesi. In Israele è in corso una crescente adesione a posizioni nazionaliste che non emerge negli Stati Uniti dove invece è maggiore l’attenzione alle questioni etiche e civili in senso liberale progressista.

In connessione con ciò si sta quindi sviluppando un crescente distacco e allontanamento fra le identità politiche dei giovani ebrei nei due paesi. Ciò è particolarmente visibile per quanto riguarda le opinioni espresse sul conflitto arabo-israeliano. Gli israeliani sono sempre più convinti delle ragioni di Israele, gli americani sempre meno. Questi risultati offrono spunti interessanti e anche qualche preoccupazione per chi voglia cercare di sviluppare un dialogo costruttivo fra le diverse componenti del mondo ebraico a più lungo termine.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

(da Moked.it)


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 marzo 2017
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La prevista proiezione di un filmato che diffonde odio contro Israele rifacendosi ai più grotteschi stereotipi antisemiti presso l’IIS Quintino Sella di Biella è fatto gravissimo di fronte a cui l’Ugei ha cercato di attivarsi subito, insieme al altre istituzioni (qui potete leggere la lettera della presidente Ucei Noemi Di Segni ai presidenti dell’Anpi Smuraglia e Cenati). Dopo aver contattato l’Ufficio Scolastico Provinciale abbiamo chiamato il Sostituto Provveditore, che si è dichiarato all’oscuro della vicenda si è attivato nei confronti della scuola.

E’ emerso che la provincia aveva concesso l’uso dei locali scolastici per la proiezione, senza che il preside fosse a conoscenza del materiale che sarebbe stato proiettato. Il preside e la provincia hanno provveduto alla revoca della concessione degli spazi nella giornata di oggi. 

Crediamo sia fondamentale favorire il dibattito e il confronto delle idee, non la diffusione di odio e antisemitismo. Inutile aggiungere a quale categoria appartenga il filmato di cui era prevista la proiezione.

Ecco l’articolo pubblicato da La Repubblica – Torino:

La Provincia di Biella revoca il premesso all’Anpi di proiettare un film intitolato ‘Israele, il cancro’ nelle scuole. In un primo tempo infatti l’associazione nazionale partigiani della Valle Elvo, aveva chiesto ospitalità negli istituti scolastici del territorio per la proiezione di “un documentario”, senza però specificare di cosa si trattasse.
“Solo dagli organi di stampa – spiegano dagli uffici provinciali – abbiamo avuto modo di prendere conoscenza della natura della proiezione: non un documentario come indicato da Anpi, ma un film di una regista (Samantha Comizzoli), che ha come caratteristica la narrazione di fatti e avvenimenti interpretati secondo il suo pensiero, e quindi in modo non oggettivo”.
“Gli istituti scolastici – afferma il presidente, Emanuele Ramella – non sono il luogo deputato a ospitare eventi che possano rappresentare un pensiero di parte su argomenti di rilievo politico, che vanno affrontati in altre sedi. Ho dunque ritenuto opportuno, oltreché corretto, revocare la concessione di utilizzo dell’aula scolastica concessa dal responsabile”.
Sulla vicenda interviene anche l’Unione delle comunità ebraiche italiane con la pesidente Noemi Di Segni che scrive al Presidente nazionale dell’Anpi Carlo Smuraglia e a quello per la Provincia di Milano Roberto Cenati per chiedere che l’Associazione degli ex Partigiani d’Italia impedisca ad una propria sezione di patrocinare la proiezione “di un film di una nota attivista antisionista ed antisemita” in una scuola.
“Gentili Presidenti Smuraglia e Cenati – scrive Di Segni – vi scrivo per portare doverosamente alla vostra attenzione l’aberrante iniziativa di una sezione dell’Associazione Nazionale Ex Partigiani d’Italia – la sezione Valle Elvo e Serra, attiva in Piemonte – che ha deciso di patrocinare la proiezione di un film di una nota attivista antisionista e antisemita prevista per questo venerdì a Biella, all’interno di un istituto scolastico.
I due promotori (Samantha Comizzoli e Diego Siragusa) cercano di riversare in rete e nel mondo dei social calunnie, odio e rancore. Il sostegno dell’Anpi a iniziative come quella che vi segnalo rappresenta quindi un fatto gravissimo e incomprensibile e duole ancor più nella considerazione che tale filmato divenga un’esperienza vissuta nella scuola, luogo nel quale esattamente al contrario, dovremmo coltivare i valori condivisi della

tolleranza e del rispetto. L’odio è una materia facilmente infiammabile, basta davvero poco per divampare in incendio”.
“Mi auguro conclude – che possiate intervenire al più presto e nei modi più opportuni per impedire che tale iniziativa avvenga e, al contrario, assicurare che tutte le Sezioni assieme alle tante Istituzioni e collettività scelgano di comunicare ai nostri ragazzi un messaggio di partecipazione e fiducia”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 marzo 2017
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Il campus dell'Università di Tel Aviv
Il campus dell’Università di Tel Aviv

Riprendiamo con piacere il comunicato scritto da Giovane Kehilà a proposito della mozione approvata dal Consiglio degli studenti dell’Università di Torino. Una mozione unilaterale che chiede il boicottaggio accademico di Israele, di cui la stampa italiana ha reso conto in questi giorni (per esempio La Repubblica). E’ tuttavia significativo che la mozione non abbia ottenuto l’unanimità.

Giovane Kehilà, l’organizzazione rappresentante dei giovani italo-israeliani, accoglie con favore la notizia che – nonostante il clima di intimidazione continuo instaurato a Torino da gruppi come “Invicta Palestina” e “Progetto Palestina” – la mozione portata avanti dalla lista “Studenti Indipendenti” al Consiglio degli Studenti dell’Università di Torino per chiedere l’adesione dell’Istituzione accademica al movimento BDS (Boicottaggio – Disinvestimento – Sanzioni) non è riuscita a raccogliere l’unanimità dei voti dei consiglieri, grazie al coraggio di cinque voci dissidenti che non si riconoscono in una campagna ideologica che lungi dal voler davvero impegnarsi per risolvere in termini propositivi il conflitto israelo-palestinese creando occasioni di dialogo e confronto tra le parti in causa ha come unico obiettivo quello di delegittimare, isolare e distruggere la democrazia israeliana.

La mancata unanimità del consenso verso gli obiettivi criminali del movimento promosso dalle carceri israeliane dal terrorista palestinese Marwan Barghuthi, pluriomicida condannato a cinque ergastoli, per quanto ci riguarda è la vera notizia. Noi, i giovani italo-israeliani, continueremo a tendere la mano e a tenere aperte le porte a tutti i giovani connazionali che senza pregiudizi vorranno vivere l’esperienza di un periodo di studio e ricerca in un Paese complesso e affascinante come Israele, le cui Università sono e continueranno ad essere un luogo di incontro e democrazia tra culture, popoli e fedi diverse aperte all’apporto di studenti provenienti da ogni parte del mondo. Chiediamo pertanto al Rettore Ajani e al Senato Accademico dell’Università degli Studi di Torino di respingere l’appello di adesione alla campagna d’odio contro la democrazia israeliana e di unirsi a noi, i giovani italo-israeliani, per costruire ponti e abbattere muri.

Giovane Kehilà



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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