israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 ottobre 2017
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Kiryat Arba, Efrat, Ma’ale Adumim, Modi’in Ilit, Ariel: sono solo alcuni fra i più emblematici nomi di insediamenti israeliani nei territori della Cisgiordania (leggasi anche West Bank o Giudea e Samaria). Sono certamente fra i più popolati, perché il numero di colonie israeliane la cui popolazione è inferiore al migliaio di unità, certamente è molto elevato. Tali insediamenti, pur essendo situati de iure nei territori palestinesi, sono de facto soggetti all’amministrazione e controllo militare israeliano. Dovremmo per altro tenere conto anche della delicata situazione di Gerusalemme, specialmente della sua parte Est, che pur essendo considerata dalla comunità internazionale parte dei territori palestinesi (rivendicata per altro come capitale), è anch’essa soggetta alle leggi israeliane.

A partire da circa un cinquantennio fa (dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967), e poi specialmente negli anni ’70, il fenomeno delle colonie anima il dibattito politico, come pomo della discordia (uno dei tanti) nel conflitto israelo-palestinese, e anche nel rapporto tra lo stato ebraico e la comunità internazionale. La posizione dell’ONU è di totale contrarietà a tale fenomeno: infatti Israele è accusato di essere occupante di territori che non gli appartengono, e certamente il perdurare di tale situazione di incertezza non rende vantaggiosa la posizione di Israele dal punto di vista politico e mediatico. Gli ebrei che vi abitano al contrario, ritengono che tali territori siano parte dello Stato di Israele (ovvero il suo settimo distretto, chiamato appunto distretto di Giudea e Samaria): in effetti, i luoghi più sacri per l’ebraismo, si trovano proprio lì. Si pensi alla città di Hebron, o a Nablus, o alla stessa Gerusalemme Est (nella quale è inclusa la Città Vecchia).

L’interrogativo che resta però è: cosa si dovrebbe fare? Le colonie andrebbero smantellate? Oppure no? Posto che si tratta di un atto illegale secondo tutti gli organismi internazionali, in violazione dell’art. 49.6 della Quarta Convenzione di Ginevra, la risposta che si dovrebbe dare è certamente affermativa, con effetto immediato. Però riflettiamo un momento su quello che è stato il passato: nel 2005, Israele decide di sgomberare tutti gli insediamenti presenti nella Striscia di Gaza. I coloni che hanno provato a porre resistenza sono stati portati via con la forza dall’esercito israeliano. Peraltro, gli israeliani che abitavano nella Striscia avevano dato lavoro a una buona fetta della popolazione palestinese locale. Ad ogni modo, il risultato finale qual è stato? Che nella Striscia di Gaza, indette le elezioni, è stato Hamas a trionfare. Un’organizzazione riconosciuta come terroristica che pone tra i propri principali obiettivi la distruzione di Israele.

Altro punto chiave: in ripetute occasioni, l’ultima nel 2008 (quando la poltrona di Primo Ministro israeliano era occupata da Ehud Olmert), è stato proposto ai rappresentanti palestinesi un accordo per una definitiva suddivisione del territorio e porre così fine al conflitto. L’accordo prevedeva lo smantellamento della quasi totalità degli insediamenti (e per quelli non sgomberati la Palestina avrebbe ricevuto in cambio alcuni pezzi del Negev), la facilitazione del collegamento tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, e si sarebbero poste inoltre le basi per delineare una volta per tutte lo status di Gerusalemme Est, per fare sì che potesse diventare davvero la capitale del nuovo stato palestinese: l’idea da parte di Israele era quella di mantenere il controllo sul solo quartiere ebraico della Città Vecchia, e l’intera città di Gerusalemme avrebbe goduto di un controllo internazionale che avrebbe coinvolto sia i rappresentanti israeliani che quelli palestinesi.

Il pacchetto di proposte è stato respinto al mittente. Possiamo ipotizzare il motivo: innanzitutto i palestinesi vorrebbero tutto quanto il territorio, non solo quello della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, ma tutto il resto, quello che oggi è Israele e che dovrebbe continuare a esserlo anche nel futuro. In più sono i palestinesi ad avere il coltello dalla parte del manico, a non avere nulla da perdere e a beneficiare dall’attuale situazione di incertezza: se un giorno dovesse essere davvero siglato un accordo definitivo, tutta l’attenzione mediatica sul conflitto terminerebbe, e l’uccisione di un singolo bambino palestinese in Cisgiordania smetterebbe di fare notizia (così come già oggi non fa notizia la morte di centinaia di civili palestinesi in alcune fasi della guerra in Siria). Oltretutto, quali potrebbero essere le reazioni degli altri paesi arabi limitrofi, come ad esempio la stessa Siria?

E proprio a proposito di Siria e di territori considerati occupati, pensiamo al Golan: sarebbe giusto restituirlo e siglare quindi una pace con il popolo siriano? Sicuramente possiamo affermare che se Israele avesse ceduto, si sarebbe poi trovato le milizie di Daesh letteralmente alle porte. La Siria, allo stato attuale, non può essere considerata una nazione affidabile, e certamente, per porre le radici per una possibile futura pace, sarà necessaria una mediazione. Ma al momento non c’è alcuno spiraglio di dialogo. Quindi, perché porgere l’altra guancia?

In conclusione, potremmo riassumere il tutto così: le colonie sono illegali, e chi vi abita quantomeno ne deve essere consapevole. Però, finché regna nell’area una situazione di non certezza e non definizione, sarebbe presumibilmente sbagliata come mossa quella di uno smantellamento unilaterale delle colonie. Il giorno in cui sarà definito una volta per tutte il nuovo status quo, allora gli insediamenti andranno sgomberati immediatamente. Certo è che finché a governare Israele è la destra, guidata per altro da un uomo particolarmente conservatore come Netanyahu insieme ai suoi ancor più rigidi alleati, tale giorno probabilmente non arriverà mai.

Simone Bedarida

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 settembre 2017
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Sono già state scritte molte cose positive sul Taglit totalmente condivisibili. Nonostante ciò vogliamo comunque esprimere il nostro parere nella speranza che la nostra esperienza sia da stimolo per chi ancora non conosce tale opportunità. È un progetto che ci ha cambiato la vita, ci ha rafforzati nella nostra identità e nella consapevolezza del nostro futuro, grazie anche all’ottima organizzazione e alle stimolanti personalità dei nostri madrichim, Debora e Yehonatan e, soprattutto, all’eccellente preparazione e capacità comunicativa della nostra guida Naama.

Taglit ha rappresentato l’opportunità di scoprire Israele nella sua totalità e nelle sue mille sfaccettature; una terra piena di storia e spiritualità. Le sensazioni che abbiamo provato sono quasi indescrivibili, un contorno perfetto per momenti davvero unici.

Emozionante è stato camminare per le strade di Tzfat e respirarne l’atmosfera trascendente, immergendosi allo stesso tempo nella vitalità diffusa nelle strade di Tel Aviv.

Esaltante è stato trascorrere una notte nel deserto del Negev, guardare il cielo e rimanere stupiti dallo spettacolo unico, quasi proibito nelle città ormai troppo illuminate, parlare e ridere con i compagni di viaggio tutta la notte in attesa di iniziare la salita verso Masada, riuscire ad arrivare in cima alla rupe giusto in tempo per veder spuntare il sole, pensare alle ultime ore di vita degli ebrei che abitavano il luogo prima di commettere l’atto estremo, giurare poi in cuor nostro “mai più Masada cadrà”.

Commovente è stato entrare a Gerusalemme intonando tutti insieme “Yerushalaim shel zahav” e stupirci di quanto questa canzone cantata centinaia di volte nella nostra vita, assuma adesso un significato diverso.

Entusiasmante è stato trovarsi a mettere un bigliettino nel Kotel nella speranza che si avverino i desideri in esso scritti; immaginare di sentire il suono dello shofar all’interno del Tempio di Gerusalemme oramai inesistente, così come cantava Naomi Shemer “shofar korè behar habait bair haatika” (uno shofar risuona sul Monte del Tempio, nella Città Vecchia).

Toccante è stato giungere al monte Herzl e guardare gli occhi e l’orgoglio di una madre che si reca sulla tomba del figlio caduto per la difesa di Eretz Israel; ascoltare le storie di un popolo che vive alla giornata pronto in ogni momento a lottare per la propria terra; intonare uniti la canzone “Halicha leKesariya” sulla tomba della soldatessa e poetessa Hannah Szenes: “Eli Eli she’lo yigamer l’olam” (Dio mio, Dio mio fa che non abbiano mai fine…).

Sensazionale è stato riuscire a comprendere finalmente il miracolo che rende vivo il popolo ebraico in tutto il mondo nonostante la sua storia travagliata. È la consapevolezza di una possibile alternativa per il nostro futuro, la certezza che ovunque ci troviamo ci sarà sempre un luogo dove ci sentiremo a casa.

Taglit è molto altro ancora, ma il modo migliore per capire realmente cosa sia è viverlo nella sua interezza, senza barriere, accogliendo tutte le emozioni che può suscitare. È un viaggio che ti cambia profondamente, che ti permette di trovare un “posto” e una “famiglia”, dove poter essere ebrei a qualsiasi livello senza la paura del giudizio altrui, e, soprattutto, dove poter restare se stessi senza alcuna vergogna.

Keren Perugia e Alfie Mimun


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 agosto 2017
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Si è arrivati infine all’ultima tappa di questo viaggio  e la voglia di tornare in Italia è passata da tempo. Molti di noi vorrebbero prolungare questa esperienza  in modo indeterminato perché Israele non ci ha donato solo un viaggio, ma una nuova casa e una famiglia più unita che mai.

Oggi ci siamo diretti verso Gerusalemme, e dopo esserci deliziati con una passeggiata per le vie della città vecchia, ci siamo infine diretti verso il Kotel. Guardando quell’ultimo muro di un luogo che ai tempi rappresentava il punto focale della spiritualità di questa terra ci siamo commossi e tra lacrime e preghiera questa esperienza ci ha unito più che mai.

La giornata è proseguita con una visita alla sinagoga italiana di Gerusalemme, luogo di ritrovo per tutti gli ebrei italiani che han lasciato la loro patria in cerca di una nuova casa qui in Israele. La visita ci è stata offerta da Naama, nostra guida dall’inizio del viaggio, e dalla sorella le quali ci hanno introdotto in modo molto accurato alla storia delle comunità italiane soffermandosi in particolare su Venezia e sulla storia che accomuna la sinagoga di Conegliano Veneto a Gerusalemme, dove è stata trasportata.

Conclusa la visita  ci siamo separati da tre membri molto importanti del nostro gruppo, gli italiani in aliyà che ci avevano accompagnati nei giorni precedenti, e tra discorsi, saluti e abbracci ci siamo lasciati alle spalle persone fantastiche con la speranza un giorno di ricongiungerci con loro. La visita a Gerusalemme si è conclusa infine con il mercato dove abbiamo avuto la possibilità di riscoprire i sapori di una terra unica nel suo genere e di ricongiungerci alle nostre tradizioni culinarie. Tra compagnia cibo e cultura la giornata si è conclusa nel migliore dei modi lasciando sulla bocca di tutti un grande sorriso e la speranza di un giorno ritornare.

Quando la giornata si credeva infine conclusa i nostri madrichim, Debora e Yehonatan, ci hanno voluto insegnare attraverso una semplice attività uno dei fondamenti più importanti per l’ebraismo, il rispetto verso chi ci circonda. Questo viaggio è stato per tutti noi un’esperienza per crescere, divenire più saggi, più vicini a una terra che non ci ha mai abbandonati e che per tutti noi sarà un punto di riferimento per il futuro avvenire.

Yoram Sonnino, Nicole Sermoneta


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 agosto 2017
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Dopo aver lasciato il Kibbutz di Gvulot ci dirigiamo verso l’ultima e più significativa tappa del viaggio, Yerushayim. Al contrario di quanto si possa immaginare le tappe previste per il primo giorno nella capitale non sono le principali attrazioni turistiche e religiose nella città vecchia, bensì la giornata è dedicata alla memoria. Probabilmente questo è il giorno più carico di emozioni dell’intero viaggio. Appena entrati in città sul pullman cantiamo tutti insieme la ben nota canzone “Yerushayim shel zahav” e facciamo sosta all’ingresso di Har Herzl, il più importante cimitero militare dove riposano anche i capi di Stato e Theodor Herzl, padre del sionismo. La visita al cimitero è stata carica di emozioni, abbiamo ascoltato le testimonianze di alcuni ragazzi israeliani in viaggio con noi che ci hanno parlato di loro amici seppelliti lì, ragazzi caduti servendo il Paese poco più che adolescenti, sotto la fredda terra del monte Herzl giacciono migliaia di bambini strappati alle loro madri, madri come quella che mentre visitava la tomba del figlio in ricorrenza del suo compleanno ha voluto condividere con noi per un momento la storia di suo figlio, perché sotto ciascuna delle migliaia di lapidi identiche giace un ragazzo con una storia, un ragazzo che ha vissuto e amato, strappato troppo presto ai suoi cari.

Prima di passare alla sezione dei capi di stato abbiamo visitato la tomba di Michael Levin, chayal boded statunitense caduto in azione e divenuto poi eroe nazionale. La cosa più toccante è stata vedere gli occhi dei nostri compagni, anche quelli più freddi o con meno legami con Israele, rigati dalle lacrime mentre porgevano omaggio ai soldati caduti, mostrando un’empatia nei confronti della popolazione israeliana che difficilmente si sarebbe potuta immaginare. Finita la sezione militare passiamo a quella dei capi di Stato dove visitiamo le tombe di uomini che hanno reso grande Israele sin dalla sua fondazione, tombe umili e tutte simili fra loro in quanto siamo tutti eguali nella morte.

Infine saliamo al grande piazzale dove è sepolto Herzl in una semplice tomba nera con su scritto solo il cognome “הרצל‎”. Lì abbiamo concluso la nostra visita cantando tutti insieme HaTikva, che letteralmente significa “la speranza”, il nostro inno nazionale. Finita la visita al cimitero saliamo in pullman tutti alquanto scossi, sapendo che la prossima tappa non sarà meno carica di emozioni della precedente.

Arriviamo così a Yad Vashem, il memoriale della Shoah. All’interno del museo facciamo una visita guidata che inizia con la visione di un video che mostra bambini ebrei in Polonia mentre cantano HaTikva esprimendo il loro desiderio di tornare nella terra di Israele, desiderio che mai si realizzerà perché nessuno di quei bambini sopravviverà alla Shoah. La visita prosegue seguendo un vero e proprio percorso nel tempo attraverso gli occhi sia degli ebrei deportati sia della propaganda nazista. Il museo è ricco di testimonianze di ogni genere e tutti noi abbiamo finito la visita con un nodo in gola e qualche lacrima versata.

Usciti da Yad Vashem entriamo in un edificio adiacente in memoria dei bambini uccisi durante la Shoah, Yad Layeled. Consiste in un percorso al buio illuminato solo da poche candele che grazie a un gioco di specchi danno l’impressione di essere migliaia di stelle, durante questo percorso vengono nominati uno a uno i quasi 2 milioni di bambini che hanno perso la vita per mano dei nazisti. Ancora una volta non è stato semplice trattenere le lacrime.
Dirigendoci verso l’albergo si potevano percepire nell’aria la commozione e le emozioni dei nostri compagni ancora un po sconvolti.

Come tipicamente fa il popolo ebraico però dopo il lutto si gioisce, quindi dopo una veloce cena in hotel siamo usciti per andare a fare serata in centro a Yerushayim al “Kings”, dove abbiamo riso, ballato e bevuto, perché nonostante la giornata pesante in memoria dei nostri fratelli ebrei caduti e uccisi nell’ultimo secolo noi eravamo ancora pieni di voglia di vivere, per questo il popolo di Israele ha vinto, perché nonostante tutto noi siamo ancora qui vivi come popolo libero nella nostra Terra.

Al mattino uscendo dal cimitero si è verificato un fenomeno particolare: la gente che fino a poco prima stava piangendo è uscita fuori scherzando e ridendo piena di vita; per tanti potrebbe sembrare insensibilità ma in realtà è simbolo del fatto che per noi ebrei la vita sarà sempre più importante della morte.
Quei giovani ragazzi sono caduti per permetterci di vivere il nostro futuro in pace e gioia qua in Eretz Israel, quindi il modo migliore per ringraziarli è proprio ricordarsi l’importanza di vivere, di gioire insieme, così che loro non siamo morti invano.
עם ישראל חי                  Il popolo di Israele vive

Daniel Levy, Sara Ciolli, Giulia Ciolli, Susanna Weissberg

Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 luglio 2017
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Giorno 5. Simpatica sveglia alle 2.30 nel deserto del Negev. Obiettivo delle giornata: visitare Masada, le cascate di En Gedi e fare un rilassante bagno nel Mar Morto.

Arrivati ai piedi della fortezza costruita da Erode, abbiamo iniziato la stancante ma suggestiva scalata che ci ha portato a raggiungere la rocca poco prima dell’alba. La fatica è stata ripagata quando, dopo pochi minuti dal nostro arrivo, il sole è sorto dalle alture della Giordania per illuminare tutta la valle del Mar Morto. Alla luce dell’alba la nostra guida Naama ci ha raccontato la storia dei mille ebrei rifugiatisi a Masada per tre anni durante l’assedio romano e della loro coraggiosa scelta. Oltre alla vista mozzafiato e allo stimolante racconto abbiamo avuto la fortuna di incontrare i ragazzi dell’esercito arrivati sulla cima per poter gridare “mai più Masada!”.

Dopo alcune foto suggestive siamo scesi per raggiungere le cascate di En Gedi. Questa riserva naturale nel deserto rappresenta una delle poche oasi presenti in Israele. Accompagnati da una saltellante fauna locale e riscaldati dal sole del deserto siamo arrivati in cima dove abbiamo trovato la rinfrescante cascata.

Finito il dolce, passiamo al salato. Scesi fino al Mar Morto ci siamo rilassati facendo il bagno e provando la strana sensazione di galleggiare senza sforzi.

La giornata si è conclusa con l’arrivo nel kibbutz Gvulot dove abbiamo festeggiato Shabbat tutti insieme.

Daniele Hassan
Massimo Bedarida
Daniele Perugia



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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