israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 novembre 2012
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Un suono riecheggia nel cielo di Tel Aviv. Le strade si svuotano e le macchine si fermano; nessuno osa mettere il piede fuori da quei luoghi sicuri chiamati rifugi, bunker. La sirena antimissile strepita fino all’arrivo di quel tonfo che mette fuorigioco l’arma e rimanda gli israeliani al loro posto. Questa è la realtà che sta vivendo il popolo d’Israele, conosciuta da noi europei attraverso immagini di persone che corrono cercando di mettersi al riparo. Ma cosa pensano veramente quelle persone? Come vivono il conflitto? Non esiste risposta a queste domande, poiché ogni idea assume la sua forma a seconda dei diversi punti di vista. L’Occidente però vi vede la sola paura, paura senza la morte, poiché gli israeliani hanno un esercito che li difende, mentre i palestinesi no. I continui attimi di panico e di pausa dalla quotidianità rendono impossibile e lento lo scorrere della giornata, perché questo immenso terrore porta a pensare costantemente al prossimo, magari imminente attacco.

Ed è un continuo trascinarsi in avanti, cercare di vivere quelle 24 ore in un posto sicuro attorno alla propria famiglia, pensando a quando finirà questo conflitto che non ha tregua, e che ogni giorno lascia gli israeliani in uno stato di tremenda inquietudine, poiché potrebbero ritrovarsi senza casa, senza famiglia e senza i più giovani, che combattono per difendere la propria terra. Questo è quello che sta facendo Israele: non vuole distruggere, o uccidere i palestinesi.

Vorrebbe solo la possibilità vivere in pace dopo millenni di persecuzioni e traversie che hanno portato ciò che è rimasto dell’antico popolo in quel fazzoletto di terra. Non era nulla all’inizio: un misero pezzo di terra da coltivare e senza case in cui abitare. Oggi è uno Stato che vive, che ha voglia di crescere e di poter formare le generazioni future in un clima gioioso e pacifico. Ma non è così; da quando è nato si trova in una guerra perenne, che logora gli animi e non rende giustizia. Distrugge anche la controparte, quei misteriosi individui che vivono al di là del muro che divide i due popoli, e che  gli israeliani hanno potuto conoscere solo come nemici, e non come persone; il popolo ebraico sa che non sono macchine, che anche loro soffrono per le morti dei loro cari e che buona parte di loro vuole la tregua in modo da costruire uno Stato sicuro per i propri figli. Ciò che impedisce il tutto è un conflitto che si tramanda da tempo, che per adesso non ha una soluzione concepibile, poiché, per ora, essa coinciderebbe con la scomparsa di una delle due fazioni. Ma il popolo d’Israele vive e va avanti, senza perdere la speranza di poter far giocare i propri figli sulla spiaggia, con la voce del bagnino che strepita da quelle casse acustiche, che, una volta, facevano correre a gambe levate verso il luogo più sicuro, tirando un sospiro di sollievo quando quel terribile rumore smetteva di suonare.

Am Israel Chai

David Pakin


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 ottobre 2012
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Il 6 novembre 2012 si vota negli States per l’elezione del Presidente. Due sono gli sfidanti: il presidente in carica Barack Obama; il candidato repubblicano Willard Romney, per gli amici più stretti “il vecchio Mitt”.

Questi due “ragazzi” – entrambi laureati in legge in quella panetteria di Nobel che è Harvard – lottano ormai da un anno per accaparrarsi la poltrona più ambita d’America.

Vediamoli più da vicino. Mitt, lo chiameremo così il nostro candidato che ha come simbolo l’elefante, è un uomo di business. Fondatore della Bain Capital, società di consulenza americana su cui il repubblicano ha costruito una fortuna. Pragmatico e spietato. Di cultura mormone. In questa campagna elettorale non c’è fronte su cui non abbia attaccato il suo sfidante. Economia, politica estera, sicurezza, spesa pubblica sono i punti chiave della campagna di Mitt.

Barack, l’attuale presidente, è invece il sognatore democratico in groppa all’asinello. Modello di riferimento: Martin Luther King. Primo nero ed essere eletto alla Casa Bianca, gli è stato conferito il Nobel per la Pace poco dopo il suo insediamento alla White House. Un premio, a dirla tutta, più che altro alle intenzioni.

I due candidati nelle ultime settimane si stanno letteralmente affrontando a colpi di talk show. Mitt accusa Barack della scarsa sensibilità nei rapporti internazionali. Lo accusa di aver raggiunto il punto più basso nella storia americana per quanto riguarda il peso che gli States hanno nello scenario della politica mondiale. Barack risponde che l’America ha problemi interni molto gravi (Welfare State e Riforma Sanitaria).

Questo è il quadro generale. Cosa succede invece nei rapporti tra Stati Uniti e Israele?

Da sempre i rapporti con Israele sono stati il fulcro delle politica estera statunitense, ancor di più dopo quel maledetto martedi di settembre dove un commando di qaedisti sterminò migliaia di cittadini americani. La lotta al terrorismo si basa oramai da 10 anni sull’asse Washington – Tel Aviv. Negli ultimi tempi, però, i rapporti si sono freddati. Barack e Bibi non vanno d’accordo. E forse Obama è stato il presidente che, dopo Carter, ha congelato in maniera più netta i rapporti con il suo principale alleato strategico in Medio Oriente.

Dall’altra parte c’è Mitt. Il principe dell’elefantino negli ultimi mesi ha preso posizioni del tutto compatibili con la volontà israeliana arrivando a dire che: “gli ebrei sono culturalmente superiori agli arabi”. E se la cultura non bastasse ha aggiunto che Gerusalemme è senza dubbio dello Stato Ebraico.

Quindi di chi ci dobbiamo fidare noi ebrei: di Barack o di Mitt? Ogni riferimento all’Iran è puramente casuale.

La parola al popolo. Noi dalla nostra piccola Penisola, potremo solo guardare da spettatori in piccionaia.

 Edoardo Amati


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 ottobre 2012
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La questione fondamentale che un individuo possa trovarsi ad affrontare durante la propria esistenza è quella identitaria. Crescere in un ambiente con tradizioni e origini diverse da quelle familiari può significare ritrovarsi a non identificarsi in nessun gruppo o insieme di persone, nella fattispecie a non sentirsi né ebreo, né italiano. Quale può essere la causa effettiva di questa mancanza di identificazione? Alla base dell’identità ebraica c’è la conoscenza della cultura, delle tradizioni, e soprattutto delle persone (essere ebrei per conto proprio è praticamente impossibile). L’assenza di qualcuno con cui condividere il processo conoscitivo risulta nella sensazione di non avere veramente un legame diretto con le proprie origini, se non quello familiare (ovvero con le origini stesse, quindi un legame tautologico). Nel contempo la consapevolezza di non condividere le origini con le persone che ci circondano porta ad un inevitabile distacco dal senso di nazione, e di qui la mancanza di identificazione come italiano.

Quando un notiziario italiano diffonde la notizia della morte di un connazionale non provo più dispiacere di quanto ne proverei per un qualsiasi altro ‘cittadino del mondo’. Questa visione cosmopolita, con i suoi pregi e i suoi difetti, è un effetto collaterale dell’essere ebreo in un ambiente estraneo, e se da una parte riflette un ragionamento razionale, dall’altra non corrisponde alla realtà, perché la natura umana non funziona in questo modo: essere liberi da qualsiasi precetto e tradizione ci rende prigionieri di noi stessi. La vera importanza del processo conoscitivo delle proprie origini sta nel potersi sentire parte di qualcosa che riceviamo come una sorta di eredità spirituale e che si traduce con una complicità precondizionata con le persone che condividono questa eredità. Nella città di Zefat, dove ha avuto origine la qabbalah, abbiamo ascoltato la storia dell’albero di carruba, i cui frutti potranno essere assaporati solo dalle generazioni successive a quelle di chi ha piantato l’albero.

Questa semplice metafora riassume il senso dell’esperienza vissuta grazie a Taglit Italia, che è riuscita in qualche modo a trasmettere quell’eredità dimenticata. Vivendo la terra di Israele con l’intensissimo programma di Birthright, abbiamo avuto la possibilità di rivivere la storia vissuta dai nostri antenati e comprendere meglio la situazione attuale del popolo ebraico e dello Stato di Israele. Il processo conoscitivo mancato fino ad oggi, è ora cominciato con l’entusiasmo della Scoperta (che non a caso è proprio il significato di Taglit) ed ha consentito anche ai più secolarizzati di scoprire un forte legame con le proprie origini. Quand’ero bambino, un giorno portai alla scuola elementare alcuni oggetti caratteristici dell’ebraismo e quando mi chiesero come si fa a suonare lo shofar risposi con orgoglio genuino che solo gli ebrei lo sanno suonare. Grazie a questo viaggio sono riuscito a ritrovare quall’orgoglio perduto durante l’adolescenza, suonando – come dice una preghiera del mattino – il grande shofar per la nostra libertà.

Mario Davide Roffi


Manuel Kanahmanuel9 settembre 2011
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Nel 1945 la carta delle nazioni unite ha riconosciuto le organizzazioni non governative come soggetto di diritto internazionale. L’obiettivo che le ong si propongono è duplice: da un lato si vuole coinvolgere più soggetti a compiere interventi di natura sociale, dall’altro si cerca di far nascere ed allo stesso tempo sviluppare nelle persone un’educazione basata su una cultura altruista. L’azione delle ong si esplica nei seguenti settori: ambiente, sviluppo sostenibile, educazione. Ad esempio in Spagna sono presenti circa 3000 ong sparse su tutto il territorio nazionale, nella maggior parte dei casi coloro i quali lavorano in queste organizzazioni sono volontari.

Esistono vari tipi di ong: vi sono quelle che si pongono come obiettivo la lotta contro i quali non rispettano i diritti umani (Amnesty), altre hanno invece come obiettivo la difesa dell’ambiente (Greenpeace). Per poter costituire una ong è necessario presentare una dichiarazione giurata, presso la pubblica autorità.

La legge sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo stabilisce che le ong possono essere inscritte in registri speciali, condizione indispensabile per ricevere aiuti e sovvenzioni da parte di soggetti pubblici e privati. In Spagna le ong ricevono finanziamenti da parte di privati e dallo stato. Per evitare il fenomeno del riciclaggio di denaro sporco è stato elaborata una legge concernente i principi di trasparenza in materia economica. Nelle ong lavorano due tipi di persone differenti: volontari e cooperanti. Entrambi hanno come obiettivi fondamentali la messa in opera di progetti, ideati dalle ong stesse. I volontari non ricevono nessun emolumento e non hanno nessuna relazione di tipo contrattuale con l’organizzazione mentre i cooperanti ricevono un piccolo stipendio e vengono continuamente assistiti dalla struttura tanto a livello nazionale quanto a livello internazionale.

Le ong la maggior parte delle volte attraverso la loro attività perseguono due scopi: aiutano i paesi in via di sviluppo attraverso l’invio dei cooperanti ed elaborano delle vere e proprie pressioni sui governi in modo da poter condizionare la loro politica. Alcuni politici israeliani sono giunti dopo accurati studi, sulla base delle loro decisioni a definire le ong israeliane come dei veri e propri cavalli di troia, in quanto alcune di queste organizzazioni sono finanziati da stati europei che hanno da sempre avuto un atteggiamento molto critico nei confronti del governo israeliano. Secondo un autorevole fonte governativa israeliana circa il 70% degli introiti di questi gruppi proviene dall’esterno vale a dire da quei paesi considerati ostili ad Israele. I politici israeliani, in particolar modo quelli appartenenti al partito Likud hanno avvertito la necessità di limitare fortemente l’azione delle ong facendo approvare dal parlamento israeliano una legge che limitasse il finanziamento estero.

Le ong internazionali come Human Right’s Watch o Amnesty International, anziché esercitare una vera e propria funzione di controllo e supervisione su quelle nazioni che certamente non possono essere considerate dei veri e propri campioni nell’ambito della difesa dei diritti umani, hanno preferito rivolgere la loro attenzione su Israele dal momento che esso è uno stato democratico, risulta molto più facile criticarlo fino ad arrivare alla più completa demonizzazione.

Questi movimenti pseudo umanitari anziché adempiere alla loro missione principale si sono fatti manipolare dai cosiddetti stati la cui ricchezza deriva dai proventi del petrolio come Iran, Arabia Saudita. In questi ultimi anni l’Arabia Saudita  ha donato cospicue somme di dollari a queste organizzazioni per contrastare le forze pro israeliane.

Le ong sono diventate il burattino degli stati totalitari per colpire gli stati democratici. Ad un attenta lettura dei curricula dei funzionari di questi gruppi non governativi è possibile riscontrare persone che nutrono un odio represso contro Israele e l’America che li spinge a tal punto a non discernere tra il bene ed il male. La cosa più grave è che queste organizzazioni ricevono fondi pubblici anche dagli organismi comunitari con sede a Bruxelles, alcune di queste oltre a negare il diritto di Israele ad esistere e demonizzandolo incitano spesso anche alla distruzione dello stesso. Oramai si capisce, siamo entrati in un’altra epoca, in un epoca fluida e globalizzata dove le guerre non si conducono più sul campo di battaglia bensì sulla rete e soprattutto grazie all’utilizzo della propaganda, poiché se si vuole vincere è necessario influenzare più gente possibile.

Joel Terracina


Manuel Kanahmanuel26 agosto 2011

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In occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica 2011, dal titolo “Ebraismo 2.0: dal Talmud a Internet”, l’Ugei ha voluto predisporre una finestra virtuale per tutti coloro i quali vogliano visitare, seppure virtualmente il Kotel, o Muro Occidentale, probabilmente il luogo più importante per il popolo ebraico, dal momento che è la parte di muro del Tempio di Gerusalemme più vicina a dove sorgeva il Sancta Sanctorum.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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