inquisizione

Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 marzo 2018
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Belmonte

Belmonte è un isolato paese di montagna del Portogallo centrosettentrionale, a quaranta chilometri dal confine con la Spagna. Quando nel 1917 un ebreo polacco, l’ingegnere minerario Samuel Schwartz, si imbattè per caso in una comunità di criptogiudei non poteva credere ai propri occhi. Ma lo stupore degli “ebrei nascosti” di Belmonte nel momento in cui Schwartz si presentò come ebreo e raccontò dell’esistenza di comunità ebraiche in tutto il mondo fu molto probabilmente ancora più grande. Per convincerli Schwartz recitò lo Shemà e fu solo alla parola “Adonai”, l’unica ebraica che i criptogiudei di Belmonte ancora conoscevano, che li persuase.

Pesach era per i criptogiudei di Belmonte una delle poche feste che in qualche modo mantenevano una specificità e venivano celebrate, sia pure nascostamente e con enormi rischi. Il percorso di liberazione del popolo ebraico raccontato nell’Haggadah, d’altra parte, non poteva non affascinare e influenzare chi sentiva di vivere sotto un’oppressione analoga a quella del faraone. Un bellissimo canto di Pesach ritrovato proprio a Belmonte e intitolato “Adonai u Senhor meu”, Adonai è il mio Signore, insegna quello che è necessario affinché “per l’odio e il nemico” giunga “il momento della debolezza”: “Se al tuo prossimo non nuocerai / se andrai predicando il bene / se non testimonierai il falso / e non offenderai ciò che è bene”. E se “o Senhor nos livrou / daquele rei tão cruel”, “il Signore ci liberò da quel re tanto crudele”, perché non potrebbe farlo una seconda volta?

La rappresentazione dei quattro figli in una Haggadah stampata a Vienna nel 1823

Quali sono le preghiere degli ebrei? Quali le tradizioni? Sembra di udire le domande a Schwartz degli ebrei nascosti, discendenti di nuclei di perseguitati che nel Cinquecento trovarono rifugio in luoghi difficilmente raggiungibili perfino dalla longa manus dell’Inquisizione e che di generazione in generazione diedero forma a una identità certo non pienamente ebraica, ma neppure cristiana. Una identità trasmessa nei secoli anche a conseguenza dello stigma sociale da cui i criptogiudei erano circondati, e che di fatto costringeva a matrimoni endogamici. Che cosa significa tutto questo?

Sono le domande degli ebrei nascosti, e quelle dei figli che nella sera del seder di Pesach, seduti intorno allo stesso tavolo, interrogano i presenti. Anche qui a Belmonte ci sono il saggio, il malvagio, il semplice. E c’è, soprattutto, il figlio che sa troppo poco per riuscire a formulare domande. In questo caso, chiarisce l’Haggadah, devi essere tu a cominciare a raccontare, a spiegare, a introdurre, e le domande seguiranno certamente con naturalezza. E’ uno sforzo niente affatto scontato, ripeterlo ogni anno leggendo l’Haggadah può contribuire a farlo davvero nostro non solo a Pesach, ma durante tutto l’anno.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 settembre 2017
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Torno su una questione a cui ho già dedicato un intervento su queste colonne alcune settimane fa, la distinzione tra paragonare e comparare eventi storici, per esempio la Shoah e altre tragedie. Allora la riflessione nasceva dalla partecipazione alla trasmissione televisiva su Hitler diretta da Michele Santoro, vorrei invece adesso rifarmi a un breve testo di Yosef H. Yerushalmi pubblicato in italiano alcuni anni fa da Giuntina con il titolo “Assimilazione e antisemitismo razziale: i modelli iberico e tedesco”. La premessa d’obbligo è sempre la stessa: comparare significa far emergere una combinazione di differenze e somiglianze, non tracciare una riduttiva equazione tra eventi.

Scrive Yerushalmi che all’incirca il 50% degli ebrei spagnoli fu convertito al cristianesimo tra il 1391 e il 1492, in gran parte con la violenza fisica o psicologica. Chi non andò incontro al battesimo lasciò la Spagna, che si trovò così senza ebrei. Nulla avrebbe dovuto impedire il completo assorbimento dei convertiti, o almeno dei loro discendenti, che in buona parte di sentivano autenticamente cristiani. Ma a questo punto ci si scontra con un elemento indubitabile: l’ostilità diffusa dei cristiani spagnoli verso i conversos, che nell’arco di alcuni decenni condusse agli statuti sulla “limpieza de sangre”. La dottrina della “purezza di sangue” segna “la paradossale ritorsione della società iberica contro l’intrusione degli ebrei mediante quella conversione a favore della quale quella stessa società aveva operato così a lungo e assiduamente” (p. 38). In altre parole, quando cadono le barriere di religione e cultura, ne vengono edificate di nuove su base genetica. Sostenere che gli ebrei non possano cambiare e che, anzi, se convertiti siano ancora più pericolosi perché in grado di corrompere la società dall’interno, significa fissare in un paradigma immutabile l’ebraicità, che viene assunta quale condizione negativa permanente. Da essa chi ne è portatore, gli ebrei descritti dalla Chiesa per secoli come ostinati, testardi e ciechi, non si può liberare in alcun modo. Una simile dottrina razzista innescava una contraddizione teologica in seno al cristianesimo, dal momento che negava la possibilità di essere “battezzati in un solo spirito per formare un solo corpo, giudei o greci, schiavi o liberi” (Corinzi I, 12:13), ma fu comunque accettata e applicata per secoli. Il richiamo al sangue, dunque alla genetica, è un tratto significativo di somiglianza con le teorie antisemite moderne e naziste, e secondo Yerushalmi scardina l’idea, diffusa anche tra storici competenti, che l’antisemitismo razzista sia un fenomeno peculiarmente moderno e laico, conseguenza della secolarizzazione.

Questo significa che la Germania ha appreso l’antisemitismo razzista dalla Spagna moderna? Che l’Inquisizione è stata come la Gestapo? No ovviamente: scivoleremmo altrimenti verso un paragone che impoverisce, semplifica e quindi falsifica gli eventi e la loro specificità. Significa, invece, comparare situazioni diverse che hanno qualcosa in comune. “Quando, come avvenne in entrambi i casi, l’assimilazione divenne una realtà consistente (l’ortodossia cattolica nella penisola iberica; l’acculturazione e l’erosione dell’identità religiosa ebraica in Germania), la vecchia definizione di ebreo in base alla religione divenne un anacronismo palese e si trasformò sempre più in una definizione di tipo razziale” (p. 49). Mi sembra evidente che quella di comparare sia un’esigenza primaria se vogliamo comprendere più a fondo la storia ebraica. E molte, moltissime altre storie, di ieri e di oggi.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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