guerra

Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 dicembre 2012
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Chi sono io?

Sono una ragazza israeliana di 24 anni. Studio comunicazione, sono un’ appassionata di
cinema, e una maniaca del controllo. Amo il cioccolato e i gatti. Posso pensare a molti altri modi per
descrivermi. Tuttavia, venerdì 16 novembre, alle 3.30 del mattino, quando sono stata chiamata dall’ ufficio
dei riservisti, ho percepito me stessa solamente in una maniera: una fiera cittadina israeliana.

Ho preparato la borsa il più veloce possibile e ho svegliato mio fratello per farmi accompagnare al punto di
raccolta con la mia unità.

Quattro anni fa sono stata dimessa dal mio servizio di sergente operativo dell’ IDF, ed ero così fiera di
indossare la mia uniforme allora, così come lo sono in questa occasione. Anche se non sono una combattente,
ho sempre posseduto una forte determinazione durante il mio servizio. Perchè? Perchè sapevo che stavo
servendo il mio paese, un paese dove la guerra ha sempre avuto un ruolo fondamentale e dove la minaccia alla sicurezza dei suoi cittadini è intrinseca nella sua cultura da quando si è affermato come Stato ebraico e indipendente. Nel nostro paese, la guerra sembra sempre “dietro l’angolo”.

Sono nata nel 1988. Il mio primo vero ricordo di bambina è quello di me seduta nel rifugio con una maschera del gas durante la guerra del Golfo nel 1991. Da bambina quale ero, quella per me era un’esperienza insolitamente buffa, e in qualche modo si è insinuata nella mia mente come un ricordo felice. Ero lì, seduta a giocare con le mie bambole e a guardare la televisione mentre i miei genitori erano attaccati tutto il giorno alla radio. Dopotutto, che ne sapevo io? Avevo solo tre anni! Crescendo ovviamente, ho cominciato a capire: quello che vivevo non era un mondo fantastico, ma una realtà assurda e violenta a cui noi, cittadini israeliani, ci siamo abituati come se fosse una situazione ordinaria e perciò accettabile.

Il 2002 fu un anno ancor più traumatico per un’adiolescente che era nel mezzo della seconda intifada. A
quei tempi, subivamo circa tre attacchi terroristici al giorno! Andando a scuola in autobus ero sempre
terrorizzata. “Se qualcuno indossa una felpa durante l’estate, potrebbe trattarsi di un kamikaze?”- pensavo.
Ho sempre avuto paura che un giorno sarebbe stato il mio autobus a esplodere in mezzo alla strada. Di
certo questi non sono pensieri che una tredicenne dovrebbe avere, e indubbiamente non è questa la realtà
che voglio i miei figli vivano in un futuro. Quasi 12 anni dopo, la minaccia alla sicurezza degli Israeliani
permane, solo che oggi i kamikaze sono stati sostituiti da missili lanciati senza sosta.

La base in cui ero durante l’operazione “Colonna di nuvole” era nel sud d’ Israele, una zona continuamente
bombardata dalla striscia di Gaza. La gente che vive là ha completamente perso la capacità di condurre
una vita normale. Sentire la sirena è una sensazione indescrivibile. E’ terrificante avvertire la terra tremare
sotto i piedi, e pregare che anche questa volta non arrivi dove sono posizionata. E poi in 15 secondi il razzo
colpisce a 400 metri di distanza, più vicino di quanto potessi mai immaginare. Il pericolo è reale: questi
sono i momenti in cui lo si sente sotto la pelle.

Questo è il mio paese, la mia unica vera casa. Ovunque io vada, questo posto mi fa sentire in un modo in cui
nessun altro luogo potebbe riuscire. Conosco la sua storia, cultura, ed essenza. La vita è difficile, sì,
ma è qui che ho formato la mia identità. Conosco la terra dal nord al sud, la mia famiglia è nata e morta qui,
e mi sento in obbligo di difenderla a qualunque costo. Israele è incisa nel mio cuore.

Il pericolo in Israele si sente specialmente oggi; le lacrime mi scendono dagli occhi se immagino la
possibilità che la mia casa cessi di esistere così come la conosco io. Capisco la sua importanza per il popolo
ebraico, perchè la storia mi ha insengnato che non siamo salvi da nessuna parte se non in erez Israel.
Mi sento insultata se qualcuno la offende, e ho paura se qualcuno la minaccia. Combatterò per lei e me
ne preoccuperò sempre.

Anche quando comincio a dubitare di questo quadro di vita oggettivamente
deprimente, non posso fare a meno di amarla profondamente per quello che è, o non è.

Lirut Nave


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 ottobre 2012
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Sulle testate italiane ormai non fa nemmeno più notizia. Stiamo parlando della crisi siriana, o per meglio dire guerra civile. Una Guerra che si combatte proprio al di là del Golan. Un confine che sebbene conteso è stato finora considerato tranquillo per la sicurezza di Israele.

La stampa israeliana continua a riportare minuziosamente ogni notizia proveniente dalla Siria, dai bombardamenti ai movimenti di Assad, ma soprattutto su ciò che spaventa di piu: le armi chimiche e biologiche siriane che nel caso dovesse verificarsi un vuoto di potere potrebbero cadere in mano a Hezbollah, l’organizzazione terroristica libanese che sul confine israeliano ha già accumulato almeno 40,000 razzi. Netanyahu ha dichiarato che prevenire che queste armi cadano nelle mani sbagliate è fondamentale per la sicurezza di Israele, il cui esercito si prepara a intervenire in caso di necessità. Ma anche l’uso di tali armi da parte di Assad stesso spaventa non poco, non soltanto Israele, ma anche gli Stati Uniti, tanto che il Presidente Obama ne considererebbe anche solo il dispiegamento come il superamento definitivo della linea rossa.

Sebbene Assad abbia dichiarato che le suddette armi siano al sicuro e che verrebbero usate solo nel caso di un intervento esterno, la fragilità del suo governo non rincuora di certo gli israeliani. Ad aggravare ulteriormente lo scenario sono arrivate poi di recente le dichiarazioni del Pentagono riguardo alla creazione di una milizia iraniana proprio in Siria, allo scopo di difendere il regime di Assad. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno infatti dichiarato che non esiteranno a intervenire a fianco dei siriani nel caso di un attacco americano. D’altronde i due alleati vedono nelle rivoluzioni che hanno colpito recentemente i rispettivi Paesi la mano dell’Occidente e di Israele in particolare, che attraverso i ribelli starebbe combattendo una guerra per procura.

D’altra parte Israele vede l’indebolimento del regime siriano come un vantaggio nel caso di un eventuale attacco all’Iran. Un attacco del genere provocherebbe la reazione di Libano e Siria (l’Egitto rimane un’incognita) e l’eliminazione di uno dei fronti farebbe risparmiare a Tzahal notevoli risorse che potrebbero essere rivolte alla difesa del fronte interno, più vulnerabile.

Sia il vice-premier Mofaz che Netanyahu stesso puntano il dito contro Hezbollah e l’Iran come i veri responsabili del genocidio in corso, diminuendo le espressioni in cui si auspica una caduta di Assad. Di tutt’altro avviso è il Presidente Peres, che si augura una vittoria dei ribelli, ponendo la fine dello spargimento di sangue come priorità. Gli fa eco Netanyahu che prevede una caduta di Assad in futuro e spera in un cambiamento di regime piuttosto che in un crollo nell’anarchia. Sarebbe questa infatti l’evenienza per cui Israele sarebbe disposto a varcare il confine intervenendo per prevenire che le armi di distruzione di massa siriane possano passare in mano a Hezbollah o all’Iran.

Nel complesso, dunque, restano cauti i toni da parte del governo israeliano, preoccupato che la situazione in Siria possa distogliere l’attenzione internazionale dalla minaccia iraniana, la cui mano, grazie ai tumulti siriani, sembra estendersi fino alle porte di Israele.

 Alessia Di Consiglio



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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