grande guerra

Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 aprile 2018
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Il 16 gennaio 1916, nell’aula magna dell’Università di Padova, il senatore Vittorio Polacco e il deputato Salvatore Barzilai intervengono per commemorare Giacomo Venezian, professore universitario caduto presso San Martino del Carso. Giacomo Venezian era ebreo triestino, convinto interventista prima del 24 maggio e volontario nell’esercito italiano dopo, dunque traditore agli occhi di chi allora governava la sua città. Anche Salvatore Barzilai e Vittorio Polacco sono ebrei. Eppure nei loro discorsi non si trova un solo cenno all’identità ebraica di Venezian. È solo un episodio, eppure è rappresentativo del sentire di tanti ebrei italiani, che partecipano alla Grande Guerra come italiani, non come ebrei e anzi, non di rado, nascondo di essere ebrei per essere come gli altri, tra gli altri, sul sottile confine tra integrazione e assimilazione.

Giacomo Venezian

Fino a qui niente di troppo strano, eppure bisogna fare i conti con i numeri. E i numeri dicono che tanti ebrei partecipano al conflitto da volontari, e tantissimi, in proporzione, sono gli ufficiali (50% contro 4% di media nazionale) e i decorati (12,7% contro 4%). Certo, è necessario considerare la correlazione tra queste cifre: i decorati in assoluto sono molto più numerosi tra gli ufficiali, i cui quadri sono composti in larga misura dalla media borghesia urbana, e di questa fanno parte molti ebrei nel nostro Paese. Eppure la partecipazione al conflitto, ma anche l’adesione all’esperienza complessiva della guerra, nuova e traumatica, è evidentemente di massa nel mondo ebraico. Sembra di percepire lo sforzo di dare di più al proprio Paese, forse anche per dimostrare a se stessi prima ancora che agli altri una appartenenza che è anche riconoscenza? Impossibile non pensare ai diritti, ottenuti pochi decenni prima e nuovamente persi appena venti anni dopo la conclusione della guerra, di questa guerra, quando le leggi razziste volute dal regime fascista apriranno le porte verso le deportazioni e lo sterminio. La mostra fotografica “1915-1918 Ebrei per l’Italia”, curata dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) con preciso intento didattico, a Torino fino al 4 maggio, consente di porre e porsi questi e numerosi altri interrogativi. È una tappa indispensabile per riflettere sulla nostra identità di ieri e di oggi, di italiani ed ebrei.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 aprile 2018
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“Cassetta della nonna” c’è scritto, piccolo piccolo, sulla targhetta delle minuscole chiavi tubolari. Qui nella cantina della zia, una cantina grande, come quelle delle vecchie case, di casse ce ne sono diverse, ma nessuna è chiusa a chiave, tranne quella su uno scaffale lassù in alto, rettangolare e disadorna, coperta dalla polvere di anni, di decenni forse. La tiro giù con attenzione, per evitare di rovesciarmi addosso un groviglio di ragnatele antiche e di sporco, ed eccola qui. Proviamo le chiavi.

Due morbidi sacchi di tela fine leggermente consunta con appuntati sopra due biglietti scritti a mano con bella grafia femminile matura. Sfilo gli spilli arrugginiti, leggo: “Divisa da ufficiale del mio adorato Felice – felice di correre ai pericoli della guerra”, “Divisa da garibaldino del mio adorato Aldo umanitario”. Sciolgo le cordicelle, apro i pacchetti. Sono uniformi militari. La prima è di Felice Almansi, morto in trincea nel 1917, probabilmente di spagnola. La seconda del fratello Aldo, volontario in Grecia con Ricciotti Garibaldi, caduto nel 1914. Ci sono anche i berretti militari, incartati con giornali che portano la data: anno XIV, dunque 1936. La camicia rossa di Aldo, con la fascia bianca della croce rossa, è avvolta con tutti gli altri indumenti nella bandiera garibaldina. Tranne qualche strappo sugli involucri di tela e i berretti sformati, è tutto in perfette condizioni, certo grazie alla cura con cui la madre dei giovani, Fortuna Formiggini, ha conservato quello che la patria le rendeva, insieme al pallido, davvero pallido onore di essere l’unica donna di tutta Scandiano, tra Reggio Emilia e Modena, ad aver perso entrambi i figli maschi nella Grande guerra. In nome della patria, quella stessa patria che solo pochi anni dopo, con le leggi razziste del 1938, avrebbe tradito in modo irrimediabile chi, ebreo, per essa aveva combattuto. Soltanto cento anni fa: un tempo che sembra lontanissimo, sul punto di svanire e forse anche già svanito altrove ma non qui, in questa cantina.

Giorgio Berruto

Da Moked.it

La lapide in memoria di Felice Almansi nel cimitero ebraico di Scandiano


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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