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Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 giugno 2017
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Se è vero in generale che l’identità scaturisce dal confronto tra le idee e la complessità variopinta del mondo, lo è in particolare per quanto riguarda l’identità ebraica. Per la quale il confronto è quasi sempre scontro, cozzare in battaglia, e l’identità scintilla preziosa e transeunte. Alla ricerca di difficili identità è dedicato il recente libro di Enrico Fubini “Musicisti ebrei nel mondo cristiano”, pubblicato da Giuntina. Attraverso la descrizione di figure di primo piano di musicisti ebrei, emerge uno spettro di atteggiamenti differenti e di modalità di relazionarsi con l’identità ebraica. Non è un testo di storia della musica per specialisti: sintetico e agile, si rivolge davvero a tutti gli interessati ponendo un interrogativo quanto mai attuale: esiste un nesso, per gli ebrei, tra miglioramento delle condizioni di vita, integrazione e perdita della differenza, ovvero assimilazione?

La domanda comincia a porsi nel tardo Rinascimento, nel contesto dei tentativi di riforma della musica sinagogale in senso polifonico da parte di figure come Salomone Rossi e Leone da Modena. Ma è nell’Ottocento che la questione si impone. Qui Fubini ripercorre le vicende umane di musicisti ebrei la cui opera è considerata unanimemente cardinale per la cultura europea. Sono numerosi, ma di particolare significato mi sembra il percorso di tre di loro.

Gustav Mahler

Di Felix Mendelssohn, l’enfant prodige del pianoforte e della composizione convertito per volontà del padre, leggiamo il conflitto interiore e la consapevolezza che un cognome aggiunto, Bartholdy, non risparmiasse dagli attacchi antisemiti. Assistiamo al tentativo del “tre volte senza patria” Gustav Mahler di recuperare barlumi di un mondo di cui avvertiva il progressivo, inesorabile spegnimento. Il mondo della cultura dei salotti viennesi, dell’autonomia del bello, della formazione come ideale di affrancamento dell’uomo dalla storia, per entrare nel quale Mahler era stato costretto alla conversione, un mondo di ieri a cui il compositore torna con un’ironica nostalgia analoga, per alcuni aspetti, a quella di Hofmannsthal e di tanti altri cantori ebrei della finis Austriae.

E infine Arnold Schönberg, il cui tragitto di europeo e di ebreo è forse il più complesso e paradigmatico. Nel 1898, con la conversione al protestantesimo, Schönberg stacca come molti altri il biglietto d’ingresso in società. Negli anni del dopoguerra comincerà un percorso di riscoperta dell’ebraismo, significativamente parallelo a quello che lo porterà all’invenzione della dodecafonia. E allora, dalla Scala di Giacobbe al Mosè e Aronne, l’ebraismo incide sempre più a fondo la sostanza musicale, la fa sua, ne determina i moduli e i concetti. Ma il cammino non finisce qui: musica e identità ebraica hanno ancora una lunga strada da percorrere, insieme.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 giugno 2016
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Roberto Della Rocca - Con lo sguardo alla luna - Giuntina 2015
Roberto Della Rocca – Con lo sguardo alla luna – Giuntina 2015

Un crocevia di percorsi che si stendono verso molteplici direzioni: questo è “Con lo sguardo alla luna”, il recente libro di rav Roberto della Rocca pubblicato da Giuntina. Quella ebraica è una civiltà lunare, lontana dagli splendori solari di molte altre esperienze che oggi, tramontate ormai da secoli e millenni, trovano spazio nei musei. Perché la civiltà ebraica si sviluppa nel deserto, dalla mancanza, dall’incompletezza, dal negativo che la relazione con l’altro, l’infinito, irriducibile Altro apre.

Quella ebraica prenderà allora le forme di una pratica viva, quotidiana, lontana dall’archeologia, dal monumentalismo museale, dall’immobilità e completezza dell’idolo. Per questo, scrive rav della Rocca, Mosè che rompe le tavole ai piedi del monte Sinai è simbolo di lotta all’idolatria: quelle stesse tavole che, se trasformate in immobile oggetto di adorazione, avrebbero costituito un idolo più forte di un vitello d’oro fuso, una nuova discesa verso le tenebre dell’Egitto.

Disegnodi Stefano Levi Della Torre
Disegno di Stefano Levi Della Torre

Rifuggire la fissità significa anche vivere nel tempo, in quel santuario invisibile perfezionato dalla tradizione rabbinica dopo la distruzione del tempio fisico di Gerusalemme e al cui interno si struttura la pratica quotidiana. Anche in questo caso l’astro notturno ha una parte decisiva nella scansione dei mesi e, insieme al ciclo settimanale, imprime un moto ricorsivo e ascendente in cui trova sviluppo l’intera vita ebraica.

Si scindono in queste e in molte altre direzioni le riflessioni di rav della Rocca, significativamente organizzate in tre sezioni sul significato del tempo, il valore della parola e l’universo dell’etica. Una pluralità di vie che si intrecciano sotto la luce bianca e soffusa della luna.

Su “Con lo sguardo alla luna” anche Michael Sierra ha scritto una breve recensione.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino