giudea

Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 aprile 2017
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Ancora una volta la Corte Suprema israeliana torna a dividere Israele e il mondo ebraico. Poche settimane fa abbiamo assistito a un nuovo straziante episodio che ha mobilitato la società israeliana: il ritiro da Amona. Tanti gli israeliani accorsi nella zona per difendere i diritti dei loro fratelli, ma non è bastato. Ancora una volta siamo costretti a vedere ebrei sradicati da ebrei.

Sono molti gli intellettuali che si riempiono la bocca con i famigerati territori occupati (sulla carta contesi), convinti che gli insediamenti siano il vero cancro d’Israele, l’unico ostacolo alla pace. Alcune di queste persone, le vediamo battersi e impegnarsi durante la settimana della Memoria, diffondendo e ripetendo senza sosta e con un pizzico di retorica il mantra “Non ci può essere futuro senza Memoria”. Ebbene la storia degli insediamenti è abbastanza chiara e molto dovremmo imparare da questa.

Per “insediamenti” si intendono le città o villaggi dove gli ebrei si sono stabiliti in Giudea e Samaria (Yehuda veShomron – Cisgiordania) e nella Striscia di Gaza, da quando Israele conquistò la regione nella guerra del ’67. Nella maggior parte dei casi, gli insediamenti sono situati in luoghi dove erano già presenti comunità ebraiche prima della nascita dello Stato. Dopo la miracolosa sconfitta inflitta ai danni della coalizione araba nella guerra dei sei giorni, le preoccupazioni strategiche hanno portato entrambi i principali partiti politici di Israele, Labour e Likud, a sostenere e incentivare gli insediamenti in tempi diversi. I primi insediamenti sono stati costruiti sotto i governi laburisti 1968-1977, con l’obiettivo esplicito di garantire la sicurezza nelle regioni strategiche della Cisgiordania.

La seconda fase degli insediamenti  è iniziata nel ‘68 a Hebron, una città con una cospicua presenza ebraica, interrotta a causa del pogrom perpetrato dagli arabi nel 1929. Un massacro senza precedenti. L’ultimo gruppo di ebrei, oggi considerati “coloni”, si trova nella West Bank, a pochi chilometri dai villaggi arabi, gli stessi villaggi che vietano l’ingresso ai cittadini israeliani ebrei. Va ricordato, poi, che il 60% degli israeliani che vivono in Cisgiordania, risiede in soli cinque blocchi di insediamenti – Ma’ale Adumim, Modiin Ilit, Ariel, Gush Etzion, Givat Ze’ev – che si trovano tutti nel giro di sole poche miglia dalla linea armistiziale del 1949, altrimenti nota come “linea verde”.

Assistiamo a una demonizzazione continua dei territori contesi, a volte sostenuta da ebrei in cerca di protagonismo. Convinti che il vero problema dello Stato ebraico sia questo e che la delegittimazione d’Israele sia una conseguenza dovuta, non comprendono (o forse lo comprendono bene) di fare il gioco dell’antisionista: considerare l’intero Israele un’unica colonia e quindi destinata a essere sradicata.

I nemici di Israele affermano che gli insediamenti sono un ostacolo alla pace. In realtà è esattamente il contrario e la storia ce lo ha già dimostrato. Nel 1949-1967, quando agli ebrei era proibito di vivere in Cisgiordania, gli arabi rifiutarono, nella maniera più assoluta di fare la pace con Israele. Nel 1967-1977, il partito laburista, che stabilì alcuni insediamenti strategici nei territori, incentivò gli arabi a optare per la collaborazione e la pace più che per il terrorismo. Nel 1978, in seguito alla visita del presidente egiziano Anwar Sadat a Gerusalemme, Israele congelò gli insediamenti, con la speranza che il mondo arabo aderisse al processo di pace di Camp David. Ma nulla di tutto ciò avvenne. In un altro vertice di Camp David nel 2000, Ehud Barak offrì di smantellare la maggior parte degli insediamenti e di creare uno Stato palestinese in cambio della pace, Yasser Arafat rifiutò. In breve, la documentazione storica mostra che, ad eccezione di Egitto e Giordania, gli Stati arabi e i palestinesi sono stati intransigenti, indipendentemente dal ruolo degli insediamenti.

Nell’agosto 2005, Israele ha evacuato tutti gli insediamenti nella Striscia di Gaza e quattro in Cisgiordania nell’ambito del piano di disimpegno avviato dal primo ministro Sharon. Questo è stato un cambiamento drammatico per tutta la società israeliana. Ebrei cacciati dai loro stessi fratelli.

Israele ha dato tutto il territorio a Gaza e evacuato alcuni insediamenti in Cisgiordania senza alcun accordo con i palestinesi, che ora hanno piena autorità sulla popolazione all’interno di Gaza. Invece di ottenere la pace in cambio territori, Israele ha ricevuto ancora più terrore. Hamas, privo di una supervisione israeliana, è salito al potere, ha negato i diritti basilari alla popolazione e invece di utilizzare ingenti fondi per costruire le infrastrutture per il futuro Stato di Palestina (?) ha investito il denaro in armi, tunnel, reclutamento di terroristi e ville con piscina per i capi.

Che cosa abbiamo ottenuto in seguito al ritiro dagli insediamenti nella Striscia di Gaza? Un abbonamento fisso con i Qassam di Hamas. Gaza è diventata l’incubatrice del terrorismo palestinese. Il Sud d’Israele è perennemente sotto attacco. Ma ormai è tardi per rimpiangere Gush Katif.

Ruben Spizzichino,
vicepresidente UGEI,
responsabile politico e rapporti internazionali.
Studia e lavora a Roma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tengo a precisare che l’articolo che segue, come altri contributi pubblicati su Hatikwà, esprime un’opinione individuale, non una linea condivisa dal consiglio Ugei. Hatikwà vuole essere un giornale aperto al confronto delle idee, per questo credo sia fondamentale condividere anche riflessioni come questa.
[Giorgio Berruto, responsabile Ht]


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 marzo 2016
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hevronLa compagnia era pervasa da un’atmosfera di euforia ed eccitazione. Avevamo appena scoperto che quello non sarebbe stato uno dei soliti Shabat passati in caserma durante l’addestramento. Questa volta era diverso, eravamo stati selezionati per trascorrere quel fine settimana al fronte a supporto di un’unità di linea e il fronte non era un posto qualsiasi ma un luogo pericoloso e affascinante al tempo stesso così lontano dalla prospettiva degli israeliani che vivono lungo la costa eppure cosi vicino ai cuori e alla storia del popolo ebraico: Hevron, la città dei padri. Il viaggio in autobus trascorse all’insegna di un gran baccano fatto di canti prese in giro e risate, si sarebbe potuto pensare che ci stessero portando a Disneyland ma oltre i finestrini scorreva il paesaggio lunare delle montagne a sud di Hevron dove l’arido deserto del Negev incontra le brulle colline di Giudea. Bibliche suggestioni stuzzicavano la mia mente, non era difficile immaginare le tende di Abramo su quella collina o il gregge del giovane re David ancora pastore su quell’altra. Arrivati nella città questa pareva smisurata. Estesa in modo convulso e disorganico su diverse colline e vallate inondate dal sole spietato d’agosto. Era spaventosa e affascinante allo stesso tempo. Il pullman corazzato sfrecciava attraverso quartieri fantasma di vecchie case abbandonate. Più tardi ci spiegarono che l’esercito aveva fatto evacuare molti anni prima, per motivi di sicurezza, tutte le case che si affacciavano sulla via principale così che quella parte della città appariva ormai spettrale e decadente. Proseguendo lungo il viale principale incontravamo diverse pattuglie e posti di blocco e la sensazione di essere all’interno di un servizio del telegiornale si faceva strada nelle nostre menti. Alla fine arrivammo all’avamposto che sarebbe stato la nostra casa per quel fine settimana. Si trattava di un piazzale stretto e lungo puntellato da container adibiti a dormitorio, una cucina , una mensa che poteva contenere al massimo dieci persone alla volta e un piccolo deposito di scorte. Seduti su un divano sudicio e malconcio incastonato in un angolo sedevano alcuni soldati distanziati in quel luogo. Riconobbi subito che erano paracadutisti. Avevano volti esausti e guardavano noi reclute giovani entusiaste e fresche con uno sguardo vano e vuoto pieno di stanchezza e indifferenza. Per prima cosa dopo aver scaricato i bagagli e gli zaini dal bus i comandanti ci radunarono in gruppi secondo il plotone di appartenenza e si misero a smistarci in gruppi più piccoli che a loro volta sarebbero stati mandati in altri avamposti più piccoli sparpagliati qua e là per la città. Mi ritenni fortunato quando capii che sarei rimasto in quello stesso avamposto nel quale l’autobus ci aveva lasciati perché mi dava la sensazione, e a ragione, di essere il migliore tra tutti quelli presenti in città e che sarebbe stato un ottimo punto di inizio per fare esperienza al fronte.

Parte I – continua

Daniel Recanati
Daniel Recanati


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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