giornata della memoria

Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 gennaio 2017
unomatt-500x375.jpg

1min140

Il 27 gennaio il presidente Ugei Ariel Nacamulli, insieme alla presidente Ucei Noemi Di Segni, è stato ospite della trasmissione televisiva Unomattina, in onda su Rai Uno. Ariel ha parlato a nome dell’Ugei dell’importanza della Memoria e del passaggio del testimone del ricordo tra le generazioni.

Questa è la registrazione della trasmissione, l’intervista comincia al minuto 36.

unomatt


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 gennaio 2017
gm1.jpg

4min340

gm1Ogni anno il 27 gennaio assisto alla medesima scena, e con i social network ciò non fa che aumentare: da una parte ebrei e non, che citano a manetta Primo Levi, Elie Wiesel, Chaim Potok e molti altri autori magari senza aver nemmeno letto i loro libri, da un’altra chi si accanisce con la Giornata della Memoria sostenendo “perché solo gli ebrei? Gli armeni? I nativi americani? O anche solo tutte le altre minoranze vittime dei nazisti come rom, omosessuali e malati di mente? Sono morti di serie B?”; e poi (i peggiori) quelli che si lamentano che “sì sì abbiamo capito poveri ebrei ma tanto lobby sionista di qua lobby ebraica di là, si parla di loro perché sono potenti”. Io non ricordo il mio popolo oggi e basta. E sono davvero stanca che questa Giornata, nata con le migliori intenzioni, sia un ennesimo modo di attaccare Israele, da parte di quegli ignoranti che ancora confondono ebreo e israeliano, non rendendosi conto che è come dire che un carciofo è uguale a un lampadario.

gm2Paradossalmente comprendo più il negazionismo che questa dilagante banalizzazione. Almeno posso pensare che chi nega lo fa perché si nasconde incapace di capire così tanta malvagità (ma resta comunque un deficiente). La banalizzazione però è peggio. Significa che tutte quelle morti, tutte quelle sofferenze, di tutti, puff, scompaiono. Basta usare il giorno della memoria giusto per dire “ci penso almeno oggi”, basta usarlo per attaccare Israele, o per far finta in quel giorno di ricordarsi anche di tutti gli altri, rom, zingari, omosessuali, malati di mente, prigionieri politici e le loro stelle rosse marroni eccetera. Perché tanto, chi davvero ha a cuore tutto ciò, indipendentemente dal fatto che pensi agli ebrei o agli altri, ci penserà anche il 13 di febbraio, il 30 di maggio e il 6 di settembre.

La banalizzazione è il male più grande in cui possiamo incorrere. E noi, popolo che ama la vita, noi che amiamo la vita in tutte le sue sfaccettature, non possiamo permettere che di qui ad anni si crei il binomio ebreo-Shoah, come purtroppo già accade. Perché essere ebrei è vita, non è morte. Essere ebrei è avere una certa tradizione, è cantare l’Hatikvà sia da sionisti sia se non lo si è. È fare il kiddush il venerdì sera, è ballare a un bar mitzvà e gioire con gli amici e i parenti, è mangiare a Rosh Hashanà il melograno, a Pesach la matzà, accendere i lumi a Chanukkà. È dire “l’anno prossimo a Yerushalaim!”. Non diciamo forse “lechaim” (“alla vita”) dopo la benedizione del vino? Non regaliamo ciondoli con scritto “chai” come portafortuna? Essere ebrei è vita, non solo morte, non solo oggi.

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera
Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 gennaio 2017
museo-auschwitz-birkenau-500x375.jpg

8min280

museo-auschwitz-birkenauI numeri tatuati sulle braccia, i corpi stanchi e malati ammassati uno sopra l’altro. Queste sono le terribili immagini che la giornata della memoria ha sempre rievocato in me. Ma quest’anno è diverso, è il primo anno dopo la mia visita ad Auschwitz. Ricordo bene il gelo di quel pomeriggio di fine marzo: il cielo primaverile era limpido come uno specchio d’acqua, ma l’umidità entrava nelle ossa, irrigidendo le membra. Entrata nel museo, vengo come risucchiata in un vortice di ricordi e immagini. E’ tutto esattamente come lo avevo immaginato, come nei film. La mia attenzione, però, viene subito attirata da un chiassoso gruppo francese, tenuto faticosamente assieme da una guida stanca: le ragazze, tutte con gonna oltre il ginocchio, mostrano orgogliosamente le bandiere di Israele, avvolte sulle spalle come un mantello. Qualcuno, all’improvviso, tira fuori un selfie stick e inizia a fare fotografie. Mi allontano, furiosa: qua dentro poteva esserci tuo nonno, stupido garçon, non ti vergogni?

oswiecim-polska“A Oświęcim c’è anche un museo ebraico”, mi aveva detto qualcuno. Come quasi tutte le località polacche, ospitava una fiorente comunità ebraica prima della guerra. Esausta dalla visita al campo, mi inoltro nel centro abitato, cercando la vecchia sinagoga. Con enorme stupore scopro di trovarmi in una grigia, anonima cittadina polacca: gli stessi supermercati di Cracovia, le stesse banche, persino gli stessi volti inespressivi. Questa è Oświęcim, una banalissima cittadina industriale. Mi volto, per capire dove sono, e il filo spinato, nonostante la distanza, troneggia enorme, coprendo tutto l’orizzonte. In quel momento, un pensiero mi colpisce, fortissimo, e il cielo si fa pesante, quasi claustrofobico: Come potevano non vederlo? Come potevano non accorgersi, non sapere? Non chiedersi cosa avveniva di là dal muro? Con che coraggio potevano svegliarsi ogni giorno, vedere quel muro e tirare dritto? C’era una comunità ebraica qui, a Oświęcim. Erano concittadini, compagni di scuola, vicini di casa. Ho sempre catalogato i nazisti come criminali. Non ho mai realizzato, prima di quel momento, l’enorme potere dell’indifferenza, dell’omertà. Di chi non ha dovuto affrontare nessun processo di Norimberga, ma si è reso ugualmente colpevole.

mezzQualche mese dopo sono stata a Myślenice, un tempo fiorente shtetl polacco, e a Wiśniowa, dove si trova l’ultima sinagoga in legno della Galizia ancora in piedi. Agnieszka Cahn, di una delle poche famiglie rimaste di Myślenice e oggi a capo della Myślenice Community Association, ha guidato il mio gruppo per la cittadina, parlando come un fiume in piena. Gli ebrei, qui, costituivano un terzo della popolazione. I negozi della piazza principale erano quasi tutti gestiti da ebrei: “Qui c’era Winmann, qui invece la macelleria degli Horowitz. Spesso durante l’estate venivano organizzate cene di Shabbat in piazza”, spiega. Mi mostra le tracce delle mezuzot alle porte, mentre leggo nei suoi occhi una ferita ancora aperta. Anche qui, ciò che mi ferisce di più è la colpevole, sinistra indifferenza: il responsabile locale dei rastrellamenti, quando il momento arrivò, non esitò a mandare ai campi i propri ex compagni di classe, i propri compaesani, nel vile silenzio generale. “Il mondo non sarà distrutto da quelli che fanno il male, ma da quelli che li guardano senza fare nulla”, disse Albert Einstein.

C’è una fotografia al Galicia Jewish Museum di Cracovia che, a prima vista, sembra messa lì quasi per sbaglio. Il riquadro raffigura dei campi di grano nella campagna galiziana, con al centro un piccolo bosco. In realtà, nel luogo dove adesso si trovano gli alberi, un tempo c’era un cimitero ebraico: anche se non ce n’è più traccia perché andato completamente distrutto durante la guerra, i contadini del luogo non dimenticano. E, anche se le lapidi non esistono più, non coltivano l’area dove si trovavano, in segno di rispetto verso i morti. Non sottovalutiamo l’importanza del ricordo.

indiffA distanza di 70 anni, il mondo oggi è molto diverso. Grazie agli smartphone siamo costantemente interconnessi e riceviamo le notizie da tutto il mondo in tempo reale, inclusi i video degli attentati e le immagini degli orrori in Siria. Il prezzo da pagare, però, è l’alienazione. Auschwitz rischia di diventare un luogo dove fare selfie, i morti del terrore di diventare numeri scritti su uno schermo. Ci si può abituare all’orrore fino a non vederlo più? E’ una domanda a cui non riesco e non voglio rispondere. L’orrore, purtroppo, esiste ancora, basta pensare alla devastante guerra civile in Siria, che in 6 anni ha provocato centinaia di migliaia di vittime. Il genocidio armeno è ancora impunito. Un milione e mezzo di morti, un popolo perseguitato che ancora vive quanto accaduto nel 1915 con una profondissima sofferenza. Elif Shafak, scrittrice turca, ha subito un’inchiesta nel 2006 per aver definito il massacro degli armeni come genocidio in un suo libro. L’accusa era “oltraggio all’identità turca”. Cosa fare? Arrendersi di fronte all’omertà, al silenzio? Milioni di vittime ci impongono di non farlo. Di indignarci, di non cedere alla tentazione dell’indifferenza. Di non tirare dritto di fronte a un muro spinato.

Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza
Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 gennaio 2017
runformem-500x300.jpg

4min190

runformem

Il prossimo 22 gennaio 2017 a Roma, nell’ambito delle celebrazioni per il Giorno della Memoria, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane si farà promotrice, in collaborazione con l’associazione Maccabi Italia e Maratona di Roma, di una corsa non competitiva alla scoperta dei luoghi della Memoria. Sono previste iniziative dedicate alla Memoria, che accompagneranno la corsa o il cammino dei partecipanti.
L’UGEI parteciperà alla realizzazione di questo importante evento, distribuendo materiali ai partecipanti e collaborando con l’organizzazione.

Di seguito l’articolo di Paolo Conti sul Corriere della Sera di oggi.

Per la prima volta in Europa, la Giornata della Memoria verrà celebrata da una Comunità ebraica — quella italiana — con una corsa. L’iniziativa, voluta dalla nuova presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, e in sintonia col Comitato di coordinamento per le celebrazioni in ricordo della Shoah di palazzo Chigi, si intitola «Run for Mem / Corsa per la Memoria verso il Futuro». L’appuntamento è per domenica 22 gennaio alle 10 a Roma in piazza 16 ottobre 1943, al Portico d’Ottavia, cuore storico dell’ebraismo romano ma anche del rastrellamento nazista di quel tragico giorno del 1943. Interessante scorrere la lista delle adesioni: accanto al mondo ebraico (Unione nazionale e Comunità romana, World Jewish Congress, Ambasciata d’Israele in Italia, Federazione associazioni Italia-Israele, The Jewish Agency for Israel, Fondazione Mu) compaiono il Coni, le Acli, la Comunità di Sant’Egidio, la Polizia e i Carabinieri ma anche la Coreis, la Comunità religiosa islamica italiana, che sarà presente con una propria delegazione. Dunque un appuntamento aperto all’intera comunità italiana, in coraggioso ed eloquente contatto anche con una rappresentanza del mondo islamico.

Spiega Noemi Di Segni: «Vogliamo consegnare un messaggio, soprattutto alle nuove generazioni. Cioè che dopo una caduta, anche la più tragica e dolorosa, occorre alzarsi e riprendere a correre valorizzando la vita. E, insieme, un altro messaggio, destinato a chi invece corre ogni giorno senza fermarsi: mai tralasciare la Memoria, indispensabile strumento per affrontare il futuro. Le iscrizioni sono aperte a tutti, stanno già arrivando molte e significative adesioni: una grande festa democratica, un appuntamento immancabile per tutti i cittadini che hanno a cuore il presente ma soprattutto il futuro».

Previste due corse, una sportiva da 10 chilometri e una stracittadina di soli 3,5 chilometri. Il percorso toccherà molti luoghi legati alla Memoria non solo ebraica. Si parte da piazza 16 ottobre 1943, dunque la deportazione nazista degli ebrei romani, via degli Zingari, in ricordo della persecuzione nazista dei Sinti e dei Rom, via Tasso, carcere e luogo di tortura delle SS, Regina Coeli, dove vennero radunati gli ebrei romani il 16 ottobre 1943. Testimonial d’eccezione, Shaul Ladany, professore universitario, ex marciatore professionista, scampato al campo di Bergen Belsen ma anche all’attentato contro gli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972. Da allora, dice, non ha mai smesso di correre.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 febbraio 2012
BillyAuschwitz-500x500.jpg

2min14

Cari amici, anche quest’anno l’UGEI ha organizzato una serie di iniziative per la Giornata della Memoria. La prima sarà la proiezione del documentario “I volti di Auschwitz”, realizzato dall’UGEI durante il viaggio della memoria della Provincia di Roma, nel mese di aprile, dello scorso anno. Questa iniziativa si svolgerà il 24 gennaio nel liceo ebraico Renzo Levi di Roma.

Crediamo fortemente che rivolgersi alle nuove generazioni quando si parla di Shoah sia fondamentale e proprio per questo, abbiamo deciso di organizzare sia a Milano, che a Roma, due eventi rivolti proprio ai giovani. Partiremo dal ricordo terribile della Shoah, per arrivare a discutere sugli episodi di razzismo, di discriminazione ed antisemitismo nella socieità in cui viviamo. A Milano saremo al liceo Manzoni, a Roma al liceo Newton.

Tutto il consiglio crede profondamente che la memoria sia la testimonianza di un impegno, il vincolo che ci lega alla promessa che l’orrore dei campi di sterminio non si ripeta. Troppo spesso dimentichiamo ciò che è stato, più la Shoah diventa storia e più troviamo difficile comprendere ed accettare l’orrore, subentra un meccanismo di difesa, un distacco emotivo che a volte può portare al menefreghismo o, nel peggiore dei casi, a riproporre vecchi slogan ed idee fasciste e naziste. E noi vogliamo impegnarci affinchè non accada e per tramandare la memìoria ai cuori e alle teste future.

Daniele Regard



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci