giorgio berruto

Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 agosto 2017
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4min662
Jean Améry

Il tempo, è cosa nota, può rimarginare anche le ferite più profonde. Perché lo scorrere del tempo è naturale, e che cos’è la natura se non l’ambiente circostante che continuamente si rinnova, il ciclo della vita, l’erba che cresce, la pioggia che cade? Anche accanto ai crematori di Auschwitz, dove i cadaveri venivano ammassati uno sull’altro a mucchi, oggi cresce l’erba e le foglioline verde opaco delle betulle stormiscono al vento nelle giornate belle d’estate. Eppure “chi perdona si sottomette al senso sociale e biologico – abitualmente definito ‘naturale’ – del tempo”, scrive Jean Améry in “Intellettuale ad Auschwitz”, pubblicato in Italia esattamente 30 anni fa da Bollati Boringhieri. Perciò, secondo lo scrittore nato a Vienna (Hans Mayer il nome all’anagrafe), “il senso naturale del tempo […] ha un carattere non solo extramorale, ma antimorale” (p. 115, ed. 2008). E’ diritto dell’uomo, dunque, non assecondare ogni avvenimento naturale, quindi neanche il rimarginarsi biologico delle ferite provocato dal tempo.

Giovanni Segantini, “Pascoli alpini”

Si tratta di un pensiero agli antipodi di quello espresso in un passo della lunga poesia “O guardador de rebanhos” (“Il guardiano di greggi”), composta in portoghese da Fernando Pessoa sotto le spoglie dell’eteronimo Alberto Caeiro nel 1911-12: “Il ricordo è un tradimento alla Natura / perché la Natura di ieri non è Natura. / Ciò che è stato non è niente, e ricordare è non vedere” (XLIII). Ma proprio perché significa tradire la natura, potrebbe obiettare Jean Améry, ricordare è voler vedere, non cedere al sonno degli anni che trascorrono, all’oblio inesorabile dell’erba che cresce e muore e cresce ancora. Così il sopravvissuto ad Auschwitz leva la sua protesta, la sua rivolta, umana perché libera: “Quel che è stato è stato: questa espressione è tanto vera quanto contraria alla morale e allo spirito. La resistenza morale ha in sé la protesta, la rivolta contro la realtà, che è ragionevole solo fintanto che è morale. L’uomo morale esige la sospensione del tempo”.

Molto si potrebbe aggiungere della profondità ebraica di questo concetto di tempo fatto proprio da un intellettuale che, peraltro, in un altro capitolo del libro racconta della propria siderale distanza dall’ebraismo sia come orizzonte pratico e normativo, sia come abito culturale e di valori, sia come eredità storica e famigliare. Un tempo antinaturalistico, un tempo umano e rivoluzionario che rompe la necessità senza uscita dell’eterno scorrere dell’uguale e inaugura l’epoca della responsabilità, quindi anche della liberazione e della libertà. Aggiungere altro significherebbe soltanto scalfire pagine nitide e pungenti.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 luglio 2017
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Per il secondo anno di fila l’Ugei organizza un Viaggio della Memoria per i giovani ebrei italiani. Dal 29 ottobre al 1° novembre visiteremo Dachau e Monaco, Salisburgo e Mauthausen (qui per ulteriori informazioni e per procedere all’iscrizione). Ma prima di partire, forse, può essere utile riflettere sul significato di questa esperienza. Perché la prassi del Viaggio della Memoria è sempre più diffusa, e non di rado l’impressione è che si trasformi in un pellegrinaggio alla ricerca di una contrizione forzosa e spesso generica, o addirittura nella migrazione vacanziera verso un luogo famoso da visitare: occhiali da sole, foto ricordo e via, il prossimo anno in Thailandia. L’obiettivo non è, credo, andare ad Auschwitz o in un altro campo di concentramento e sterminio per vedere un prato, un bosco di betulle, ruderi, recinzioni, qualche binario. Non è una questione di rigore o rispetto. E’, semplicemente, che questo non è Auschwitz.

Non sto dicendo che il viaggio, questo viaggio, non sia importante, ma solo che la destinazione è un’altra: non una tranquilla località della Slesia a poche decine di chilometri dalla bella Cracovia, ma un luogo molto più vicino e infinitamente più lontano. Visitare Auschwitz è il punto di partenza del viaggio, non l’arrivo. L’arrivo è quello che succedeva ad Auschwitz, quello che noi possiamo fare è conoscerlo un po’ meglio e ricordarlo. Auschwitz non è un prato verde, non tronchi bianchi di betulle luccicanti al sole. E’ destra e sinistra, è la lingua violentata, cani e stivali, urla nella notte, Sonderkommando, cenere, fumo, quell’odore sempre nell’aria, è l’Ulisse di Primo Levi, il dio appeso alla forca di Elie Wiesel, il piccolo Jona che giocando tra mucchi di cadaveri trova quello del padre, milioni di mani, milioni di volti, milioni di nomi. Questa è la meta del viaggio. L’altro, semmai, il punto di partenza.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 luglio 2017
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Da alcuni anni si fa un gran parlare, nelle comunità ebraiche e in Ucei, di come frenare il grande nemico: l’assimilazione dei famigerati “ebrei lontani”. Già l’uso di questa espressione a me sembra una pessima forma con cui porre la questione, distribuendo patenti di lontananza e vicinanza in modo arbitrario e tendenzialmente unidirezionale. Che se ne parli è peraltro fondamentale, anche se l’auspicio è che prima o poi alle parole seguano politiche concrete di ampio respiro. C’è però anche una piccola minoranza di ebrei italiani, molto presente nell’organizzazione e gestione delle comunità e dalla notevole influenza, che è convinta che “pochi ma buoni” sia meglio. E pazienza se con “buoni” costoro intendono nientemeno che se stessi. E pazienza se i pochi sono sempre meno. Ma quello che a me sembra più importante, e che talvolta ancora dimentichiamo, è che a fronte di un abbandono il problema, in fondo, può essere anche di chi va via, ma è soprattutto di chi resta.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 luglio 2017
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Come ha scritto correttamente su questo portale Giorgio Berruto, ci sono fenomeni che sono paragonabili ed altri che sono soltanto comparabili. Mettere sullo stesso piano di paragone l’antisemitismo e l’islamofobia potrebbe essere fuorviante ed errato, da un punto di vista terminologico, ma anche storico e sociologico.
Temere o provare diffidenza nei confronti dell’Islam non equivale sempre e indistintamente ad essere discriminatori o intolleranti nei confronti dei credenti musulmani o della religione islamica, sebbene una parte consistente di coloro che provano questo sentimento il più delle volte, volontariamente o involontariamente, lo sia. Comparare certi atteggiamenti antisemiti con altri islamofobici è invece auspicabile. Il problema è semmai nella sostanza, perché la paura è in sé un sentimento irrazionale rivolto sempre verso qualcosa che non si conosce e comprende pienamente, avvertito come un presunto o ipotetico pericolo. Un distinguo che sovente viene poi trascurato è quello da operare tra Islam – il quale comprende un’infinità di modi di praticarlo, scuole, correnti e fenomeni tra cui il Sufismo, l’Alevismo, l’Ahmadiyya, l’Ibadismo o anche solo la differenza tra Islam rurale/locale e urbano/globale – e l’Islamismo, inteso come un Islam politico e ideologico che quindi eccede dalla sfera privata del singolo credente per assurgere a dottrina totalitaria. In un recente convegno tenutosi a Bari, la filosofa Agnes Heller ha affermato che “L’Islam è una religione, capace di convivere pacificamente con il cristianesimo e l’ebraismo, mentre l’islamismo è un’ideologia totalitaria, al pari del bolscevismo. Quest’ultimo usava Marx come bandiera nello stesso modo in cui, oggi, l’islamismo si serve dell’Islam per diffondersi. Voglio dirlo a chiare lettere: in una società di massa ogni ideologia può divenire totalitaria”.

Francesco Moisés Bassano

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 luglio 2017
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6min490

Giovedì 22 e 29 giugno sono stato invitato, in qualità di rappresentante Ugei e responsabile di Hatikwà, al programma “M”, ideato e diretto su Rai 2 da Michele Santoro, dedicato alla figura di Adolf Hitler. Non mi interessa qui fare un’analisi della trasmissione o dare giudizi complessivi. Poiché mi è stato concesso uno spazio esiguo rispetto a quello che mi era stato assicurato prima della trasmissione, vorrei riprendere e dettagliare un po’ meglio il mio intervento. Dal momento che la parola mi è stata concessa soltanto in conclusione alla seconda puntata, ho pensato a qualcosa capace di riprendere i temi emersi, non sempre in modo lineare, nelle discussioni precedenti; il filo rosso che ha segnato i numerosi contributi, anche se con esiti differenti, consapevolezza variabile e non senza sbandate e provocazioni, sono convinto si possa racchiudere in una domanda: è possibile confrontare la Shoah ad altro?

Credo che, quando si parla di Shoah e di altre grandi tragedie, sia essenziale distinguere tra due azioni dalle implicazioni molto diverse: paragonare e comparare. Paragonare la Shoah ad altro è fuorviante non solo per l’ovvia considerazione che ogni fenomeno storico ha una propria specificità, ma soprattutto perché si è trattato del solo progetto, fino ad oggi, finalizzato a rimappare biologicamente l’umanità attraverso l’esclusione di una porzione di essa, il popolo ebraico, tramite l’assassinio sistematico dei suoi membri. Persino con le altre vittime del nazismo, dagli omosessuali ai rom ai politici, il paragone è impossibile: diverso è il motivo della persecuzione, diverse in buona misura le modalità. La camera a gas è per eccellenza lo strumento del genocidio degli ebrei, di coloro cioè di cui viene negato l’essere, perché a differenza degli altri non sono perseguitati per il colore dei capelli, la lingua parlata, le idee politiche, le abitudini sessuali o le pratiche abitative, ma semplicemente perché sono. Non sono neanche perseguitati, strettamente parlando, ma eliminati. Incenerite le persone, negata la memoria: non solo devono essere uccisi, ma soprattutto non devono essere mai esistiti. Per questo la Shoah non è finita nel 1945 e anche oggi chi nega se ne fa continuatore.

Comparare la Shoah ad altri genocidi, ma anche a politiche di esclusione a noi contemporanee, è invece a mio avviso non solo lecito, ma doveroso. Mentre paragonare comporta la cancellazione delle differenze e dunque delle specificità, comparare significa cercare analogie e somiglianze, ma anche differenze. La Shoah rimane un unicum come laboratorio di distruzione di massa, ma come estremo di una politica di esclusione può e deve essere comparata ad altro. Qualche esempio di politica di esclusione? Ce ne sono moltissimi, a partire dai numerosi genocidi che hanno segnato l’ultimo secolo. Ma l’esclusione è diffusa anche oggi, nel 2017, e non soltanto in seno a regimi illiberali, ma anche molto vicino a noi: esclusione di chi proviene da un altro Paese, esclusione di chi nasce in Italia ma non è considerato cittadino. Anche il pregiudizio razzista è esclusione, come l’islamofobia e naturalmente l’antisemitismo. Proprio dell’antisemitismo abbiamo avuto un saggio nello studio di Santoro, quando la parola è stata concessa a ripetizione a personaggi che si sono fatti portatori delle due radici più significative del fenomeno oggi, quella islamica e quella di destra più o meno estrema, radici peraltro con più punti di contatto di quanto un pensiero conciliante e diffuso vorrebbe supporre.

Comparare, dunque, significa porre in relazione eventi anche molto lontani, per esempio Auschwitz e il genocidio dei tutzi in Ruanda, oppure le aggressioni antisemite all’ordine del giorno oggi in Europa, oppure ancora la situazione dei migranti che arrivano sulle nostre coste. Rifiutarsi di comparare la Shoah ad altro ha conseguenze gravose e nefaste, ed equivale a porla fuori dalla storia, trasformandola in un fenomeno intangibile, male assoluto e ineffabile. In questo modo la Shoah viene spinta nel regno del magico, di ciò che non dipende propriamente dagli uomini. La conseguenza è lo scardinamento del discorso sulla responsabilità di coloro che potevano scegliere diversamente ma non lo hanno fatto per pregiudizio, per conformismo, per paura, ma in ogni caso per scelta. Relegare, anche in buona fede, la Shoah nel dominio del mistero, della “cattiva natura umana”, nel paradiso perduto di un Adamo che ha smarrito se stesso, significa che nessuno è responsabile. Significa anche, allora e oggi, che non siamo liberi.

http://www.serviziopubblico.it/puntate/51079/

L’intervento comincia al minuto 2:12′

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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