giorgio berruto

Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 agosto 2017
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“Doikeyt. Noi stiamo qui ora!” è la parola d’ordine del Bund ed è anche il titolo di un volume fresco di stampa scritto da Massimo Pieri e pubblicato da Mimesis in occasione del centesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. “Doikeyt” indica lo stare qui, la consapevolezza di esserci (in tedesco “Da-keit”, in inglese “hereness”). La consapevolezza, per le masse ebraiche dell’Europa orientale, di essere soggetto, e non più solo oggetto, della grande storia.

L’Unione generale dei lavoratori ebrei di Russia, Polonia e Lituania (Bund), fondata il 7 ottobre 1897 a Vilna, è il primo movimento politico ebraico di massa dell’età contemporanea. L’ottimo libro di Pieri si apre con una sintesi storica della presenza ebraica nell’Impero degli zar da metà Seicento, e si sofferma sull’ultimo ventennio del secolo XIX, quando, dopo un periodo di caute riforme, sotto Alessandro III la situazione degli ebrei peggiora rapidamente. Sono gli anni dei pogrom. A Vilna, la “Gerusalemme dell’Est” centro del socialismo ebraico e di multiformi fermenti intellettuali, viene organizzata dapprima la propaganda tra gruppi ristretti di operai, per poi passare all’edificazione di un seguito proletario di massa tramite l’agitazione. Quello del Bund rimane in ogni caso un socialismo peculiare, perché l’ebraismo è pensato non in termini di fede, ma di nazione, una nazione senza territorio. Come per l’Israele antica, costituita da dodici tribù e da regole comuni che definiscono la collettività, per il Bund il federalismo è un esito naturale. E’ la cultura ebraica, prima ancora di quella socialista, il collante scelto per muovere le masse nella storia; il suo veicolo naturale è la lingua yiddish.

L’idea federalista parte dunque dalla lingua e dalla cultura. E infatti quando nel 1903, al secondo Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR), Lenin impone il centralismo, il Bund si fa da parte. Di fronte alla decisione tra continuare a essere la voce del proletariato ebraico oppure fare parte del POSDR, i rivoluzionari ebrei scelgono la prima. E’ una rottura dolorosa, perché il Bund è l’organizzazione che più di ogni altra aveva lottato per la fondazione di un partito da cui adesso si trova costretto a uscire. Il federalismo del Bund aspira all’unità del fronte socialista, partendo però dalle diversità e senza abdicare ad esse. Il centralismo di Lenin, al contrario, implica e sostiene l’assimilazione, e quello che Lenin e Trockij chiedono al Bund è di rinunciare all’identità ebraica. Il Bund considera invece l’assimilazione un obiettivo non socialista ma reazionario, e ritiene che proprio nella rivendicazione dell’autonomia nazionale risieda un’istanza autenticamente socialdemocratica. La nazione ebraica, inoltre, secondo i bundisti esiste anche se non ha un territorio: è questo un elemento fondamentale, e un motivo in più di scontro con i bolscevichi, che merita di essere approfondito in altra occasione. Per teorici marxisti come Otto Bauer, Kautsky o Lenin, gli unici ebrei buoni sono quelli che non sono più ebrei: “Contro l’assimilazione strepita soltanto chi continui a venerare il ‘passato’ ebraico” (Lenin, p. 156). Per questo il Bund, che rivendicava l’identità ebraica, era accusato di essere reazionario, nazionalista, particolarista.

Bundisti a Odessa durante la rivoluzione del 1905

Dopo l’uscita dal POSDR, il Bund organizza con efficacia sempre maggiore l’autodifesa ebraica durante i pogrom del 1903, che vengono invece minimizzati e di fatto giustificati da chi, come Lenin e Kautsky, vede nella società un’unica, onnicomprensiva contraddizione, quella di classe. I bundisti svolgono poi un ruolo cruciale nel 1905, al tempo della prima rivoluzione, imponendosi come modello di organizzazione e guadagnando enorme influenza tra i milioni di ebrei polacchi. Nel 1906 il Bund rientra nel POSDR, e nel 1917 i bundisti sono presenti nei soviet fino alla Rivoluzione d’Ottobre. Con la presa del potere da parte dei bolscevichi si conclude la parabola del Bund in Russia, mentre la popolazione ebraica si vede costretta a un’alleanza con l’Armata Rossa, l’unica forza in grado di opporsi ai sanguinosi e ripetuti pogrom scatenati dai bianchi durante la guerra civile. In Polonia il Bund rimane egemone tra gli ebrei fino al 1939, quando conta 100.000 iscritti. Negli anni della Shoah guida la resistenza ebraica, ma troppo grande è il divario di forze con gli sterminatori nazisti.

“Doikeyt” è un libro dai molti pregi: molto ben scritto, denso e ricco di dettagli ma sempre estremamente chiaro. La storia che dalle pagine di Pieri prende forma è quella di un’esperienza che ha ancora molto da insegnare. Quella di un’organizzazione ebraica, il Bund, che si oppone sia al centralismo sia all’assimilazione, ed esprime un progetto federalista di integrazione fondato sul mantenimento della diversità e proteso a chiedere il pieno riconoscimento del diritto alla differenza. Da un gruppo di persone che pensavano di poter cambiare qualcosa, o forse molte cose, e si sono messe in gioco per farlo nel proprio contesto di vita, abbiamo certamente tanto da imparare.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 agosto 2017
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Una porzione del pavimento mosaicato della sinagoga di Beit Alpha (Israele), di epoca tardo-romana

Prendiamo gli egizi. Abbiamo l’origine della civiltà egizia, il suo fiorire, poi il culmine, la decadenza, la fine. Oggi, abbiamo il museo egizio. Lo stesso si può dire dei babilonesi, degli assiri, i greci, i persiani…

Ho sentito più di una volta rav Roberto Della Rocca ripetere questa frase e contrapporle il modello dell’ebraismo, la sua storia, la sua civiltà. Certo, anche i regni ebraici antichi sono stati distrutti e sulle mura di Gerusalemme sono state issate nei millenni molte bandiere. E come negare l’esistenza ai nostri giorni anche di musei ebraici? Eppure la differenza rimane abissale, perché un talled esposto in un museo ebraico ha innanzitutto un valore d’uso che è ancora attuale, il copricapo di un dignitario egizio no. Mi piace pensare che gli stessi oggetti nei musei ebraici, selezionati in base a criteri materiali e storici, siano soltanto momentaneamente esposti, e in linea di principio possano tornare a essere utilizzabili: un piatto decorato per Pesach, un talled per la preghiera, un bisturi per la circoncisione. Strumenti d’uso, non intangibili bellezze sotto chiave. Anche altre civiltà, ovviamente, hanno prodotto oggetti con valore d’uso, ma si tratta oggi, e spesso già da secoli e millenni, di manufatti che ci parlano in lingue che non capiamo: possiamo ammirare gli ushebti e i vasi canopi del corredo funebre di un faraone, ma come fare a comprendere fino in fondo il compito che erano chiamati a servire, il loro valore d’uso?

Il Tempio di Era, ad Agrigento

Nel II secolo d.C. Pausania scriveva una delle opere geografiche di riferimento del mondo antico, la “Descrizione della Grecia”. Oltre millesettecento anni più tardi l’antropologo James G. Frazer ripercorse le strade e i sentieri seguiti dal viaggiatore greco, compilando una monumentale opera di commento, poi compendiata nel volume “Sulle tracce di Pausania”, pubblicato in Italia da Adelphi. Frazer dà vita a un incantevole gioco di specchi tra la Grecia in cui viaggia a fine Ottocento e quella di Pausania. Lo può fare perché, anche se con inevitabili differenze, entrambe sono costituite da un paesaggio di rovine. Rovine antiche e bellissime, il cui linguaggio è però dimenticato da millenni persino dagli abitanti del luogo e – direbbe qualcuno – da cui gli dei sono da tempo fuggiti. La Grecia di Pausania e di Frazer si bagna nello stesso mare di Tel Aviv, ma quanto è vasta la distanza tra Atene e quella che Theodor Herzl ha definito Altneuland, terra insieme antica e nuova?

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 agosto 2017
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Jean Améry

Il tempo, è cosa nota, può rimarginare anche le ferite più profonde. Perché lo scorrere del tempo è naturale, e che cos’è la natura se non l’ambiente circostante che continuamente si rinnova, il ciclo della vita, l’erba che cresce, la pioggia che cade? Anche accanto ai crematori di Auschwitz, dove i cadaveri venivano ammassati uno sull’altro a mucchi, oggi cresce l’erba e le foglioline verde opaco delle betulle stormiscono al vento nelle giornate belle d’estate. Eppure “chi perdona si sottomette al senso sociale e biologico – abitualmente definito ‘naturale’ – del tempo”, scrive Jean Améry in “Intellettuale ad Auschwitz”, pubblicato in Italia esattamente 30 anni fa da Bollati Boringhieri. Perciò, secondo lo scrittore nato a Vienna (Hans Mayer il nome all’anagrafe), “il senso naturale del tempo […] ha un carattere non solo extramorale, ma antimorale” (p. 115, ed. 2008). E’ diritto dell’uomo, dunque, non assecondare ogni avvenimento naturale, quindi neanche il rimarginarsi biologico delle ferite provocato dal tempo.

Giovanni Segantini, “Pascoli alpini”

Si tratta di un pensiero agli antipodi di quello espresso in un passo della lunga poesia “O guardador de rebanhos” (“Il guardiano di greggi”), composta in portoghese da Fernando Pessoa sotto le spoglie dell’eteronimo Alberto Caeiro nel 1911-12: “Il ricordo è un tradimento alla Natura / perché la Natura di ieri non è Natura. / Ciò che è stato non è niente, e ricordare è non vedere” (XLIII). Ma proprio perché significa tradire la natura, potrebbe obiettare Jean Améry, ricordare è voler vedere, non cedere al sonno degli anni che trascorrono, all’oblio inesorabile dell’erba che cresce e muore e cresce ancora. Così il sopravvissuto ad Auschwitz leva la sua protesta, la sua rivolta, umana perché libera: “Quel che è stato è stato: questa espressione è tanto vera quanto contraria alla morale e allo spirito. La resistenza morale ha in sé la protesta, la rivolta contro la realtà, che è ragionevole solo fintanto che è morale. L’uomo morale esige la sospensione del tempo”.

Molto si potrebbe aggiungere della profondità ebraica di questo concetto di tempo fatto proprio da un intellettuale che, peraltro, in un altro capitolo del libro racconta della propria siderale distanza dall’ebraismo sia come orizzonte pratico e normativo, sia come abito culturale e di valori, sia come eredità storica e famigliare. Un tempo antinaturalistico, un tempo umano e rivoluzionario che rompe la necessità senza uscita dell’eterno scorrere dell’uguale e inaugura l’epoca della responsabilità, quindi anche della liberazione e della libertà. Aggiungere altro significherebbe soltanto scalfire pagine nitide e pungenti.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 luglio 2017
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Per il secondo anno di fila l’Ugei organizza un Viaggio della Memoria per i giovani ebrei italiani. Dal 29 ottobre al 1° novembre visiteremo Dachau e Monaco, Salisburgo e Mauthausen (qui per ulteriori informazioni e per procedere all’iscrizione). Ma prima di partire, forse, può essere utile riflettere sul significato di questa esperienza. Perché la prassi del Viaggio della Memoria è sempre più diffusa, e non di rado l’impressione è che si trasformi in un pellegrinaggio alla ricerca di una contrizione forzosa e spesso generica, o addirittura nella migrazione vacanziera verso un luogo famoso da visitare: occhiali da sole, foto ricordo e via, il prossimo anno in Thailandia. L’obiettivo non è, credo, andare ad Auschwitz o in un altro campo di concentramento e sterminio per vedere un prato, un bosco di betulle, ruderi, recinzioni, qualche binario. Non è una questione di rigore o rispetto. E’, semplicemente, che questo non è Auschwitz.

Non sto dicendo che il viaggio, questo viaggio, non sia importante, ma solo che la destinazione è un’altra: non una tranquilla località della Slesia a poche decine di chilometri dalla bella Cracovia, ma un luogo molto più vicino e infinitamente più lontano. Visitare Auschwitz è il punto di partenza del viaggio, non l’arrivo. L’arrivo è quello che succedeva ad Auschwitz, quello che noi possiamo fare è conoscerlo un po’ meglio e ricordarlo. Auschwitz non è un prato verde, non tronchi bianchi di betulle luccicanti al sole. E’ destra e sinistra, è la lingua violentata, cani e stivali, urla nella notte, Sonderkommando, cenere, fumo, quell’odore sempre nell’aria, è l’Ulisse di Primo Levi, il dio appeso alla forca di Elie Wiesel, il piccolo Jona che giocando tra mucchi di cadaveri trova quello del padre, milioni di mani, milioni di volti, milioni di nomi. Questa è la meta del viaggio. L’altro, semmai, il punto di partenza.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 luglio 2017
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Da alcuni anni si fa un gran parlare, nelle comunità ebraiche e in Ucei, di come frenare il grande nemico: l’assimilazione dei famigerati “ebrei lontani”. Già l’uso di questa espressione a me sembra una pessima forma con cui porre la questione, distribuendo patenti di lontananza e vicinanza in modo arbitrario e tendenzialmente unidirezionale. Che se ne parli è peraltro fondamentale, anche se l’auspicio è che prima o poi alle parole seguano politiche concrete di ampio respiro. C’è però anche una piccola minoranza di ebrei italiani, molto presente nell’organizzazione e gestione delle comunità e dalla notevole influenza, che è convinta che “pochi ma buoni” sia meglio. E pazienza se con “buoni” costoro intendono nientemeno che se stessi. E pazienza se i pochi sono sempre meno. Ma quello che a me sembra più importante, e che talvolta ancora dimentichiamo, è che a fronte di un abbandono il problema, in fondo, può essere anche di chi va via, ma è soprattutto di chi resta.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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