giorgio berruto

Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 novembre 2017
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“Mio zio David era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva ancora europeo, a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi, slovacchi. Gli unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei. Mio padre diceva sempre: in Cecoslovacchia vivono tre nazionalità: cechi, slovacchi e cecoslovacchi, cioè gli ebrei. In Iugoslavia ci sono i serbi, i croati, gli sloveni e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di iugoslavi smaccati, e persino con Stalin ci sono russi e ucraini e uzbeki e ceceni e tatari, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico” (Amos Oz, “Una storia di amore e di tenebra”, Feltrinelli, ed. 2005 p. 86).

In tutta onestà sono convinto che gli anni trenta, oggi, non siano tornati, nonostante il risorgere diffuso di tensioni nazionaliste, localiste, particolariste, in buona misura frutti troppo maturi del risveglio delle identità. Un risorgere che ha evidentemente un legame con la diffusione sul Continente di razzismo, intolleranza e odio per il diverso e lo straniero, quel fascismo che non era morto, ma che oggi come mai prima dal 1945 rivendica se stesso e la propria storia e, come sempre in simili circostanze, l’antisemitismo, mostro proteiforme sempre pronto a riaffiorare dagli abissi marini.

Dell’Europa sull’orlo della disgregazione è paradigma l’Austria degli Asburgo, l’impero sovranazionale incastonato in uno spazio fuori dal tempo da tanti narratori, poeti e intellettuali ebrei. Sembra, oggi, di assistere al declino dell’idea di Europa, una decadenza che può durare decenni, come quella dell’impero di Francesco Giuseppe, finché un giorno ci si accorgerà che i giochi sono fatti e il mondo, quel mondo in cui ci si illudeva di vivere, è già finito da tempo. È forse una prospettiva eccessivamente pessimistica, eppure ci riguarda da vicino, come ebrei cittadini per eccellenza dell’Europa senza frontiere. Torna allora alla mente il dramma “3 novembre 1918”, in cui Franz Theodor Csokor tratteggia la dissoluzione babelica dell’impero asburgico. Al funerale del colonnello – epitome del funerale di Francesco Giuseppe e dell’Impero – gli ufficiali ungheresi, sloveni, cechi, polacchi e italiani gettano ciascuno una manciata di terra a nome della propria piccola, nuovissima Patria. L’unico che getta la sua alle parole “terra dell’Austria” è il dottor Grün, ebreo: l’unico a rimanere asburgico dopo gli Asburgo. Europeo dopo l’Europa, forse. L’orfano dell’impero smembrato – del Continente disunito –, e loro erede, l’unico che ha perso un Paese senza per questo averne ottenuto un altro.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 novembre 2017
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Napoli, Roma, Genova, Milano e Torino. Sono le cinque città in cui l’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia (Ugei) nel corso di quest’anno ha organizzato eventi di tre giorni, dal venerdì alla domenica. In una parola: shabbatonim. Napoli a fine febbraio, Roma per Lag Ba’omer a maggio, Genova in occasione della Giornata europea della cultura ebraica, a settembre. A cui aggiungere la quattro giorni di Irua in Toscana, un progetto realizzato grazie all’organizzazione Ucei, il Viaggio della Memoria a Dachau e Mauthausen che si è concluso ieri, la costante attività del nostro organo Hatikwà, “un giornale aperto al confronto delle idee”, e molto altro.

Saremo a Milano dal 17 al 19 novembre, e le iscrizioni per chi viene da fuori sono ancora aperte (ma i posti sono molto limitati!) al costo eccezionale di 30 euro. Sabato sera si prevede festa grande in modalità Silent Disco. Il congresso annuale Ugei, invece, si svolgerà a Torino nei giorni di Chanukkà, dal 15 al 17 dicembre. Anche in questo caso non mancheranno i momenti di svago, ma sarà soprattutto l’occasione per un confronto su quanto fatto quest’anno e ci sarà ampio spazio per dibattito e proposte nuove, oltre che per il rinnovo delle cariche esecutive. Anche per il congresso le iscrizioni sono aperte, noi stiamo definendo gli ultimi dettagli e l’entusiasmo è alto. Infine una nota personale. E’ un piacere e una soddisfazione che la città in cui si svolgerà il congresso sia Torino, che per me è un po’ come uno shtetl, la comunità in cui da poco più di tre anni mi sento a casa pur provenendo da un’altra regione. E allora non posso non pensare a numerose persone che conosco, e anche a me stesso, che fino a pochi anni fa degli eventi Ugei non volevano saperne, e infatti non ne sapevano nulla. Poi hanno provato. E, molto spesso, non hanno più smesso.

Leggi i dettagli e iscriviti subito!
Milano
Torino

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 novembre 2017
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Tutti gli anni, all’inizio di novembre, a Torino viene organizzata una serata in ricordo di Yitzhak Rabin, lo statista israeliano assassinato da Ygal Amir, ebreo, il 4 novembre 1995. In molte comunità ebraiche di tutto il mondo, e naturalmente anche in Israele, si svolgono momenti di ricordo analoghi. Perché, a distanza di oltre venti anni, continuare a dedicare questo spazio alla figura di Rabin? La domanda non è retorica: al contrario, viene posta sempre più frequentemente, soprattutto in Israele, non senza intenti polemici e strumentalizzazioni. Una prima risposta, come ha scritto Simone Disegni su HaKehillah, è che la figura di Rabin è quella del combattente per la difesa di Israele e del sognatore di una pace possibile, di un uomo straordinariamente realista e di chi è convinto che ci sia un tempo, un tempo giusto, per ogni cosa.

Ma c’è di più, perché ricordare Rabin non basta. Dobbiamo ricordare anche il suo assassino, il suo assassino ebreo. Dobbiamo mostrare, dobbiamo guardare tutti gli anni le immagini che precedettero il 4 novembre. Le manifestazioni di decine di migliaia di persone, non solo ebrei residenti nei territori oltre la Linea verde, in cui sventolavano insieme bandiere del Likud e dei gruppi extraparlamentari della destra estremista e violenta, cartelli mostravano Rabin con la divisa di Eichmann e la croce uncinata al braccio o la kefiah dei terroristi palestinesi, venivano gridati slogan contro i “traditori di Oslo”, gli “ebrei che odiano se stessi”, il “governo antisionista”. E poi striscioni di “morte ai traditori” e roghi di fotografie di Rabin al grido “con il sangue e con il fuoco cacceremo Rabin”. A pochi passi, tra gli altri, Benjamin Netanyahu, il politico che più di tutti seppe cavalcare la protesta, non disse una parola contro le violenze che cominciavano a diffondersi, ma anzi ne fu corresponsabile, incitando a “difendere Gerusalemme unita” di fronte a chi letteralmente dipingeva il primo ministro laburista come uno degli assassini di Auschwitz. L’uccisione di colui che tanto aveva fatto in direzione di una pace difficile ma possibile da parte di un altro ebreo è simbolo della fine dell’età dell’innocenza per Israele.

E’ importante, credo, ricordare questo, e insieme ricordare la manifestazione per la pace voluta da Rabin, che ebbe partecipazione molto superiore, e al termine della quale Ygal Amir sparò. Non è importante ripetere e ricordare per non dimenticare una tragedia del passato, ma per un altro motivo, molto più semplice e evidente: perché ci riguarda, ci riguarda da vicino oggi più che mai. Ci riguarda perché la tomba di Rabin, sul monte Herzl a Gerusalemme, vicino a quelle dei fondatori e dei soldati caduti in difesa dello Stato, è l’unica sorvegliata da telecamere, poiché è stata vandalizzata più volte da estremisti ebrei. Ci riguarda perché i responsabili del clima di violenza e odio che nel 1995 ha armato la mano dell’assassino sono gli stessi che ancora oggi diffondono odio: medesimi gli ambienti, medesime spesso anche le persone. Ci riguarda perché è fortissima la voglia, da parte di una certa Israele, di dimenticare Rabin, perché nel 2016 le stesse manifestazioni che si sono tenute nello Stato ebraico sono state ridotte e sotto tono, l’evento più partecipato e sentito, in piazza Rabin a Tel Aviv, è quasi saltato per “mancanza di fondi” ed è stato organizzato in extremis solo per iniziativa del Partito laburista. Il rischio è che questi momenti siano sempre più isolati, fugaci, insignificanti. Nasce perciò un’altra domanda: come fare per evitare che il ricordo e l’insegnamento si trasformino in cerimonia?

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 ottobre 2017
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Il rifiuto del territorialismo è una cifra essenziale del Bund, l’Unione generale dei lavoratori ebrei di Russia, Polonia e Lituania di cui ha recentemente ricostruito la vicenda Massimo Pieri. Secondo i bolscevichi, con cui i bundisti vanno presto allo scontro, un territorio è indispensabile perché una comunità umana possa essere considerata gruppo a sé, e le venga dunque riconosciuto il diritto all’autodeterminazione. Si tratta, però, di una posizione difficile da accettare per gli ebrei, e dunque anche per gli ebrei socialisti rivoluzionari del Bund, che si considerano popolo nonostante la dispersione.

Non sarà forse il caso di considerare il popolo ebraico come un gruppo di individui legati primariamente non da un territorio (nessuno, neppure la Terra di Israele, che pure ha un significato peculiare ed essenziale) e tantomeno da una credenza, ma dal riconoscimento della centralità di una legge comune? E la comunità, di conseguenza, come una rete di molecole che si legano non a partire da un territorio ma da una legge, quella legge che non a caso la tradizione fa nascere durante il lento incedere durato quarant’anni nel deserto: spazio senza confini, terra senza territorio, superficie illimitata e indivisibile? Per la legge ebraica, legge del deserto, gli uomini non possono fare della terra un possesso perenne. La terra, per chiosare un titolo celebre di Abraham J. Heschel, è del Signore.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 ottobre 2017
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“Unter dayne vaise shtern / shtrek zu mir dayn vaise hant. / Mayne verter zenen trern, / vien ruen in dayn hant” (Sotto la tua bianca stella porgimi la mano bianca. Sono lacrime le mie parole, falle riposare nella tua mano) è l’esordio di una delle più belle canzoni composte durante la Shoah, per la precisione nel ghetto di Vilna nell’inverno del 1943. E’ a questi versi che penso dopo aver terminato la lettura di “Sotto una stella crudele. Una vita a Praga, 1941-1968”, il libro delle memorie di Heda Margolius Kovály fresco di pubblicazione in Italia per i tipi di Adelphi: non solo per il riferimento all’astro, ma anche perché le sue parole, le parole scritte da Heda, risplendono di una luce notturna, attutita da uno stile sobrio, pulito e incisivo.

Heda Bloch, come numerosi ebrei dell’Europa centrale e orientale, è stata investita dalla violenza dei due grandi regimi totalitari del Novecento, gli stessi a partire dai quali si sviluppa un altro libro straordinario, “Vita e destino”, di un altro scrittore ebreo, Vassilij Grossman.

Heda racconta di Auschwitz e della fuga durante la marcia forzata verso Bergen Belsen, poi del ritorno nella sua Praga durante gli ultimi mesi di guerra. “Fino a quel momento avevo dovuto affrontare solo il sistema di polizia di un regime fascista. Ora mi toccava fare i conti con un nemico peggiore: la paura e l’indifferenza degli uomini”. Cerca aiuto presso i vecchi amici, ma la paura attanaglia i cuori. “Volevo sopravvivere, ma a quel prezzo la vita era troppo cara. Ancora un po’ e nel mio mondo non sarebbe rimasto più nessuno. Avrei perso quello che neppure i campi e la guerra erano riusciti a portarmi via”. Termina finalmente la guerra, il futuro irrompe nella vita dei superstiti. Heda sposa Rudolf Margolius, anch’egli sopravvissuto alla Shoah, e si avvicina al comunismo, partecipando a quella breve stagione in cui molti pensavano che le idee potessero seppellire le bruttezze della storia. Non manca, però, lo spazio per l’ironia nei confronti di quei “teologi in tuta”, come scriverebbe Eugenio Montale, che con il marxismo cercano di dare una spiegazione completa del reale: “Perché scoppiano le guerre? Vedi da pagina 45 a pagina 47! Cosa provoca le crisi economiche? Vedi a pagina 66!”

Gli anni dell’illusione finiscono presto e lasciano il posto alle schiere dei collaborazionisti, dei truffatori, dei burocrati corrotti. “Molti mentivano nella speranza di venire ricompensati della loro lealtà, ma alcuni mentivano perché credevano, malgrado la loro esperienza, che la vittoria della classe operaia fosse il bene supremo, un fine che santificava ogni mezzo”. Passano gli anni, Margolius diventa viceministro e ha ancora fiducia, nonostante tutto, nell’ideale che è chiamato a rappresentare. Fino a quando nel 1952 scoppia l’offensiva antisemita voluta da Stalin e bloccata, nel marzo 1953, soltanto dalla morte del dittatore. In Cecoslovacchia è il momento del caso Slánsky, il momento più buio degli anni del regime. Dei quattordici imputati del processo Slánsky, di undici viene messo ben in risalto un aspetto: “di origine ebraica”. “Uno dei nomi della lista era Rudolf Margolius. Rudolf Margolius, di origine ebraica”, accusato di tradimento e, come “nemico del popolo”, condannato all’impiccagione. La vita di Heda precipita in un vortice nero. E’ privata di tutto: del marito e del padre del figlio Ivan, della rispettabilità, del lavoro, della salute e della possibilità di curarsi, dell’istruzione di Ivan, della casa e dei beni. E, non ultimo, della fiducia nella giustizia. Soltanto dieci anni più tardi cinici e freddi burocrati le comunicheranno la riabilitazione del marito.

Eppure le ondate di illusione e delusione non sono ancora finite. Nel 1968 fiorisce la “breve ma indimenticabile rinascita che divenne nota come la Primavera di Praga”. “Mi accorsi per la prima volta della spontanea solidarietà degli onesti, che stava crescendo e raggiunse il culmine quando i russi invasero la Cecoslovacchia”. Heda sceglierà l’esilio ma qui, nella piazza Venceslao drappeggiata di bandiere cecoslovacche in cui entrano i carri armati sovietici, c’è ancora spazio per pensare al futuro. “In piedi tra la folla, sentii che quello era il momento supremo della nostra vita. Nella notte dell’invasione, quando perdemmo tutto, trovammo qualcosa che nel nostro mondo non si osava neppure sognare: noi stessi e gli altri. In tutti quei volti, in tutti quegli occhi, vidi che pensavamo e sentivamo le stesse cose, che lottavamo per gli stessi obiettivi”. Parole come lacrime, sotto la bianca stella della speranza che non finisce, non finisce mai.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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