giorgio berruto

Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 dicembre 2017
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Il mito di Europa raffigurato su un cratere rinvenuto a Paestum

Leggere Grandangolo, il romanzo di esordio di Simone Somekh già recensito da più voci su queste colonne, mi ha regalato alcuni notevoli spunti. Tra questi, uno ha a che vedere con la vicenda complessiva descritta nel libro e vissuta dal protagonista Ezra Kramer: il viaggio. In Grandangolo il viaggio non è tanto un desiderio, un obiettivo da soddisfare, o meglio: è anche ma non soltanto questo. Il viaggio è la condizione in cui Ezra è calato e sono convinto che questo aspetto sia determinante nel rendere il libro attuale e vivo, perché è in qualche modo la condizione in cui ci troviamo noi tutti oggi. C’è un genere di viaggio che ai nostri giorni è molto diffuso, quello del turismo transcontinentale low cost, con il suo apparato di occhiali da sole e foto ricordo, in grado di azzerare la distanza tra un tempio buddista tailandese, un vulcano andino e persino la cancellata di Auschwitz. Nulla di male in tutto questo, almeno fino a un certo punto, ma non è questo il viaggio come condizione in cui si vive a cui penso leggendo il libro. Penso, invece, alla mobilità complessiva che definisce il mondo che ci circonda oggi: mobilità di persone, di merci, di informazioni. Che questa sia la realtà della nostra epoca, d’altra parte, è confermato indirettamente dai suoi stessi detrattori, che auspicano antistoricamente un ritorno alle vecchie dogane proprio perché riconoscono che la mobilità è una condizione centrale nel mondo di oggi, anche se la avvertono non come potenzialità ma come problema.

Più di ogni altra regione, l’Europa, per secoli terra d’elezione di feudi e barriere, principati, trincee e guerre per spostare confini, è percorsa come mai prima da viaggiatori. Molti sono coloro che si spostano per studio, per lavoro, per desiderio di esperienze nuove, e molti sono anche i nuovi venuti che varcano il Mediterraneo in fuga da condizioni che difficilmente riusciamo a immaginare fino in fondo. Questi ultimi compiono lo stesso percorso di Europa, figlia di Agenore re di Tiro, in Fenicia, quando Zeus sotto le sembianze di un toro la rapì e la condusse fino a Creta, come racconta Ovidio nelle “Metamorfosi”. La bella Europa, dunque, viaggia e approda su un’isola nel cuore del Mediterraneo, un lembo di terra di passaggio e di incontro. Intorno, le acque che allungandosi da Gibilterra al faro di Yafo, dal Sahara al mar Nero, stringono in un abbraccio unico popoli e terre.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 dicembre 2017
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Mi capita abbastanza spesso di leggere su Facebook commenti più o meno critici a queste mie brevi riflessioni su Moked e Hatikwà. Talvolta mi vengono suggeriti spunti interessanti o mostrate possibili integrazioni a quello che ho scritto. Capita anche di leggere commenti volgari, insulti e piccoli tentativi di scatenare cacce alle streghe virtuali. Non voglio in questo spazio entrare nel merito di quel fenomeno, dal quale il mondo ebraico italiano purtroppo non esula, noto come “demenza digitale”: altri lo hanno fatto e lo fanno molto meglio di come potrei farlo io.

Vorrei invece soffermarmi su un commento di un lettore al mio articolo della settimana scorsa in cui citavo una frase dello storico dell’arte ebreo Erwin Panofsky a proposito della “Melancolia I” di Albrecht Dürer. La citazione, peraltro, era funzionale a introdurre il discorso, che si concentrava intorno alla risolubilità di problemi, e in particolare della questione israelo-arabo-palestinese. Il lettore mi faceva notare, non senza una vena polemica, come sarebbe stato più opportuno che mi concentrassi su fonti della tradizione ebraica anziché scrivere di Dürer.

Queste parole mi hanno fatto riflettere, perché sono convinto che la capacità e il desiderio di confrontarsi (anche) con fonti non ebraiche sia sintomo di forza identitaria, e non di debolezza. Viceversa, temo il rifugio nell’identitarismo, che dell’identità è semplificazione, deformazione e in ultimo caricatura. L’invito ad approfondire è sempre naturalmente ben accetto, quindi anche non problematico; quello che trovo invece singolare nella posizione del mio interlocutore è la palese opposizione dei due ambiti, fonti e commenti della tradizione ebraica/altro: una opposizione di legittimità assai dubbia, o come minimo tutta da dimostrare.

Immagino che la posizione di chi vede negativamente che su un organo ebraico si scriva di, o anche solo si citi, uno dei massimi artisti del Rinascimento, debba molto alla paura dell’assimilazione. Paura peraltro più che comprensibile per chi, come gli ebrei italiani, vive da minoranza in una società non ebraica ed è influenzato da un flusso continuo di stimoli centrifughi. Credo però che il ripiegamento su di sé, sottraendosi al confronto con altre fonti e tradizioni, possa condurre a un impoverimento e, in casi estremi eppure presenti anche in Italia, a una vera e propria iconoclastia antintellettualistica. E il giorno in cui la paura dell’assimilazione venisse meno, ci si potrebbe forse rendere conto che non basta, nel mondo di oggi, per forgiare un’identità. Un’alternativa valida a un simile scenario è quella riassunta da un proverbio del Québec, secondo cui i genitori possono dare due cose ai figli: le radici e le ali. Il vigore delle ali dipende dalla profondità delle radici, la robustezza di queste trova piena espressione nel volo di quelle.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 novembre 2017
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Il “Sistema periodico” è il risultato della raccolta di racconti molto diversi, scritti da Primo Levi in periodi diversi e pensati, in alcuni casi, nel corso di decenni. Levi ha cercato a lungo un principio unificatore, una struttura attorno a cui riunire i contributi che vanno, nell’ordine delle pagine infine adottato, dagli antenati ebrei piemontesi di “Argon”, una costellazione di personaggi “nobili e inerti”, allo straordinario viaggio di un atomo di carbonio che è una riflessione sulla vita e il suo rigenerarsi perpetuo, “storia del tutto arbitraria” e “tuttavia vera”, ma anche sui mestieri di chimico e di scrittore. Il “Sistema periodico” e la scrittura di Levi sono stati al centro del convegno “Cucire parole, cucire molecole” che ieri e oggi si è svolto a Torino, organizzato dall’Accademia delle Scienze e dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi. Tra i relatori, Robert Gordon, Gian Luigi Beccaria, Martina Mengoni e Luigi Cerruti.

La chimica è magia e la sua pratica quotidiana, tra alambicchi e vernici, apre al senso della meraviglia scientifica. E’ una ricerca per “dragare il ventre del mistero con le nostre forze”, perché “tutto intorno a noi era mistero che premeva per svelarsi”, scrive Levi nel racconto “Idrogeno”. E ancora, altrove: “Per me la chimica rappresentava una nuvola indefinita di potenze future”.

Ma è anche e soprattutto nel momento della scrittura che Primo Levi è chimico. Levi scrive con chiarezza estrema, soppesando elementi e assemblando molecole. Il risultato è una esemplare limpidezza, lontana dagli espressionismi plurilinguistici di Gadda, altro scrittore scienziato. Primo Levi, secondo la mia opinione di lettore appassionato ma non specialista, dimostra che quello della scrittura è un alacre lavoro di laboratorio, non colpo di genio isolato ma impegno di lunga durata, limatura e progressivo perfezionamento. Non perché non ci sia anche il genio, ma perché questo è precondizione, non causa della grandezza. Primo Levi va spesso alla ricerca delle parole e attinge, per esempio, da parlate locali e dal giudaico piemontese. La chimica stimola la vitalità della scrittura, è ricerca di combinazioni linguistiche nuove. Levi è filologo ricco di acume quando va alla radice di modi di dire e espressioni popolari, o compie digressioni sul significato delle parole. Nel “Canto di Ulisse” di “Se questo è un uomo” scrive: “Ma misi me per l’alto mare… Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché ‘misi me’ non è ‘je me mis’, è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là della barriera”. Oppure nella “Chiave a stella”, leggendo il quale sembra di entrare in officina, con quella lingua ricca di metafore aziendali e di fabbrica.

L’opera del chimico scrittore si fa forte di sobrio rigore e periodare terso, una lingua florida e parole che vengono accuratamente pesate. Nessuna concessione effimera al “bello scrivere”: il risultato sgorga naturalmente dal lungo e difficile lavoro, “un trapasso dall’oscuro al chiaro” secondo Levi, come emergono naturalmente dal marmo le figure di Michelangelo. Limare e fresare parole e frasi, come eliminare i frammenti superflui di marmo, significa applicare un principio di economia e tendere all’eleganza. “Concentrare, cristallizzare, asciugare alla pompa, lavare e ricristallizzare”: è la preparazione del solfato di zinco descritta nel racconto “Zinco”, ma può indicare anche il mestiere di scrittore di Primo Levi.

Elementi, vernici e materiali, inoltre, sono protagonisti con caratteri umani, e lo scrittore, come un alchimista, percepisce significati umani nella materia. E’, in fondo, nient’altro che la chimica: materia viva, metamorfosi, trasformazione. “Pensare con le mani e con tutto il corpo”, come spiega Faussone nella “Chiave a stella”. Cucire parole, cucire molecole.

Nell’opera di Primo Levi in generale e nel “Sistema periodico” in particolare è evidente, come già notava Calvino, il tentativo di saldare la cultura umanistica e quella scientifica, ricomponendo una frattura che nella cultura italiana è particolarmente lacerante e che con il tempo, purtroppo, non accenna a diminuire. “Perché Primo Levi scrive, visto che fa il chimico?”, potrebbe allora chiedere qualcuno. Bisognerà allora prendere la parola e raccontare che il “Sistema periodico” – “il miglior libro di scienza mai scritto” secondo il “Guardian” – narra la storia della chimica, cioè della vita. Per farlo, si può cominciare da un minuscolo atomo di carbonio.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 novembre 2017
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“Mio zio David era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva ancora europeo, a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi, slovacchi. Gli unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei. Mio padre diceva sempre: in Cecoslovacchia vivono tre nazionalità: cechi, slovacchi e cecoslovacchi, cioè gli ebrei. In Iugoslavia ci sono i serbi, i croati, gli sloveni e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di iugoslavi smaccati, e persino con Stalin ci sono russi e ucraini e uzbeki e ceceni e tatari, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico” (Amos Oz, “Una storia di amore e di tenebra”, Feltrinelli, ed. 2005 p. 86).

In tutta onestà sono convinto che gli anni trenta, oggi, non siano tornati, nonostante il risorgere diffuso di tensioni nazionaliste, localiste, particolariste, in buona misura frutti troppo maturi del risveglio delle identità. Un risorgere che ha evidentemente un legame con la diffusione sul Continente di razzismo, intolleranza e odio per il diverso e lo straniero, quel fascismo che non era morto, ma che oggi come mai prima dal 1945 rivendica se stesso e la propria storia e, come sempre in simili circostanze, l’antisemitismo, mostro proteiforme sempre pronto a riaffiorare dagli abissi marini.

Dell’Europa sull’orlo della disgregazione è paradigma l’Austria degli Asburgo, l’impero sovranazionale incastonato in uno spazio fuori dal tempo da tanti narratori, poeti e intellettuali ebrei. Sembra, oggi, di assistere al declino dell’idea di Europa, una decadenza che può durare decenni, come quella dell’impero di Francesco Giuseppe, finché un giorno ci si accorgerà che i giochi sono fatti e il mondo, quel mondo in cui ci si illudeva di vivere, è già finito da tempo. È forse una prospettiva eccessivamente pessimistica, eppure ci riguarda da vicino, come ebrei cittadini per eccellenza dell’Europa senza frontiere. Torna allora alla mente il dramma “3 novembre 1918”, in cui Franz Theodor Csokor tratteggia la dissoluzione babelica dell’impero asburgico. Al funerale del colonnello – epitome del funerale di Francesco Giuseppe e dell’Impero – gli ufficiali ungheresi, sloveni, cechi, polacchi e italiani gettano ciascuno una manciata di terra a nome della propria piccola, nuovissima Patria. L’unico che getta la sua alle parole “terra dell’Austria” è il dottor Grün, ebreo: l’unico a rimanere asburgico dopo gli Asburgo. Europeo dopo l’Europa, forse. L’orfano dell’impero smembrato – del Continente disunito –, e loro erede, l’unico che ha perso un Paese senza per questo averne ottenuto un altro.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 novembre 2017
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Napoli, Roma, Genova, Milano e Torino. Sono le cinque città in cui l’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia (Ugei) nel corso di quest’anno ha organizzato eventi di tre giorni, dal venerdì alla domenica. In una parola: shabbatonim. Napoli a fine febbraio, Roma per Lag Ba’omer a maggio, Genova in occasione della Giornata europea della cultura ebraica, a settembre. A cui aggiungere la quattro giorni di Irua in Toscana, un progetto realizzato grazie all’organizzazione Ucei, il Viaggio della Memoria a Dachau e Mauthausen che si è concluso ieri, la costante attività del nostro organo Hatikwà, “un giornale aperto al confronto delle idee”, e molto altro.

Saremo a Milano dal 17 al 19 novembre, e le iscrizioni per chi viene da fuori sono ancora aperte (ma i posti sono molto limitati!) al costo eccezionale di 30 euro. Sabato sera si prevede festa grande in modalità Silent Disco. Il congresso annuale Ugei, invece, si svolgerà a Torino nei giorni di Chanukkà, dal 15 al 17 dicembre. Anche in questo caso non mancheranno i momenti di svago, ma sarà soprattutto l’occasione per un confronto su quanto fatto quest’anno e ci sarà ampio spazio per dibattito e proposte nuove, oltre che per il rinnovo delle cariche esecutive. Anche per il congresso le iscrizioni sono aperte, noi stiamo definendo gli ultimi dettagli e l’entusiasmo è alto. Infine una nota personale. E’ un piacere e una soddisfazione che la città in cui si svolgerà il congresso sia Torino, che per me è un po’ come uno shtetl, la comunità in cui da poco più di tre anni mi sento a casa pur provenendo da un’altra regione. E allora non posso non pensare a numerose persone che conosco, e anche a me stesso, che fino a pochi anni fa degli eventi Ugei non volevano saperne, e infatti non ne sapevano nulla. Poi hanno provato. E, molto spesso, non hanno più smesso.

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Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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