giorgio berruto

Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 gennaio 2018
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“La verità del male. Eichmann prima di Gerusalemme” (Luiss University Press), la ricerca di Bettina Stangneth che ribalta la celebre tesi di Hannah Arendt sulla “banalità del male”, non è libro che possa essere facilmente ignorato. Innanzitutto per la mole, frutto di un notevole lavoro di documentazione, e che a prima vista potrebbe spaventare. In realtà il libro si sviluppa come un giallo, seguendo passo dopo passo i movimenti di Adolf Eichmann durante i quindici anni che vanno dalla disfatta della Germania alla cattura in Argentina e al successivo processo a Gerusalemme.

Mentre Hannah Arendt ha sostanzialmente ignorato gli anni argentini di Eichmann, fondando invece la propria tesi quasi esclusivamente sugli atti del processo e sulle impressioni ricavate durante il suo svolgimento in Israele, Bettina Stangneth ricostruisce gli anni cruciali che hanno preceduto la cattura. In questo periodo Eichmann è parte della fitta rete di sostegno e aiuto reciproco tessuta dai nazisti in Sud America, incontra spesso numerosi camerati e non considera affatto concluso il progetto che ha condotto allo sterminio di due terzi degli ebrei europei solo pochi anni prima. Al contrario, lamenta di non essere riuscito a fare abbastanza per “sterminare il nemico”: “avrei potuto fare di più e avrei dovuto fare di più”, sostiene (p. 350), e “annuncia il suo sogno di una grande alleanza tra nazisti e arabi”, che peraltro aveva già visto cominciare a realizzarsi a suo tempo a Berlino con la presenza del Gran Mufti Amin al-Husseini e la cooperazione di quest’ultimo con l’RSHA, la più importante sezione delle SS (p. 462). Per l’Eichmann argentino è Israele ormai il grande nemico, e non era certo un ex nazista allevatore di polli (attività che effettivamente svolse con un certo successo) quello che con atipica partecipazione emotiva nel 1956 prende le parti degli egiziani durante la crisi di Suez: “Veicoli corazzati israeliani si fanno strada nel Sinai mettendolo a ferro e fuoco, mentre l’aviazione israeliana riversa bombe sulle cittadine e sui villaggi egiziani […] Chi sono gli aggressori qui? Chi i criminali di guerra?” (p. 261). A dettare queste parole, ancora una volta, una militanza antisemita che non è mai venuta meno. È d’altronde evidente che senza l’intervento dello Stato di Israele il processo sarebbe stato non realisticamente pensabile, e Eichmann avrebbe continuato a vivere tranquillamente in Argentina.

Una tela di Lucio Fontana

Negli anni in Sud America Eichmann non conduce una vita riservata, come invece per esempio Mengele, che infatti morirà anziano nel 1979, ma anzi pecca di imprudenza. Eichmann lascia infatti una notevole mole di appunti, le “Carte argentine”, e si lascia intervistare nel 1957 da un giornalista olandese nazista. In questi colloqui, denominati “Interviste di Sassen”, Eichmann descrive apertamente la propria vecchia attività, e soprattutto dalla loro analisi emerge il lavoro di ricerca di cui il volume rende conto.

Quando viene divulgata la notizia del rapimento di Eichmann, il panico si diffonde presso camerati e nazisti più o meno pentiti in tutto il mondo. Sono in molti, anche nell’establishment della Germania federale, a temere quello che Eichmann potrebbe dire. In realtà la lealtà del criminale nazista nei confronti delle proprie idee e dei camerati non viene meno neanche a Gerusalemme. Qui, sotto gli occhi di Hannah Arendt e del mondo intero, Eichmann sostiene a proposito dello sterminio degli ebrei: “Lo sapevo, ma non potevo farci nulla”, e si definisce un “uomo di vedute limitate” che “non andava oltre le sue competenze” (p. 418). Un uomo grigio, banale insomma come il male di cui sarebbe stato artefice. Per mettere seriamente in discussione questa lettura, ecco riaffiorare i documenti degli anni argentini, a dimostrare quanto il criminale a Gerusalemme abbia scelto un cambio di ruolo e anche, in fondo, la sua insincerità.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 gennaio 2018
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Il rinnovamento annuale del consiglio Ugei, che avviene di prassi alla fine dell’anno solare, in modo da consentire ai neoeletti di diventare operativi il 1° gennaio, è sempre un momento importante per l’unione giovanile ebraica. Per vari motivi, ma in primo luogo perché il cambiamento porta quasi sempre una ventata di entusiasmo, di voglia di fare proseguendo e migliorando l’operato del consiglio uscente. In questo momento vorrei sottolineare due scelte di impostazione, una del nuovo consiglio e una di quello in scadenza, che mi auguro possano costituire assi portanti per il lavoro dell’anno che viene, e contribuire a mantenere l’entusiasmo iniziale per i prossimi dodici mesi.

I neoeletti hanno scelto di diffondere online, cioè di rendere concretamente raggiungibile agli ugeini e non solo di pubblicare, il verbale dettagliato della prima riunione. Sono numerosi i progetti e le iniziative che compaiono e a fianco di ciascuno è evidenziato il nome del responsabile che si occuperà di seguirlo. È una scelta di pubblicità, perché facilita la discussione con la base, e di responsabilità, perché qualora ci sia qualcuno che non dia un seguito all’impegno preso, annoso e costante problema di ogni team reclutato su base volontaria, potrà essere messo a fronte delle proprie responsabilità senza possibilità di fraintendimenti. Sono certo che questa scelta sia programmatica, e che sia pensata per favorire quel lavoro di squadra che, come sa chiunque si sia impegnato in analoghi contesti ebraici, è reso particolarmente complesso dall’eterogeneità delle idee, dei riferimenti culturali, e soprattutto degli atteggiamenti.

Il secondo motivo di fondo che credo possa portare buoni frutti è ovvio apparentemente, ma non di fatto. Si tratta della disponibilità dei consiglieri uscenti a collaborare con i nuovi responsabili non solo nella fase del passaggio di consegne, come è dovuto, ma soprattutto in modo continuativo durante tutto il nuovo corso. Purtroppo spesso, in anni recenti, questo non si è verificato, contribuendo a provocare un continuo rinnovamento che si è però anche tradotto nell’abbandono dell’Ugei da parte di chi apparteneva alle fasce più alte di età. Capisco e condivido la stanchezza di chi, giunto a fine mandato, sente di aver speso molte energie, credo però che la sostanziale sparizione dagli orizzonti Ugei di non pochi consiglieri, e addirittura di alcuni presidenti, degli scorsi anni sia stato un problema grave per l’intera unione. Non vogliamo sia così quest’anno, mi fa dunque particolarmente piacere vedere fin da ora la disponibilità di chi è stato in consiglio negli ultimi due anni indirizzarsi verso progetti vecchi e nuovi: diverso il ruolo, non l’energia e l’entusiasmo.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 gennaio 2018
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A gennaio 2018, come prevede lo statuto, terminerò il mandato insieme agli altri consiglieri UGEI 2017. Non voglio farlo senza prima aver espresso qualche pensiero personale su quella che è stata la mia esperienza.

Sono entrato nel Consiglio UGEI nel 2016, un Consiglio rinnovato del 100% rispetto al precedente, ritrovandomi inaspettatamente presidente. Forse perché non ero pronto, forse perché non si è mai veramente pronti, ci sono stati momenti in cui non ero più sicuro di me. Ho mosso timoroso i primi passi insieme agli amici che mi hanno accompagnato in questa avventura, con la paura di sbagliare (e ho sbagliato tanto!) in un evento o in qualche iniziativa politica. Poi ho ripreso motivazione e coraggio. Ho cercato fin da subito di trasmettere la mia visione di un ebraismo giovanile unito che riuscisse a comprendere tutte le differenze che ci caratterizzano. Ho cercato di analizzare i problemi e proporre soluzioni, potenziando ciò che funzionava.

Quello che ci siamo trovati inizialmente davanti, come credo succeda in qualsiasi organizzazione, se non in tutto nella vita, era un mondo di critiche e personalismi. In molti erano pronti a dire ciò che secondo loro sbagliavamo. Alcune critiche erano costruttive, altre sicuramente meno. Raramente ricevevamo consigli su come migliorare e quasi mai un aiuto effettivo. Il sostegno dagli amici, quello c’era sempre. Questo ci ha rafforzato tanto. Dopo il primo istante di abbattimento siamo diventati più sicuri di noi, consapevoli che non si possa fare nulla di veramente importante senza qualcuno che provi a ostacolarti. Abbiamo organizzato eventi alla nostra maniera, discusso su ciò che ritenevamo più importante e dato a questo giornale l’impostazione “aperta al libero confronto” che meritava.

Alla fine del 2016 ho deciso di ricandidarmi insieme a Giorgio e Filippo per l’anno successivo, volendo offrire una continuità all’UGEI. Insieme a noi altri 4 ragazzi hanno formato il Consiglio 2017.

Sapevamo già cosa avremmo incontrato, eravamo già preparati grazie al bagaglio di esperienze dell’anno prima. Eppure è stato un anno faticoso, probabilmente anche più del precedente. Le tensioni e le difficoltà nel realizzare ciò che volevamo lo hanno reso tale. Non nascondo che alla fine del mandato io, come altri consiglieri, fossi sfinito. Eppure abbiamo realizzato tanto, grandi eventi, nuovi legami e contatti. C’è tanto di cui essere orgogliosi.

Quando poi sono arrivato a Torino, al recente Congresso Nazionale, la gioia. Ho visto tanti ragazzi come me, pronti a discutere dell’ebraismo italiano, di come migliorarci, offrendo proposte concrete. È stato emozionante vedere giovani attivi per le stesse cause in cui credo e per cui mi sono speso per due anni. Ho la consapevolezza dopo due anni di aver lasciato un’UGEI migliore, viva e con tante proposte che spero possano essere realizzate.

A Carlotta e a tutto il Consiglio 2018 offro il mio supporto. Vi lascio la mia storia, se vorrete leggerla. So che a volte può essere dura, ma sono certo riuscirete a trarre la motivazione di cui avrete bisogno dai vostri successi e dall’importanza del ruolo che ricoprirete. Non sentitevi mai delegittimati, non abbiate paura di parlare a nome dell’UGEI, ciò che fate ogni giorno per i giovani delle nostre comunità vi dà pieno diritto di farlo.

A tutti gli altri lettori consiglio di intraprendere un’esperienza come quella che ho vissuto io, non necessariamente nell’UGEI, sia chiaro. Nonostante questa esperienza abbia rallentato i miei studi è stata una palestra dal valore inestimabile e potendo tornare indietro sceglierei comunque questa strada. Cercate ruoli di leadership nelle vostre organizzazioni. Fate ciò in cui credete, metteteci impegno, perché tutto ciò che date vi ritornerà indietro.

Auguri di buon anno civile e di buon lavoro al Consiglio UGEI 2018.

Arièl Nacamulli, nato a Roma, studente al Politecnico di Milano

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 dicembre 2017
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La storia di Chanukkà è la storia di lumi che durano otto giorni, molto oltre le attese. Il guizzo di queste piccole fiammelle ricorda la vivacità tenace di altri lumi: quelli delle comunità ebraiche italiane di dimensioni già molto ridotte e in declino numerico evidentemente inarrestabile, almeno nel breve e medio periodo. Eppure, ha ricordato rav Ariel Di Porto in apertura del Congresso Ugei che si è svolto a Torino dal 15 al 17 dicembre, è proprio in circostanze di questo genere che l’impegno di tante persone può consentire il miracolo, cioè la sopravvivenza di una vita ebraica attiva, di manifestazioni liturgiche regolari, di eventi culturali di alto livello e partecipati, della consapevolezza di essere eredi di una tradizione importante, della costante duplice propensione all’insegnamento e all’apprendimento. Torino è oggi una di queste comunità, e per questo è stata scelta per ospitare il Congresso annuale dell’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia (Ugei), il momento in cui viene valutato l’operato del consiglio uscente, sono discusse le mozioni orientative che guideranno il nuovo consiglio ed eletti gli organi rappresentativi. Quello di Torino è stato il Congresso Ugei con maggiore partecipazione negli ultimi anni, anche e soprattutto grazie alla presenza di molti giovani della nostra comunità, a cui si sono uniti, nei momenti conviviali e alla tradizionale festa del sabato sera, numerosi studenti israeliani. Molti dei cinquanta torinesi coinvolti, peraltro, erano alla prima esperienza Ugei. E’ perfino banale sottolineare l’importanza, per la nostra comunità, di eventi di questo genere, soltanto nei prossimi mesi saremo però in grado di valutare quanto beneficio avrà portato allo sviluppo e all’attività del gruppo locale Get, comunque già in trend positivo. Il coinvolgimento di tanti giovani è stato possibile soltanto grazie al grande e valido aiuto che è stato dato a Filippo Tedeschi e me, consiglieri Ugei nel 2017 e dunque organizzatori, da Simone Santoro, Paz Levy, Baruch Lampronti e Elisa Lascar, e in misura minore da altri che non posso qui tutti ricordare.

Lo shabbaton è stato inoltre arricchito da momenti extracongressuali: una introduzione alla storia e alla realtà presente della comunità di Torino da parte del presidente Dario Disegni, che ha anche invitato il prossimo consiglio a programmare in collaborazione con il Meis un weekend a Ferrara nel 2018, proposta che mi auguro l’Ugei sappia cogliere e valorizzare; l’intervento del vicepresidente Ucei Giulio Disegni; la visita delle sinagoghe torinesi condotta da Baruch Lampronti e molto apprezzata dai partecipanti; la presentazione del progetto tirocini dell’Ucei da parte di Saul Meghnagi; i momenti liturgici e l’accensione della chanukkià insieme. Non ultimo, è stata anche l’occasione per ricordare Alisa Coen z’’l, la nostra amica scomparsa a diciotto anni dodici mesi fa in un drammatico incidente stradale, appena cinque giorni dopo aver partecipato al suo primo Congresso Ugei a Bologna.

Il Congresso si è concluso con l’elezione del nuovo consiglio, che sarà operativo dal 1° gennaio 2018, e di cui sono orgoglioso facciano parte due giovani torinesi che molto potranno dare anche alla nostra comunità negli anni a venire, Simone Israel e Alessandro Lovisolo. Con loro lavoreremo per fare in modo che Torino sia sempre più presente all’Ugei e l’Ugei a Torino, auspicabilmente con un nuovo grande evento fin dal prossimo anno.

Come ha sottolineato rav Alberto Somekh durante una breve lezione che ci ha offerto sabato, è l’accensione il momento centrale di Chanukkà. Non è sufficiente osservare i lumi già accesi da altri, ma è indispensabile un’azione, piccola o grande, in ogni caso diretta, propria, personale. Solo in questo modo possiamo pensare di mantenere per otto giorni, e molto più a lungo, le molte fiammelle vive e tenaci della nostra comunità.

Giorgio Berruto

Dal Notiziario della Comunità ebraica di Torino


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 dicembre 2017
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Prima di partire per un viaggio, fare i bagagli è indispensabile, anche se non sempre apprezzato. È un’arte non facile, significa lasciare alcune cose e prenderne altre. I viaggiatori più accorti conservano un po’ di spazio in valigia, per poter portare con sé al ritorno qualcosa della terra visitata. Ma fare i bagagli non è soltanto una frettolosa faccenda di indumenti, perché è aspirazione comune, quando si compie un viaggio, tornare più ricchi. Non è comune, in realtà, la capacità durante il viaggio di mettere in discussione le proprie idee, cioè di mettersi in discussione, per modificare oppure confermare i pre-giudizi della partenza e trasformarli così in giudizi. Sempre naturalmente nell’attesa del viaggio successivo, in cui anche questi potranno essere messi in dubbio, accantonati o rinforzati.

“Primavera breve. Viaggio tra i labili confini di Israele e Palestina” (Monitor 2017) è il diario di viaggio di un giovane ricercatore piemontese, Francesco Migliaccio. È già stato presentato alcuni mesi fa dall’Associazione Italia Israele di Torino e verrà nuovamente discusso per iniziativa del Gruppo di Studi Ebraici martedì 19 dicembre alle ore 21 nel centro sociale della Comunità, con la partecipazione dell’autore, di Simone Santoro e mia. Credo che questo testo sia interessante soprattutto perché traccia un percorso: non una linea definita già alla partenza con fulgidi obiettivi, ma un viaggio per “attraversare tutte le frontiere possibili”, come scrive l’autore, per essere straniero. A scanso di fraintendimenti, voglio sottolineare che Francesco parte, come ciascuno di noi d’altronde, con un bagaglio di pre-giudizi, di opinioni e aspettative ancora non messe alla prova dei fatti, opinioni spesso severe nei confronti di Israele. Ma l’onestà e anche la bellezza del suo libro si annida proprio qui, e sgorga dalla capacità di discuterle e discutersi.

“Ho perduto la sicurezza di appartenere alla parte del bene”, scrive Francesco nelle ultime pagine, prima di dedicare un ultimo sguardo a Tel Aviv, “città magnifica per le sue contraddizioni […] città globale che confuta un’idea etnica di democrazia”. Dopo aver trascorso tre mesi in Israele e nei territori contesi tra la Galilea, Gerusalemme, Ramallah e un insediamento ebraico nella valle del Giordano, il ritorno è accompagnato da molti più dubbi di quelli inseriti nel bagaglio alla partenza. Per fortuna nella valigia di Francesco il posto per accoglierli non manca.

Sono convinto che questo libro sia utile per tutti e in modo particolare per chi, da una parte o dall’altra, sembra più impegnato a sbandierare il vessillo immacolato delle proprie convinzioni che a provare a ragionare dialogando con chi ha di fronte. Tra questi anche alcuni di coloro che, in Italia, si dedicano attivamente all’informazione su Israele (hasbarà). Per almeno tre motivi: innanzitutto perché l’informazione non serve per affermare certezze – le proprie – ma per instillare il dubbio, il sospetto, negli interlocutori. Gridare può forse far stare meglio qualcuno, ma non modifica la situazione di una virgola. In secondo luogo perché l’informazione non serve se è rivolta al simile, a chi già è d’accordo o con cui in ogni caso si condivide molto, al componente della medesima tribù; è utile, invece, quando è rivolta all’altro, a chi fa parte di altre tribù, di altri contesti, di altri mondi. Infine, la lettura di “Primavera breve” suggerisce che non voler scendere a compromessi significhi disfare i bagagli prima ancora di partire. Ed è un gran peccato, soprattutto quando si ha già in tasca un biglietto per Tel Aviv.

Giorgio Berruto

Da Moked.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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