giorgio berruto

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 febbraio 2017
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Un fotogramma del film "Persona", di Ingmar Bergman
Un fotogramma del film “Persona”, di Ingmar Bergman

Quando parliamo di persone, di vite individuali, quando facciamo scelte che influenzano l’esistenza e le scelte dell’Altro, disponiamo di un grande potere. Vale anche nel piccolo mondo di ciascuno di noi, se ci si pensa bene, e i danni che possiamo fare sono spesso gravi, talvolta irreparabili.

Credo che l’ebraismo si fondi su regole, anche se mi fa piacere discutere con chi non è d’accordo. Ma una cosa è certa: l’ebraismo ha a che fare con persone. Capita sovente che la legge e la sua applicazione sembrino scontrarsi con i valori, le aspirazioni, i desideri molteplici e sfuggenti in infinite direzioni delle Persone. Gli Altri: tanto vicini eppure così lontani, a portata di mano eppure irraggiungibili. Ma la Persona non è canna d’organo, non tasto di pianoforte, non è un numero. E’, piuttosto, l’apertura di qualcosa di incommensurabile, irriducibile al soggetto, Altro da sé, infinito. La forma pura della legge, la regola che pretende di porre se stessa a prescindere dal contesto, ignorando l’Altro e la sua Presenza, a me sembra non basti. E’ legge impoverita, ridotta alla sistematica applicazione di regolamenti, burocrazia normativa. Legge senza comprensione, cioè senza compromesso, l’inizio di una strada che finisce dove l’Altro sbiadisce, diventa anonimo, neutro, lontano, senza volto. Una strada in cui perdiamo quell’apertura di significato su ciò che ci circonda e che facciamo ogni giorno, che solo l’irruzione dell’Altro pone.

shemaNon è mia intenzione addentrarmi qui nel merito delle dinamiche di inclusione ed esclusione che contraddistinguono l’Ugei e, più in generale, le istituzioni ebraiche italiane, ma suggerire che i principi, da soli, non bastano e, anzi, se applicati con rigore indifferente ai colori del mondo possono preludere a tragedie, piccole tragedie personali oggi e forse grandi tragedie domani.

“Velo taturu acharè levavechem veacharè enechem” è scritto nel terzo brano che compone lo Shemà: “e non devierete seguendo il vostro cuore e i vostri occhi”. Poco tempo fa ho assistito a una bella lezione di rav Roberto Della Rocca imperniata su quel “lo taturu” (non devierete), letto etimologicamente come “non scaverete”, “non svelerete”. Non andrete alla ricerca ripetuta, ossessiva di piccoli e grandi difetti dell’Altro, non scaverete nella sua storia alla ricerca di qualcosa (un errore forse?) da poter esporre e con cui deriderlo, non lo umilierete, non lo denuderete di fronte a tutti. Forse è, questo, un buon punto da cui ripartire.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 gennaio 2017
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franzCento anni fa, la sera del 21 novembre 1916, dopo sessantotto anni di regno ininterrotto, moriva nel castello di Schönbrunn Francesco Giuseppe. Un mondo è finito, crollato un ordine, le porte si aprono al caos. Quel mondo era l’Impero degli Asburgo ed era il suo sovrano, Francesco Giuseppe, a propria volta un po’ come “certe stelle, che si vedono ancora benché non esistano più da migliaia di anni”, come scriverà Musil nell’Uomo senza qualità. Un re e un Impero che si fondono in una figura unica, quella della favola, del mito. “Non una semplice trasfigurazione del reale ma la sua completa sostituzione”, ha scritto Claudio Magris, “la sua deformazione”. Perché questo è un mito che soverchia la realtà, la relega ai margini, la sostituisce appunto. Il mito è letterario, è culturale, ma è tanto forte da imporsi ai fatti della storia, non da ultimo è una risposta alle filosofie della storia monistiche, semplicistiche e in definitiva insufficienti, come alcune di quelle che nel corso del Novecento si sono richiamate alla riflessione di Marx. Questo è un mito che svelle i paletti che segnano frontiere nuove e troppo umane, ignora il cambiamento, lo vince immobilizzando l’istante. Qui Francesco Giuseppe è la chiave di volta che tiene insieme le nazioni che compongono l’Impero, una pietra però – questo il senso della frase di Musil, piccola perla in una delle cattedrali del mito stesso – già frantumata molto prima del 21 novembre 1916. Oppure è una chiave perfettamente intatta ma ormai inutile: tutte le serrature sono state sostituite. L’eccezionalità di questo mito rispetto ad altri non è che prosegua dopo la morte dell’imperatore e la fine dell’Impero, ma che nasca prima, colorando gli ultimi decenni del dominio asburgico con una forte tinta di decadenza, di malessere impossibile da vincere, di sentimento della fine inevitabile, sempre più inevitabile tanto più a lungo si protrae. Paradigma del potere dell’estetica.

radeFrancesco Giuseppe, come l’Impero, vive nel passato e nello spazio immobile del trascendente. E’ vecchissimo: nella Marcia di Radetzky di Roth confonde tre diverse generazioni di Trotta, è incapace di riconoscere se ha di fronte colui che tanti anni prima lo ha salvato sul campo di Solferino oppure il figlio o il nipote. E’ l’istituzione, l’Impero senza tempo con cui si relazionano le persone, gli esseri umani che, diversamente da lui, provano sentimenti, che nascono, vivono, muoiono. Francesco Giuseppe non agisce, non cambia, esile e marmoreo insieme si fa garante di qualcosa, ma è sempre meno chiaro di che cosa. Perché lo spazio in cui presenzia, immobile, la sua figura ieratica – spazio scoperto in Italia a partire dal Mito asburgico di Claudio Magris – non è quello della storia. Non solo, della storia è rovesciamento esatto, negazione radicale. E’ l’illusione dell’armonia, dell’equilibrio di un mondo imbalsamato, sospeso, che termina proprio con l’irruzione della storia: perché, idealmente, l’imperatore non muore nel suo letto a Schönbrunn ma, proprio negli stessi giorni, sulle trincee insanguinate di Verdun.

È illuminante un passo del “Frutto del fuoco” in cui, all’altezza del 1926, Canetti descrive il suo professore di chimica Hermann Frei. “Quando verrà il mio imperatore, mi trascinerò in ginocchio fino a Schönbrunn!”, esclama il professore a dieci anni dalla morte di Francesco Giuseppe. Continua Canetti: “Mi chiedevo a chi pensasse, quando diceva ‘il mio imperatore’: al giovane Karl, del quale nessuno sapeva immaginare che tipo fosse, o proprio all’imperatore Francesco Giuseppe, redivivo?

Verdun 1916
Verdun 1916

Tra Ottocento e Novecento il fiore della cultura danubiana si fa portatrice del mito e contribuisce alla sua cristallizzazione, con un’opera che prosegue e si accentua dopo il crollo politico dell’ideale imperialregio, ma che era in atto già da decenni. Questa cultura della decadenza non solo vede il contributo e la partecipazione di numerosi ebrei ma, soprattutto, fatto propri alcuni aspetti centrali della tradizione ebraica. Come il sole imperiale è sempre quello, malinconico, del tramonto, così l’ordine di Francesco Giuseppe è copia, anche se pallida, della legge ebraica in esilio. È la ripetizione di un rituale, farmaco contro l’oblio, ed è un primo elemento intensamente ebraico. La sacralità della cerimonia, la liturgia del rito non si ergono ad argine contro la fine, intuita con fatalità ben prima che si verifichi ed evasa ancora a lungo dopo la disgregazione. Al contrario, vedono la fine e la estendono a coprire elasticamente il paesaggio di decenni in un istante senza tempo.

Francesco Giuseppe, in particolare nei romanzi di Roth, è una figura lirica e mitologica, esprime epica solitudine, impotenza, saggezza. Come i violinisti fluttuanti nell’aria nelle tele di Chagall, anche il garante dell’ordine imperiale è portato dal vento. Un fantasma, un’idea rassegnata che non si muove per volontà propria e sa bene che la sua sopravvivenza dipende dal vento stesso. La sua cifra è l’attesa.

"Il corteo funebre dell'imperatore Francesco Giuseppe lascia il castello di Schoenbrunn", di R. von Meissl
“Il corteo funebre dell’imperatore Francesco Giuseppe lascia il castello di Schoenbrunn”, di R. von Meissl

L’impero degli Asburgo, inoltre, è fondato su un ideale superiore, la sovranazionalità, che non può reggere all’urto della storia – degli Stati nazionali, delle mitragliatrici della Grande Guerra. Francesco Giuseppe, come Ciro il Grande venticinque secoli prima, si rivolge “ai miei popoli”, una formula che non ha tempo. Ma di fronte all’incedere della storia il destino è scritto. La via di fuga è allora non già la lotta contro la storia, ma l’uscita da essa, nella regione inattaccabile del mito. Ecco dunque, ancora con Roth, il turbinio magico e agghiacciante di “Fuga senza fine” e della “Milleduesima notte”. Perso è il santuario nello spazio, rimane quello nel tempo; davanti alle rovine di un mondo distrutto dalla storia resta il sentimento di un impossibile ritorno. Una piccola costellazione di elementi tipicamente ebraici.

todE poi i protagonisti. Schnitzler scandaglia l’instabilità dei valori e la loro dissoluzione. Hofmannsthal, di fronte al presagio ossessivo della fine imminente e inevitabile, tenta di salvare frammenti di un mondo che non c’è già più – ancora con Musil, “astro ancora visibile, ma spento da secoli” – e sceglie l’evasione dalla realtà. Kraus vede con lucidità la crisi e l’ipocrisia che la circonda, e impugnando la fiaccola della negazione si fa fustigatore della Vienna “stazione meteorologica della fine del mondo”, una capitale ormai senza Impero. Il raffinato Zweig colleziona fotografie del “mondo di ieri” mentre Werfel rimpiange l’ecumene asburgica quando ormai nazionalismi e odio antisemita si diffondono a macchia d’olio in Europa. E naturalmente Joseph Roth, il più grande tra i costruttori del mito, e i tanti personaggi ebrei che popolano i suoi libri. Piccoli ebrei orientali: i cittadini per eccellenza dell’Impero di Francesco Giuseppe.

Della dissoluzione babelica dell’Impero asburgico dà una rappresentazione anche Franz Theodor Csokor con il dramma “3 novembre 1918″, scritto nel 1936. Al funerale del colonnello – ancora una volta immagine per il funerale di Francesco Giuseppe e dell’Impero – gli ufficiali ungheresi, sloveni, cechi, polacchi e italiani gettano ciascuno una manciata di terra a nome della propria piccola, nuovissima Patria. L’unico che getta la sua alle parole “terra dell’Austria” è il dottor Grün, ebreo: l’unico a rimanere asburgico dopo gli Asburgo. L’orfano dell’Impero smembrato, e suo erede, l’unico che ha perso un Paese senza per questo averne ottenuto un altro.

Articolo di Giorgio Berruto pubblicato su Hakehillah


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 gennaio 2017
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mediabiasSu Hatikwà e su molti giornali e riviste ebraiche italiane, ma anche sugli spazi social e negli scambi non virtuali, si discute spesso dell’approccio sbilanciato dei media quando si tratta di Israele e del conflitto israelopalestinese.

In linea di principio non occorre essere sostenitori dell’attuale governo israeliano per considerare iniquo il modo in cui la maggior parte dei quotidiani e delle televisioni, non esclusi alcuni di quelli che per altri aspetti fanno dell’equilibrio un punto di forza, dipinge il conflitto che coinvolge Israele, gli arabi palestinesi in particolare e il mondo arabo e islamico in generale. Ho una pessima considerazione del governo Netanyahu per molti motivi che riguardano la politica estera e interna, ma si tratta di una opinione personale del tutto irrilevante in questo caso. Non è credibile voler ricondurre alle scelte di questo governo la disinformazione che quotidianamente colpisce le fondamenta della legittimità dello Stato di Israele, semplicemente perché questa c’è sempre stata, anche quando al governo sedevano solide maggioranze laburiste.

netanyahuDi fatto, però, chi si occupa di smascherare il doppio standard utilizzato dai media per trattare di Israele e del terrorismo palestinese lo fa quasi sempre partendo da posizioni di sostegno al governo Netanyahu o più in generale alla destra sionista o nazionalreligiosa, e spesso e volentieri esprime senza filtro queste posizioni, facendo coincidere in modo estremamente discutibile l’invocazione a una più bilanciata informazione e la difesa a spada tratta delle posizioni dei partiti di destra. Parallelamente, mi sembra che pochi (ma alcuni sì) di quelli che sostengono una Israele diversa da quella di Netanyahu e dei suoi attuali alleati di governo, magari guardando con favore alle posizioni della sinistra sionista, si spendano per denunciare la disinformazione dei media mainstream e quella dell’oceano del web. Il risultato è una polarizzazione in due campi sempre più netta, un po’ paradossale se si pensa che spesso le posizioni di partenza non sono distanti.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 gennaio 2017
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giornale1Il “progetto Hatikwà” è cominciato esattamente un anno fa. Hatikwà esisteva già da decenni – prima organo della Fgei, poi dell’Ugei – ma veniva da anni poveri di progettualità e contenuti. Nel corso del 2016, dapprima con circospezione, poi con crescente consapevolezza, si è delineato un progetto per rilanciare la testata e favorire l’interesse e la partecipazione dei giovani ebrei italiani. La crescita, da subito geometrica, è andata molto oltre le mie attese più ottimistiche, tanto che ho molto riflettuto prima di vincere l’imbarazzo di scriverne. Le visualizzazioni sul sito da tempo superano costantemente le 30 000 al mese, cominciando ad avvicinarsi a 50 000. Per dare un’idea della crescita, dal 2010, anno di varo del sito, al 2015 le visualizzazioni complessive sono state circa 80 000, nell’ultimo anno 360 000. La diffusione costante su Facebook ha contribuito al cambio di passo, mentre lo spazio che Pagine ebraiche ci mette a disposizione ogni mese – la pagina che avete davanti – si dimostra sempre più angusto e riesce a ospitare solo una piccola selezione del nostro lavoro.

Il dato più importante riguarda però la partecipazione attiva, peraltro vero motivo della crescita tout court, concretizzata innanzitutto dalla scrittura. Voglio ringraziare qui i veri artefici del “laboratorio Hatikwà”: Marta Spizzichino, Michael Sierra, Ariel Nacamulli, Filippo Tedeschi, Simone Bedarida, Simone Foa, Benedetta Grasso, Miriam Sofia, Giulio Piperno, Gad Nacamulli, Daniel Recanati, Sara Salmonì, Elisa Steindler, Keren Perugia, Barbara Coen, Carlotta Jarach, Julian Saija, Fabrizio Anticoli, Barbara Zarfati, Eitan Della Rocca, htlogoGiuseppe Mallel, Maria Savigni, Gabriele Fiorentino. Hanno contribuito anche, scrivendo o con altro genere di contenuti, Simone Dell’Ariccia, Ruben Spizzichino, Debora Spizzichino, Samuel Raccah, Beniamino Parenzo, Elena Gai, Charlotte Eman, Yael Di Consiglio, Daniel Foà, David Giuili, Nathan Bendaud, Simone Somekh, Sabra Salvadori, Saleyha Hossain, Gabriele Ajò, Carola Disegni, Giulia Mastroeni, Benedetto Sacerdoti, Alexandra Halfon, Ruben Veneziani, Alice Fossati. A tutti loro, uno per uno, va la mia gratitudine: ciascuno sa di aver portato un contributo grande o piccolo, comunque importante. Viviamo in luoghi diversi – in tante comunità italiane, ma anche in Israele, Stati Uniti e Svizzera – proveniamo da ambienti diversi, abbiamo esigenze diverse e idee diverse di che cosa significhi essere ebrei. Quest’anno Hatikwà è stato davvero “un giornale aperto al libero confronto delle idee”, come dovrebbe essere. Grazie a loro e a numerosi altri che già si sono aggiunti al gruppo la libertà del confronto continuerà a essere l’unico caposaldo formale alla base del nostro lavoro, unita all’ovvio corollario del rispetto per le idee altrui e la capacità di esprimere le proprie.

laboratorioMa le possibilità di crescita, in ogni direzione, sono ancora enormi. Nell’anno che viene vorrei che una “commissione comunicazione”, già formatasi ma aperta al contributo di chi voglia collaborare, elabori modelli e strategie non solo per la pubblicizzazione delle iniziative Ugei, ma anche per la diffusione ragionata e capillare dei contenuti di Hatikwà. Mi piacerebbe che il gruppo si trasformasse sempre più in qualcosa di simile a una redazione. Discutere con la Presidente Noemi Di Segni e il direttore della comunicazione Ucei Guido Vitale la possibilità di ampliare i nostri spazi sia sul mensile che tenete in mano in questo momento, sia sul portale Moked e le newsletter ad esso collegate. Tessere relazioni di scambio fruttuoso con periodici ebraici locali molto letti come Shalom di Roma, il Bollettino della Comunità ebraica di Milano e Hakehillah di Torino. Stringere legami più saldi con gruppi locali e associazioni giovanili ebraiche, per esempio intervistando e coinvolgendo chi ne fa parte, e con il gruppo dei ragazzi italiani che vivono in Israele, alcuni dei quali già quest’anno hanno preso parte attiva al nostro lavoro. Potenziare il lavoro sulla rassegna stampa, in modo da riprendere e diffondere ogni menzione dell’Ugei e delle sue attività. Organizzare incontri con professionisti del giornalismo e della comunicazione, occasioni pensate per chi contribuisce a Hatikwà ma aperte a chiunque voglia partecipare. Tutto questo e molto altro è ancora da fare: il “laboratorio Hatikwà” è solo all’inizio.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 dicembre 2016
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bollUn capoluogo emiliano freddo e insolitamente avvolto dalla nebbia, fa da cornice al XXII Congresso dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia; una ruspante sessantina di ragazzi e ragazze (tra cui molti bimbini novizi, come si direbbe a Livorno) è accolta dalla splendida comunità bolognese per uno shabbaton targato UGEI dove analizzare, discutere ma soprattutto litigare (come soltanto tra ebrei si fa) circa la situazione dell’Unione di tutti i giovani ebrei del Bel Paese, al tramonto del 2016.

giamboPer fortuna siamo in Emilia e ne consegue che le pietanze servite durante i pasti sono appetibili, anche se kosher; resiste tuttavia la malsana idea “made in UGEI”, di cenare il sabato sera in un ristorante sushi low cost, dove filippini travestiti da giapponesi servono manicaretti a base di ricercate forme di vita acquatiche, allevate in una cava di elettroliti. Ma del resto, come sottolineava Cicerone, l’importanza di un banchetto è stigmatizzata dalla compagnia, sempre ottima all’UGEI.

Ma Bologna è anche sinonimo di arte e cultura: non manca il tempo per un tour tra le vie della città dove poter contare gli scalini della torre degli Asinelli oppure ammirare l’effetto ottico della fontana del Nettuno superdotato: famoso sgarbo del Giambologna allo Stato della Chiesa. Inutile poi citare la strepitosa festa del sabato sera, dove si beve e si balla sulle note dell’immancabile DJ ugeino Daniel Meghnagi.

consiglio2017Infine, nel primo pomeriggio della domenica, il congresso conosce i nomi dei giargiana che porteranno avanti la baracca UGEI a partire dal primo giorno del 2017; il presidente uscente Ariel Nacamulli fa il bis, risultando il più votato. A seguire abbiamo il direttore del periodico che state coraggiosamente leggendo, Giorgio Berruto. Benedetto Sacerdoti e Filippo Tedeschi sono invece due vecchie conoscenze e garanzie dell’associazione che a quanto pare non sono ancora stanche. Abbiamo infine tre new entry: Elena Gai e Ruben Spizzichino, capitolini, e Matteo Israel, scaligero doc.

Concludo con i ringraziamenti: un sentito plauso a tutta la comunità di Bologna per l’ospitalità. Un doveroso ringraziamento ai consiglieri uscenti che si sono prodigati per organizzare un evento davvero unico. Grazie anche al Presidente del consiglio comunale di Bologna Luisa Guidone, al Presidente UCEI Noemi Di Segni e al Presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello, per il caloroso saluto e le parole di fiducia e gratitudine mostrate al Congresso. Infine un mio personale augurio di buon lavoro al Consiglio UGEI 2017.

Simone Foa, milanese scappato a Livorno, in seguito ad una crisi mistica. Due grandi passioni: i treni e l'hockey su ghiaccio; il resto e' noia
Simone Foa, milanese scappato a Livorno, in seguito ad una crisi mistica. Due grandi passioni: i treni e l’hockey su ghiaccio; il resto è noia