giorgio berruto

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 marzo 2017
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Nella notte tra sabato 14 e domenica 15 gennaio,  una parte dei muri esterni dell’istituto “Ferraris Pancaldo” di Savona è stata sporcata con simboli razzisti. L’episodio si è ripetuto anche il 17 gennaio. La dirigenza ha tempestivamente presentato un esposto alle autorità competenti che sono intervenute sul luogo. Gli studenti, fortemente turbati dall’accaduto, hanno colto l’occasione per raccogliersi in un momento di riflessione con i loro docenti.

“Il ‘Ferraris Pancaldo’, scuola di forte tradizione democratica e antifascista, inorridisce di fronte al gesto di coloro che nelle due notti scorse hanno imbrattato alcuni muri esterni della scuola con simboli e scritte altamente lesivi della dignità e intelligenza umana. Tutte le componenti dell’istituto, studenti, docenti, personale ATA e dirigenza scolastica, condannano fermamente i responsabili di questo gesto vile che ha colpito anche una chiesa vicina all’istituto, quella di San Paolo in corso Tardy e Benech. State lontani dalla nostra casa, luogo della cultura e dell’accoglienza”.

In particolare si devono ringraziare i rappresentanti d’istituto, Joshua Bonfante, Pietro Grasso, Andrea Airaghi e Lorenzo Sciotto, gli studenti, Pietro Giacchello, Jacopo Bolla, Loris Giusto, Gabriele Lilli, docente e Francesco Esposito, tecnico di laboratorio, per l’impegno mostrato e per la ferma volontà di eliminare elementi totalmente estranei alla cultura della comunità scolastica che è fatta di accoglienza e inclusione.

Non sono molti gli ebrei che vivono nella provincia ligure. I due che scrivono queste righe vivono o hanno vissuto a lungo nella Riviera di Ponente, a Savona e a Bordighera. Non è facile coltivare il proprio ebraismo quando si dimora tanto lontani da una comunità: talvolta il rapporto di intensifica in occasione della preparazione al bar mitzvà, può fortificarsi grazie a incontri fortunati, legami identitari sentiti prima ancora che praticati in comune con altri, frequentazione di gruppi giovanili e dell’Ugei; ma la regola è una vita ebraica in cui la dimensione famigliare è prevalente, talvolta quasi esclusiva. Tanto più importante, dunque, è l’impegno nella nostra società, per esempio quello di chi, da rappresentante d’istituto, collabora alla gestione della vita scolastica. Non occorre essere ebrei per decidere di ripulire i muri di una scuola imbrattati da simboli di odio antisemita e razzista come la svastica, chiaro richiamo a una volontà di genocidio che nessuno, oggi, può ritenere oggetto di una storia che si è chiusa settant’anni fa. E’ un compito che spetta a tutti noi come cittadini di una democrazia come l’Italia. Come italiani e come ebrei dobbiamo reagire con fermezza di fronte a episodi come questo. Anche nella lontana provincia ligure.

Joshua e Giorgio 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 marzo 2017
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Rembrandt
“Assuero, Haman e Esther”, di Rembrandt H. van Rijn

Quello di Esther, che precede la festa di Purim, non è certamente il digiuno più noto dell’ebraismo né il più sentito oggi dalla maggior parte degli ebrei. Tra i criptogiudei in Spagna, Portogallo e in America latina, invece, il digiuno di Esther è stato spesso tramandato a lungo, di generazione in generazione, a volte persino prolungato per tre giorni. Per molti ebrei nascosti era di fatto impossibile osservare il Sabato o Kippur senza andare incontro alla longa manus dell’Inquisizione. Ma il motivo primo della persistenza ostinata, nel mondo sommerso dei convertiti giudaizzanti, di questo digiuno è un altro: il legame di identificazione che i criptogiudei tessevano con la regina di Persia. Come Esther, vivevano nel nascondimento, nell’assimilazione. E poco importa se l’assimilazione è imposta con la violenza oppure dalle circostanze in cui ci si trova a vivere, pur rimanendo formalmente una scelta libera. Ma soprattutto: poco importa per coloro per cui conta davvero: non chi va via, ma chi resta.

Long
“La regina Esther”, di Edwin Long

Esiste almeno una “Cansoun d’Esther” composta nella Francia meridionale in giudeo-provenzale, e non mancano notizie di una “Santa Esther”, punto d’incontro tra un ebraismo voluto ma nascosto e la necessità ad adeguarsi ai moduli del culto cristiano, insieme alla inevitabile influenza dei suoi modelli. Non stupisce, allora, la popolarità della regina Esther e del digiuno presso i criptogiudei, ben più della ritualità legata a Purim, che non sopravvisse alla generazione dei convertiti o al massimo a quella dei loro figli. Digiunare era un modo per affermare privatamente la propria identità. Non di meno, un modo per espiare la “colpa” della conversione, dell’allontanamento coatto dalla tradizione dei padri.

Oggi molto è cambiato, ma Esther è ancora un personaggio centrale. E’ bello pensare che la sua storia richiami altre mille storie, storie vere dei nostri tempi. Esther l’assimilata che salva il suo popolo, ma anche Mardocheo che cerca Esther, conta su di lei suggerendole il silenzio sulle proprie origini, conosce il contributo che la giovane può dare al suo popolo. E’ probabile che Mardocheo non consideri l’adesione a un concorso di bellezza, e a maggior ragione il matrimonio di convenienza con un non ebreo ricco e potente, il coronamento di una vita ebraica. Eppure parla a Esther, non la dimentica, non la ignora. La considera davvero, non solo in teoria ma anche di fatto, una ebrea parte del popolo ebraico. Come finirebbe la storia se Mardocheo considerasse Esther ormai perduta all’ebraismo, lapsa, contaminata da una alterità apparentemente irriducibile? Esther può fare molto – e infatti lo fa – ma quanto è importante la mano tesa dell’ebreo osservante Mardocheo?

"La regina Esther", di Andrea Del Castagno
“La regina Esther”, di Andrea Del Castagno
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 febbraio 2017
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Un fotogramma del film "Persona", di Ingmar Bergman
Un fotogramma del film “Persona”, di Ingmar Bergman

Quando parliamo di persone, di vite individuali, quando facciamo scelte che influenzano l’esistenza e le scelte dell’Altro, disponiamo di un grande potere. Vale anche nel piccolo mondo di ciascuno di noi, se ci si pensa bene, e i danni che possiamo fare sono spesso gravi, talvolta irreparabili.

Credo che l’ebraismo si fondi su regole, anche se mi fa piacere discutere con chi non è d’accordo. Ma una cosa è certa: l’ebraismo ha a che fare con persone. Capita sovente che la legge e la sua applicazione sembrino scontrarsi con i valori, le aspirazioni, i desideri molteplici e sfuggenti in infinite direzioni delle Persone. Gli Altri: tanto vicini eppure così lontani, a portata di mano eppure irraggiungibili. Ma la Persona non è canna d’organo, non tasto di pianoforte, non è un numero. E’, piuttosto, l’apertura di qualcosa di incommensurabile, irriducibile al soggetto, Altro da sé, infinito. La forma pura della legge, la regola che pretende di porre se stessa a prescindere dal contesto, ignorando l’Altro e la sua Presenza, a me sembra non basti. E’ legge impoverita, ridotta alla sistematica applicazione di regolamenti, burocrazia normativa. Legge senza comprensione, cioè senza compromesso, l’inizio di una strada che finisce dove l’Altro sbiadisce, diventa anonimo, neutro, lontano, senza volto. Una strada in cui perdiamo quell’apertura di significato su ciò che ci circonda e che facciamo ogni giorno, che solo l’irruzione dell’Altro pone.

shemaNon è mia intenzione addentrarmi qui nel merito delle dinamiche di inclusione ed esclusione che contraddistinguono l’Ugei e, più in generale, le istituzioni ebraiche italiane, ma suggerire che i principi, da soli, non bastano e, anzi, se applicati con rigore indifferente ai colori del mondo possono preludere a tragedie, piccole tragedie personali oggi e forse grandi tragedie domani.

“Velo taturu acharè levavechem veacharè enechem” è scritto nel terzo brano che compone lo Shemà: “e non devierete seguendo il vostro cuore e i vostri occhi”. Poco tempo fa ho assistito a una bella lezione di rav Roberto Della Rocca imperniata su quel “lo taturu” (non devierete), letto etimologicamente come “non scaverete”, “non svelerete”. Non andrete alla ricerca ripetuta, ossessiva di piccoli e grandi difetti dell’Altro, non scaverete nella sua storia alla ricerca di qualcosa (un errore forse?) da poter esporre e con cui deriderlo, non lo umilierete, non lo denuderete di fronte a tutti. Forse è, questo, un buon punto da cui ripartire.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 gennaio 2017
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franzCento anni fa, la sera del 21 novembre 1916, dopo sessantotto anni di regno ininterrotto, moriva nel castello di Schönbrunn Francesco Giuseppe. Un mondo è finito, crollato un ordine, le porte si aprono al caos. Quel mondo era l’Impero degli Asburgo ed era il suo sovrano, Francesco Giuseppe, a propria volta un po’ come “certe stelle, che si vedono ancora benché non esistano più da migliaia di anni”, come scriverà Musil nell’Uomo senza qualità. Un re e un Impero che si fondono in una figura unica, quella della favola, del mito. “Non una semplice trasfigurazione del reale ma la sua completa sostituzione”, ha scritto Claudio Magris, “la sua deformazione”. Perché questo è un mito che soverchia la realtà, la relega ai margini, la sostituisce appunto. Il mito è letterario, è culturale, ma è tanto forte da imporsi ai fatti della storia, non da ultimo è una risposta alle filosofie della storia monistiche, semplicistiche e in definitiva insufficienti, come alcune di quelle che nel corso del Novecento si sono richiamate alla riflessione di Marx. Questo è un mito che svelle i paletti che segnano frontiere nuove e troppo umane, ignora il cambiamento, lo vince immobilizzando l’istante. Qui Francesco Giuseppe è la chiave di volta che tiene insieme le nazioni che compongono l’Impero, una pietra però – questo il senso della frase di Musil, piccola perla in una delle cattedrali del mito stesso – già frantumata molto prima del 21 novembre 1916. Oppure è una chiave perfettamente intatta ma ormai inutile: tutte le serrature sono state sostituite. L’eccezionalità di questo mito rispetto ad altri non è che prosegua dopo la morte dell’imperatore e la fine dell’Impero, ma che nasca prima, colorando gli ultimi decenni del dominio asburgico con una forte tinta di decadenza, di malessere impossibile da vincere, di sentimento della fine inevitabile, sempre più inevitabile tanto più a lungo si protrae. Paradigma del potere dell’estetica.

radeFrancesco Giuseppe, come l’Impero, vive nel passato e nello spazio immobile del trascendente. E’ vecchissimo: nella Marcia di Radetzky di Roth confonde tre diverse generazioni di Trotta, è incapace di riconoscere se ha di fronte colui che tanti anni prima lo ha salvato sul campo di Solferino oppure il figlio o il nipote. E’ l’istituzione, l’Impero senza tempo con cui si relazionano le persone, gli esseri umani che, diversamente da lui, provano sentimenti, che nascono, vivono, muoiono. Francesco Giuseppe non agisce, non cambia, esile e marmoreo insieme si fa garante di qualcosa, ma è sempre meno chiaro di che cosa. Perché lo spazio in cui presenzia, immobile, la sua figura ieratica – spazio scoperto in Italia a partire dal Mito asburgico di Claudio Magris – non è quello della storia. Non solo, della storia è rovesciamento esatto, negazione radicale. E’ l’illusione dell’armonia, dell’equilibrio di un mondo imbalsamato, sospeso, che termina proprio con l’irruzione della storia: perché, idealmente, l’imperatore non muore nel suo letto a Schönbrunn ma, proprio negli stessi giorni, sulle trincee insanguinate di Verdun.

È illuminante un passo del “Frutto del fuoco” in cui, all’altezza del 1926, Canetti descrive il suo professore di chimica Hermann Frei. “Quando verrà il mio imperatore, mi trascinerò in ginocchio fino a Schönbrunn!”, esclama il professore a dieci anni dalla morte di Francesco Giuseppe. Continua Canetti: “Mi chiedevo a chi pensasse, quando diceva ‘il mio imperatore’: al giovane Karl, del quale nessuno sapeva immaginare che tipo fosse, o proprio all’imperatore Francesco Giuseppe, redivivo?

Verdun 1916
Verdun 1916

Tra Ottocento e Novecento il fiore della cultura danubiana si fa portatrice del mito e contribuisce alla sua cristallizzazione, con un’opera che prosegue e si accentua dopo il crollo politico dell’ideale imperialregio, ma che era in atto già da decenni. Questa cultura della decadenza non solo vede il contributo e la partecipazione di numerosi ebrei ma, soprattutto, fatto propri alcuni aspetti centrali della tradizione ebraica. Come il sole imperiale è sempre quello, malinconico, del tramonto, così l’ordine di Francesco Giuseppe è copia, anche se pallida, della legge ebraica in esilio. È la ripetizione di un rituale, farmaco contro l’oblio, ed è un primo elemento intensamente ebraico. La sacralità della cerimonia, la liturgia del rito non si ergono ad argine contro la fine, intuita con fatalità ben prima che si verifichi ed evasa ancora a lungo dopo la disgregazione. Al contrario, vedono la fine e la estendono a coprire elasticamente il paesaggio di decenni in un istante senza tempo.

Francesco Giuseppe, in particolare nei romanzi di Roth, è una figura lirica e mitologica, esprime epica solitudine, impotenza, saggezza. Come i violinisti fluttuanti nell’aria nelle tele di Chagall, anche il garante dell’ordine imperiale è portato dal vento. Un fantasma, un’idea rassegnata che non si muove per volontà propria e sa bene che la sua sopravvivenza dipende dal vento stesso. La sua cifra è l’attesa.

"Il corteo funebre dell'imperatore Francesco Giuseppe lascia il castello di Schoenbrunn", di R. von Meissl
“Il corteo funebre dell’imperatore Francesco Giuseppe lascia il castello di Schoenbrunn”, di R. von Meissl

L’impero degli Asburgo, inoltre, è fondato su un ideale superiore, la sovranazionalità, che non può reggere all’urto della storia – degli Stati nazionali, delle mitragliatrici della Grande Guerra. Francesco Giuseppe, come Ciro il Grande venticinque secoli prima, si rivolge “ai miei popoli”, una formula che non ha tempo. Ma di fronte all’incedere della storia il destino è scritto. La via di fuga è allora non già la lotta contro la storia, ma l’uscita da essa, nella regione inattaccabile del mito. Ecco dunque, ancora con Roth, il turbinio magico e agghiacciante di “Fuga senza fine” e della “Milleduesima notte”. Perso è il santuario nello spazio, rimane quello nel tempo; davanti alle rovine di un mondo distrutto dalla storia resta il sentimento di un impossibile ritorno. Una piccola costellazione di elementi tipicamente ebraici.

todE poi i protagonisti. Schnitzler scandaglia l’instabilità dei valori e la loro dissoluzione. Hofmannsthal, di fronte al presagio ossessivo della fine imminente e inevitabile, tenta di salvare frammenti di un mondo che non c’è già più – ancora con Musil, “astro ancora visibile, ma spento da secoli” – e sceglie l’evasione dalla realtà. Kraus vede con lucidità la crisi e l’ipocrisia che la circonda, e impugnando la fiaccola della negazione si fa fustigatore della Vienna “stazione meteorologica della fine del mondo”, una capitale ormai senza Impero. Il raffinato Zweig colleziona fotografie del “mondo di ieri” mentre Werfel rimpiange l’ecumene asburgica quando ormai nazionalismi e odio antisemita si diffondono a macchia d’olio in Europa. E naturalmente Joseph Roth, il più grande tra i costruttori del mito, e i tanti personaggi ebrei che popolano i suoi libri. Piccoli ebrei orientali: i cittadini per eccellenza dell’Impero di Francesco Giuseppe.

Della dissoluzione babelica dell’Impero asburgico dà una rappresentazione anche Franz Theodor Csokor con il dramma “3 novembre 1918″, scritto nel 1936. Al funerale del colonnello – ancora una volta immagine per il funerale di Francesco Giuseppe e dell’Impero – gli ufficiali ungheresi, sloveni, cechi, polacchi e italiani gettano ciascuno una manciata di terra a nome della propria piccola, nuovissima Patria. L’unico che getta la sua alle parole “terra dell’Austria” è il dottor Grün, ebreo: l’unico a rimanere asburgico dopo gli Asburgo. L’orfano dell’Impero smembrato, e suo erede, l’unico che ha perso un Paese senza per questo averne ottenuto un altro.

Articolo di Giorgio Berruto pubblicato su Hakehillah


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 gennaio 2017
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mediabiasSu Hatikwà e su molti giornali e riviste ebraiche italiane, ma anche sugli spazi social e negli scambi non virtuali, si discute spesso dell’approccio sbilanciato dei media quando si tratta di Israele e del conflitto israelopalestinese.

In linea di principio non occorre essere sostenitori dell’attuale governo israeliano per considerare iniquo il modo in cui la maggior parte dei quotidiani e delle televisioni, non esclusi alcuni di quelli che per altri aspetti fanno dell’equilibrio un punto di forza, dipinge il conflitto che coinvolge Israele, gli arabi palestinesi in particolare e il mondo arabo e islamico in generale. Ho una pessima considerazione del governo Netanyahu per molti motivi che riguardano la politica estera e interna, ma si tratta di una opinione personale del tutto irrilevante in questo caso. Non è credibile voler ricondurre alle scelte di questo governo la disinformazione che quotidianamente colpisce le fondamenta della legittimità dello Stato di Israele, semplicemente perché questa c’è sempre stata, anche quando al governo sedevano solide maggioranze laburiste.

netanyahuDi fatto, però, chi si occupa di smascherare il doppio standard utilizzato dai media per trattare di Israele e del terrorismo palestinese lo fa quasi sempre partendo da posizioni di sostegno al governo Netanyahu o più in generale alla destra sionista o nazionalreligiosa, e spesso e volentieri esprime senza filtro queste posizioni, facendo coincidere in modo estremamente discutibile l’invocazione a una più bilanciata informazione e la difesa a spada tratta delle posizioni dei partiti di destra. Parallelamente, mi sembra che pochi (ma alcuni sì) di quelli che sostengono una Israele diversa da quella di Netanyahu e dei suoi attuali alleati di governo, magari guardando con favore alle posizioni della sinistra sionista, si spendano per denunciare la disinformazione dei media mainstream e quella dell’oceano del web. Il risultato è una polarizzazione in due campi sempre più netta, un po’ paradossale se si pensa che spesso le posizioni di partenza non sono distanti.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino


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