gerusalemme

Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 gennaio 2017
jer-500x250.jpg

2min740

jer

Un sessantesimo di Olam Ha’Ba
(Shabbat a Gerusalemme)

È Sabato:
Figure di scacchi
Scivolano lentamente
Nella città d’Oro

Ha frugato nella mia intimità rubata
Il mio grembo è un deserto di ghiaccio

Ma ora
Ecco il tenero deserto della Sposa
Dolce attesa
Di un frammento d’eternità

Il vento mi accarezza, materno
Mi scolpisce
Come creatura nuova
Io, angelo di cemento
Contro il cielo terso

Di continuo l’universo si rigenera
Dolorosamente

Ma oggi
Solo il silenzio della creazione
Oggi vivo sospesa
Nel respiro di Dio

Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza
Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 gennaio 2017
jerussanta-500x350.jpg

5min781

veritanegata“Libertà di parola significa poter dire quello che vuoi […] ciò che non puoi fare è mentire e aspettarti di non essere tenuto a risponderne”. Questa frase è tratta dal film “La verità negata” di Mick Jackson, che affronta il tema del negazionismo della Shoah. Ho deciso di partire proprio da questo per rispondere all’ennesima polemica sul conflitto arabo-israeliano.

Qualche mese fa su un giornalino di un liceo di Roma sono usciti due articoli, particolarmente duri e provocatori, riguardo a questo tema. Attacchi senza senso sono mossi agli israeliani, considerati “carnefici”. Entrambi gli articoli si fondano su stravolgimenti storici. Non voglio entrare nel merito di quanto scritto in quanto farei riferimenti incomprensibili per chi mi sta leggendo. Ma il problema degli attacchi mediatici a Israele è ormai all’ordine del giorno. La scrittrice attacca perfino il sistema Iron Dome per i suoi costi “proibitivi”. Certo, ma non parla di quante vite umane salva, la vita di un uomo non ha prezzo. Sarebbe come criticare un farmaco salvavita solo perché è molto costoso.

onuplanSpesso la costituzione dello stato d’Israele è descritta come un atto di forza, ignorando che Israele è nata per volontà mondiale e che, al contrario, la popolazione araba rifiutò la spartizione proposta dall’Onu nel 1947, affinché uno stato arabo e uno stato ebraico potessero convivere. Israele è l’unica democrazia presente attualmente in Medio Oriente; è solo grazie alla riunificazione di Gerusalemme sotto il governo israeliano che tutte le religioni possono pregare senza pericolo nei propri luoghi di culto. Invito quindi chiunque voglia scrivere di questo o voglia trattare questo tema a leggere la dichiarazione della fondazione dello stato d’Israele che cita: “lo stato d’Israele […] sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace […] assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione […] Tendiamo la nostra mano a tutti gli stati vicini e ai loro popoli in un’offerta di pace e di buon vicinato”. Peccato che il giorno dopo la sua costituzione, lo stato d’Israele fu immediatamente attaccato dai suoi vicini, e gli attacchi allo stato e alla sua popolazione non hanno da allora mai avuto fine.

jerussanta
Gerusalemme, crocevia di culture e tradizioni

E’ per tutti questi motivi che avevo deciso di non rispondere. Le mie parole non avrebbero aggiunto niente ai fatti. Chi critica incondizionatamente Israele non approfondisce nemmeno la realtà dei fatti. Rimane però un senso di frustrazione quando assisto a tutto questo. Credo allora che sarebbe giusto che nelle scuole, oltre a far conoscere la Shoah, fosse offerta un’informazione corretta sul conflitto arabo-israeliano; così come sarebbe opportuno formare ragazzi della mia età affinché possano essere in grado di replicare con chiarezza e competenza, una competenza che non sempre abbiamo. Solo una richiesta di maggior attenzione ai dirigenti scolastici. E’ giusto e opportuno lasciare libertà di parola, di espressione, di opinione e di stampa, ma non è giusto stravolgere la verità storica. Sarebbe come considerare libertà di opinione scrivere che la Cappella sistina è stata affrescata da Giotto. Concludo con un’altra frase tratta dal film che mi ha molto colpita: “Io non attacco la libertà di parola, difendo solo il diritto di lottare contro chi vuole sovvertire la verità”.

Keren Perugia
Keren Perugia vive a Roma, dove frequenta il liceo classico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 ottobre 2016
kotelunesco-500x289.png

3min660

Pubblichiamo la lettera inviata dall’Ugei e da Giovane Kehilà a Vincenza Lomonaco, Ambasciatore Capo della Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unesco, chiedendo ragione dell’astensione del nostro Paese sulla recente mozione che riguardava il Monte del Tempio e Gerusalemme. Auspichiamo un deciso cambiamento di valutazione in vista di martedì prossimo 18 ottobre, quando la risoluzione sarà sottoposta a voto definitivo.

kotelunesco

Milano e Gerusalemme, 14 ottobre 2016

Alla cortese att.ne di Vincenza Lomonaco, Ambasciatore Capo della Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Unesco

Con l’astensione dal voto di ieri sulla risoluzione che di fatto nega qualsiasi legame storico dell’ebraismo con il Monte del Tempio e iI Muro Occidentale, a Gerusalemme, l’Italia, per il suo tramite, ha dimostrato di non conoscere la storia del Monte Moriah e dei due Templi che vi furono eretti, il primo distrutto da Nabucodonosor nel 586 a.C, il secondo da Tito nel 70 d.C, le cui vestigia sono visibili a Roma sotto l’arco a lui dedicato.
Questi luoghi sono stati per circa un millennio il centro della vita spirituale, civile e politica del mondo ebraico e per un periodo di tempo lungo il doppio riferimento essenziale per il popolo ebraico in tutto il mondo.
Per questo vogliamo sperare che il giudizio espresso nella sede dell’Unesco dall’Italia non sia un troppo facile e ingiusto tentativo di sacrificare le ragioni della storia a quella parte di mondo che nega a Israele il diritto a esistere, da pari, nel consesso delle Nazioni.
Noi giovani ebrei cittadini italiani, insieme ai giovani italiani che hanno scelto di vivere in Israele, esprimiamo profonda delusione per la scelta di astensione del nostro Paese in una circostanza in cui non crediamo dovrebbe sussistere il minimo dubbio su come schierarsi.

Michael Sierra, Coordinatore generale Giovane Kehilà
Ariel Nacamulli, Presidente UGEI – Unione Giovani Ebrei d’Italia

ugeigkeh


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 settembre 2016
julb1-500x265.jpg

7min700

julb1Viaggiare, conoscere, scoprire, queste sono le cose che ci arricchiscono come persone. Partiamo per entrare in contatto con nuove culture, modi di vita e di pensare diversi; ma altresì per vedere realtà che ci sembrano lontane o esagerate dai più, o che non consideriamo affatto, rimanendo fermi nelle nostre prevenzioni e paure.

Scoprire ciò che ci circonda è primordiale, perciò decisi di intraprendere un viaggio in Israele con un’organizzazione giovanile internazionale per capire, poter toccare con mano e portare un aiuto che a noi sembra piccolo e scontato ma per altri decisamente significativo. Ero partito per capire le origini di un popolo, comprendere al meglio i dettagli di un conflitto e vedere con i miei occhi l’effettivo stato delle cose; spesso in disaccordo con ciò che ci viene proposto dai media o da altri soggetti inclini a manipolare l’informazione a fini speculativi.

Mi recai a Gerusalemme, dove le tre principali religioni monoteiste vivono in armonia. Lo prova un semplice aneddoto sulla custodia delle chiavi della chiesa del Santo Sepolcro. Poiché le chiese cristiane non riuscivano a mettersi d’accordo sull’affidamento delle chiavi, si decise di darle in custodia alla comunità musulmana locale, che ancor oggi assolve questo compito aprendo le porte al mattino e richiudendole la sera. Ciò mostra che le relazioni che si basano sulla fiducia e l’apertura d’animo non sono confinate all’appartenenza religiosa; cosa che viene spesso dimenticata da troppa gente.

jul2Ci spostammo dunque ad Ashdod, in un centro ricreativo per bambini problematici chiamato Beth Lavron. Ci accorgemmo che tante erano le differenze linguistiche, culturali ed educative che dovevamo affrontare, e questo aumentò la nostra paura di non essere in grado di aiutare questi bambini. Il mattino seguente arrivarono i ragazzini per formare i gruppi con cui avremmo passato i successivi dieci giorni. Capitai con dei giovani di età compresa tra 8 e 10 anni. Erano felici di vederci, tanto che ci vennero subito incontro per giocare; quasi capendo e volendo abbattere il nostro imbarazzo. La voglia di svagarsi prese allora il sopravvento. Correvano, saltavano e interagivano con noi, per quanto fosse possibile, dati gli evidenti problemi linguistici da parte nostra. Cominciammo. Mi ricordo che la prima cosa che feci fu insegnar loro il mio nome e imparare i loro, così da instaurare un rapporto. Giocammo allora a “nascondino”, “acchiapparella” e ad altri giochi che ci insegnavano loro stessi.

Già dal giorno seguente il legame divenne subito molto forte, riuscivamo a capirci sempre meglio, senza parlare la stessa lingua, ma con un effettivo dialogo basato sulle intenzioni e le emozioni. Ricordo con commozione un momento in cui uno dei bambini con cui legai maggiormente mi chiese il permesso di andare a prendersi un bicchiere d’acqua. Andò e ne riportò due: uno per sé e uno per me, senza che glielo avessi chiesto. Mi emozionai perché mi fece riflettere sulla essenzialità delle cose semplici come l’acqua e l’importanza dello svago in realtà difficili da vivere, nelle quali non si riscontrano ottime condizioni di vita. Ma il desiderio, nonostante la poca disponibilità, di condividere anche poco con me – un estraneo fino al giorno prima, divenuto un amico sincero, poiché sincere sono le emozioni che avevamo entrambi – era molto forte.

jul3La settimana passò in fretta. Il nostro programma terminava con la consegna di zaini riempiti di tutto l’occorrente per poter studiare: mettevamo matite, libri, penne, quaderni… Arrivò l’ultimo pomeriggio. La tristezza della consapevolezza di doverci salutare era palpabile sia per noi sia per loro. Cercammo però di rimanere gioiosi e festosi. Prese inizio la “cerimonia”, uno spettacolo al seguito del quale sarebbero stati consegnati gli zaini. Finita la distribuzione, arrivò il momento di salutarci. La commozione prese il sopravvento e là dove c’erano stati sorrisi scendevano oramai lacrime. Salutai Maïk che con suo fratello Jonny se ne tornò a casa, malgrado il forte desiderio di passare un altro pomeriggio insieme a evadere dalla realtà quotidiana.

Al termine di quest’esperienza cambiai la mia visione del mondo. Divenni consapevole delle difficoltà che troppe persone devono affrontare. Il centro, inoltre, riuniva bambini di diverse religioni e nazionalità, perché passassero momenti di svago in compagnia. Decisi quindi di adottare un comportamento più aperto alla diverse realtà con le quali condividiamo questo mondo e imparare a conoscere di più le persone oltre la loro religione o le loro preferenze politiche. Sono passati più di quattro anni e ancora ho come sfondo del cellulare un selfie fatto da Maïk; questo per non dimenticarmi mai di lui e per ricordarmi della fortuna che ho e che disgraziatamente troppe persone in giro per il mondo sognano soltanto.

Julian Pietro Saija
Julian Pietro Saija

Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 settembre 2016
jij2.jpg

8min760

jij2In Hillel Street, non lontano dal tempio italiano di Yerushalaim, sorge il JIJ, acronimo per Jerusalem Institute of Justice. Calev Myers, avvocato e attivista per i diritti umani originario degli Stati Uniti ma immigrato in Israele negli anni ’90, ha fondato l’associazione nel 2004. L’obiettivo e il lavoro che il JIJ porta avanti può essere riassunto con le prime frasi del discorso che Myers ha tenuto nel 2013 a Toronto (Canada) in occasione della Palestinian Human Rights Week:

 “Noi cerchiamo di guardare alle varie problematiche da una prospettiva centrata sui diritti umani. Quando utilizzi la lente dei diritti umani riesci a vedere cosa sta accadendo e chi sono coloro che abusano davvero dei diritti umani dei palestinesi. Non sono i soldati ai checkpoint, il governo israeliano o i [cosiddetti] coloni (ebrei) nei territori: è l’Autorità Palestinese stessa e le nazioni che circondano Israele.”

Di primario interesse è fornire una visione più bilanciata e realistica di ciò che accade nei Territori: in particolare, lo staff del JIJ si occupa di scrivere report nei quali denuncia gli abusi dell’Autorità Palestinese nella West Bank e del governo di Hamas a Gaza.

Molti altri progetti nascono tra le mura del Jerusalem Institute of Justice: tra gli altri, viene offerto supporto ai “lone soldiers” (i.e. soldati che non hanno famiglia da cui tornare nel weekend) offrendo loro i pasti per lo Shabbat e per le festività e aiutandoli a fronteggiare bisogni pratici come comprare una casa e vestiti.

Oltre alle persone che dirigono l’associazione, lo staff è composto principalmente da giovani ragazzi provenienti da tutto il mondo: tra questi Beniamino Parenzo, un giovane ebreo padovano che dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita con il massimo dei voti presso l’Università degli Studi di Trento, ha deciso di cercare lavoro in Israele ed è approdato al JIJ. Per capire meglio il lavoro dell’associazione e quale ruolo occupi Beniamino, ho deciso di porgli alcune domande.

Beniamino Parenzo
Beniamino Parenzo

Come sei approdato al JIJ? Subito dopo la laurea ho pensato di trascorrere un periodo di tempo in Israele in quanto avevo già trascorso un anno come “Exchange Student” alla Hebrew University di Gerusalemme. Israele, tra odio e amore, in qualche modo mi era rimasto dentro. Mi sono quindi rivolto alla “International Association of Jewish Lawyers and Jurists”, i quali hanno mandato il mio curriculum a varie associazioni, tra cui il JIJ. Quando mi hanno chiamato per il colloquio ero molto felice perché potevo occuparmi di diritti umani, migliorare il mio inglese scritto e soprattutto ritornare nella splendida Gerusalemme.

Perché hai deciso di lavorare in una ONG e perché sei interessato ai diritti umani? Il JIJ è una delle poche vere ONG neutrali: in Israele e non solo, è pieno di associazioni che non aspettano altro che buttare Israele in pasto ai media per ogni singola minima apparente violazione delle norme di diritto umanitario. Al contrario, il compito che il JIJ si è proposto è quello di svelare una verità molto scomoda ai più: il primo vero male dei palestinesi non è Israele ma i rappresentati dei palestinesi stessi, che si tratti di Hamas o di Fatah, che quotidianamente calpestano le varie convenzioni internazionali sui diritti umani che davanti all’opinione pubblica, però, sono sempre pronti a firmare.

Qual è il tuo ruolo all’interno del JIJ? In teoria e in pratica sono un ricercatore: il mio compito consiste nello scrivere brevi report sui temi più vari che vengono poi da chi di dovere presentati, tra gli altri corpi istituzionali, anche alle Nazioni Unite. Per fare un esempio, uno dei report di cui mi sono occupato riguardava il finanziamento proprio da parte dell’ONU di un’associazione islamica che, secondo i servizi di sicurezza israeliani, è uno dei tanti finanziatori di Hamas. Inoltre ho anche redatto una breve storia politica di Israele che verrà pubblicata sotto forma di brochure per rinfrescare la memoria su certi dati della storia che giovani studenti facenti parte di quei gruppi che supportano, tra le varie cose, il BDS, troppo spesso dimenticano o semplicemente non sanno.

jij1Com’è lavorare nel cuore di Gerusalemme? Yerushalaim è una città stupenda, non come quell’immondezzaio di Tel Aviv [ride]. A parte gli scherzi, a Gerusalemme vedi tutto: dai gruppi di ultraortodossi che discutono animatamente davanti all’ufficio, all’arabo che mangia il falafel, al turista giapponese che fotografa entrambi. Il concetto è che questa è Israele: un mix di culture, persone, cibi, lingue e tradizioni, distinte ma non necessariamente in conflitto.

Progetti per il futuro? Attualmente sto elaborando un progetto per un dottorato di ricerca alla Hebrew University su un tema di diritto penale internazionale. Il processo di ammissione è molto selettivo e complesso (sì, anche questo è Israele: competitivo e odiosamente burocratizzato) quindi non c’è ancora nulla di certo. Come si suol dire, aspetto e spero.

Beniamino Parenzo ha descritto la propria attività presso il Jerusalem Institute of Justice in un articolo pubblicato da “The Times of Israel”.

Miriam Sofia, di Torino, sta completando il master in Neuroscienze a Padova. Attualmente svolge un Tirocinio presso il Tel Hashomer Hospital di Tel Aviv
Miriam Sofia, di Torino, sta completando il master in Neuroscienze a Padova. Attualmente svolge un Tirocinio presso il Tel Hashomer Hospital di Tel Aviv


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci