germania

Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 luglio 2018
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Non andava lontano Wilhelm Von Humboldt quando scriveva che l’uomo vede le cose sostanzialmente, anzi esclusivamente, nel modo in cui la lingua gliele propone. La lingua tedesca, con i suoi quattrocentomila lemmi, fornisce a chiunque voglia studiarla una quantità di parole interessanti: per etimologia, significato e rigore esplicativo. Laddove l’italiano, l’inglese o il francese utilizzano perifrasi per esprimere concetti, il tedesco fornisce parole che in poche lettere racchiudono il succo di un’idea. La lingua definisce il mondo in cui si vive e pensare che il Duden, il vocabolario tedesco, è da anni nei best sellers, lascia riflettere. I tedeschi proteggono la propria lingua: non è per loro una vecchia ciabatta slabbrata, comoda certamente, ma priva della forma originaria, a differenza di ciò che avviene con l’italiano, la cui grammatica troppe volte deformiamo. È piuttosto “Weltanschauung”, concezione del mondo e della vita. Concepita dai filosofi tedeschi alla fine dell’Ottocento tale parola rappresenta un sistema coerente, in cui da un punto di vista archimedico – ovvero da alcune convinzioni di fondo – si possono spiegare il mondo e le leggi del suo sviluppo. Termine tristemente associato alla Germania nazista, il più grande trauma da cui la nazione sia mai stata colpita, la “Stunde null”, l’ora zero da cui la storia sarebbe dovuta ripartire. Se non fosse che una nuova “Weltanschauung” di lì a poco avrebbe assoggetto una metà della Germania, quella comunista. È dunque una visione del mondo che catalizza lo sguardo e non ammette altri punti di vista, imprigionando l’osservatore a vedere le cose in un solo modo. Parola ugualmente interessante è “Nestbeschmutzer”, l’insozzatore del nido che sporca il nucleo a cui appartiene. Heine e le sue belle poesie ne sono l’esempio. Ebreo convertito che emigra a Parigi perché stanco della censura, non dimentica la sua “Heimat”, la patria, di cui conserva una bruciante nostalgia. Di Heine i tedeschi non tollerano l’ironia, talvolta sacrilega, nei confronti della Prussia e delle sue virtù militari. Destino dei “Nestbeschmutzer” è di avere, accanto ai detrattori, un nutrito gruppo di ammiratori che tentano l’impossibile per ergere una statua al poeta romantico. Nell’elenco di parole interessanti che valgono la pena di essere ricordate si ha “Schadenfreuden”, alla lettera la gioia delle disgrazie altrui. Un sentimento presente in ogni società che ha avuto però la fortuna di essere condensato dal tedesco. Accanto ad esso altri termini dello stesso ambito semantico sono stati concettualizzati: la “Vorfreude”, l’attesa che precede la gioia e l’ “Angst”, l’angoscia mescolata alla paura, tanto apprezzata dagli inglesi che l’hanno adottata senza tradurla. E poi, forse la più importante, quella che rievoca ai tedeschi di oggi – e non solo ai tedeschi – brutti ricordi: “Vergangenheitbewältigung”, il confronto con il passato. Per anni il passato è stato ignorato e volutamente accantonato fin quando Alexander e Margarete Mitscherlich denunciarono “l’incapacità dei tedeschi di portare il lutto”. Con l’avvento della Germania comunista le cose divennero certamente più semplici, ma il problema rimaneva eluso. Il passato veniva liquidato come cosa estranea alla DDR e il Muro di Berlino ne diventò il simbolo. Solo con lo sceneggiato americano Holocaust, negli anni ‘70, il pubblico si sentì obbligato a cominciare a fare i conti con un precedente scomodo, diventando da lì in poi sempre più presente. Dai programmi scolastici ai dibattiti televisivi fare i conti con il passato era qualcosa in cui era inevitabile imbattersi, e di cui farsi carico. Perché non è vero che la storia non insegna nulla, insegna a chi è tutto orecchi e non teme la responsabilità e l’ardore che tale gesto richiedono, insieme a una buona dose di coraggio, autocritica e capacità di riconoscere i propri sbagli.

Marta Spizzichino


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 marzo 2018
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Una fotografia scattata a Babij Jar, presso Kiev, dove il 29 e 30 settembre 1941 tedeschi e collaborazionisti ucraini massacrarono oltre 33.000 ebrei

Una suggestione poetica rileggendo per l’ennesima volta 1° settembre 1939 di Wystan H. Auden e il commento di Iosif Brodskij, in italiano nel volume pubblicato da Adelphi trent’anni fa con il titolo Il canto del pendolo:
“I and the public know
What all schoolchildren learn,
Those to whom evil is done
Do evil in return”.
[“Io e il pubblico sappiamo / ciò che ogni bambino impara a scuola, / quelli cui male è fatto / faranno male in cambio”]

Sono versi evidentemente sdrucciolevoli, da maneggiare con cautela e evitando facili strumentalizzazioni. Va sottolineato, innanzitutto, che sono stati scritti nel 1939, cioè quando il peggio stava arrivando ma non era già arrivato. Si riferiscono a Adolf Hitler e alla Germania e non sono un tentativo di giustificare, ma di capire, portato da un poeta che a lungo aveva visitato Berlino negli anni di Weimar, e che sapeva bene che il nazismo significava la fine del mondo di Grosz, Brecht, Lang e soprattutto Isherwood – che di Auden fu prima amante e poi l’amico più caro – e il trionfo della volgarità e della violenza.

Ernst Ludwig Kirchner, “Autoritratto da soldato”

Le parole di Auden mettono i brividi “perché in questi quattro versi ci immedesimiamo”, secondo Brodskij, perché “è una interpretazione quanto mai coerente del concetto del peccato originale” cristiano. Ma mettono i brividi anche perché noi sappiamo che cosa è accaduto dopo, ma anche quello che è successo prima, a partire dalla pace punitiva imposta alla Germania a Versailles, a cui con ogni probabilità Auden pensava. Non stupisce allora vedere risorgere in modo via via più esplicito e veemente l’odio per il diverso, lo straniero, l’ebreo nell’Europa orientale, proprio la regione in cui la Germania nazista ha operato con più ferocia e violenza, e che poi per decenni è soggiaciuta ai dettami del sovietismo, che ha rifiutato qualsiasi processo sostanziale di educazione e comprensione del nazismo in nome dell’anodina ipersemplificazione ideologica imposta a tutta l’area del Patto di Varsavia.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 marzo 2018
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Ecco la parte II dell’articolo da Berlino di Simone Bedarida. Clicca qui per leggere la parte I.

La sinagoga di Oranienburger Strasse

Usciti dal museo, possiamo facilmente raggiungere la bella e centrale Friedrichstrasse, via di negozi di lusso e bar rinomati, centro geografico di Berlino ma in passato punto di confine tra Berlino Ovest e Berlino Est. Ci imbattiamo infatti nel mezzo del nostro cammino nel celebre Checkpoint Charlie, un punto di controllo tra il settore americano e quello sovietico, diventato oggi famosa attrazione turistica. Entriamo a Berlino Est, camminiamo e proseguiamo, finché non arriviamo al ponte sul fiume Sprea. Alla nostra destra, gli edifici più belli della città: i musei dell’isola e il duomo di Berlino. Proseguendo diritti entriamo nel quartiere di Mitte, il più storico e caratteristico della capitale tedesca. Tra le sue strade più importanti, poco più avanti c’è Oranienburger Strasse, via larga e imponente, che però nasconde sotto gli archi, quasi invisibili, dei piccoli vicoli: si può girare, ed esplorare, e all’interno di questi troviamo almeno due o tre differenti bar, affollati la sera e realizzati in uno stile volutamente fatiscente, per rendere l’idea di  “alternativo” e “trasgressivo”, che è anche un po’ lo stile di Berlino. I vicoli sono anche emblema della street art: graffiti e affissioni a creare autentiche opere d’arte. Naturalmente i vicoli di questo tipo non sono solo a Oranienburger Strasse, ma in tutto il centro di Berlino. Ma perché è importante Oranienburger Strasse? All’improvviso, camminando, scorgiamo l’imponente facciata della Neue Synagoge, il tempio che fino al 1938 era il più grande dell’intera Germania, incendiato nella Notte dei Cristalli, bombardato durante la guerra, e demolito dalle autorità della Repubblica Democratica Tedesca. Caduto il muro di Berlino, si è provveduto al recupero e ricostruzione della sola facciata di ingresso. L’interno attualmente è un museo, mentre una piccola stanza ricavata funge da luogo di preghiera per la comunità riformata. La storia della sinagoga rappresenta tristemente l’emblema di un intero gruppo di ebrei cancellati.

Oggi, infatti, il quartier generale degli ebrei berlinesi ortodossi è dall’altra parte della città, in Joachimstalerstrasse, nel Neues Westens (l’altro centro di Berlino, quello costruito per concorrere a Berlino Est, e che trova il massimo splendore nell’elegante viale di Kurfurstendamm). Una sinagoga che ha più le sembianze di un teatro, salvatasi solo perché non prospiciente alla strada ma accessibile solo tramite un cortile interno. Gli ebrei di Berlino sono per lo più di origine ex sovietica (come per altro in gran parte del resto della Germania), con una grande presenza anche di israeliani stabilitivisi definitivamente. Questa storia riflette comunque quella della città stessa: Berlino, città dai mille volti, formata da tante piccole città. Cosmopolita, multietnica e decisamente poco tedesca (forse la città meno tedesca pur essendo la capitale). Qui ogni luogo e ogni persona che si incontra hanno sempre una storia da raccontare.

Simone Bedarida


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 gennaio 2018
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“La verità del male. Eichmann prima di Gerusalemme” (Luiss University Press), la ricerca di Bettina Stangneth che ribalta la celebre tesi di Hannah Arendt sulla “banalità del male”, non è libro che possa essere facilmente ignorato. Innanzitutto per la mole, frutto di un notevole lavoro di documentazione, e che a prima vista potrebbe spaventare. In realtà il libro si sviluppa come un giallo, seguendo passo dopo passo i movimenti di Adolf Eichmann durante i quindici anni che vanno dalla disfatta della Germania alla cattura in Argentina e al successivo processo a Gerusalemme.

Mentre Hannah Arendt ha sostanzialmente ignorato gli anni argentini di Eichmann, fondando invece la propria tesi quasi esclusivamente sugli atti del processo e sulle impressioni ricavate durante il suo svolgimento in Israele, Bettina Stangneth ricostruisce gli anni cruciali che hanno preceduto la cattura. In questo periodo Eichmann è parte della fitta rete di sostegno e aiuto reciproco tessuta dai nazisti in Sud America, incontra spesso numerosi camerati e non considera affatto concluso il progetto che ha condotto allo sterminio di due terzi degli ebrei europei solo pochi anni prima. Al contrario, lamenta di non essere riuscito a fare abbastanza per “sterminare il nemico”: “avrei potuto fare di più e avrei dovuto fare di più”, sostiene (p. 350), e “annuncia il suo sogno di una grande alleanza tra nazisti e arabi”, che peraltro aveva già visto cominciare a realizzarsi a suo tempo a Berlino con la presenza del Gran Mufti Amin al-Husseini e la cooperazione di quest’ultimo con l’RSHA, la più importante sezione delle SS (p. 462). Per l’Eichmann argentino è Israele ormai il grande nemico, e non era certo un ex nazista allevatore di polli (attività che effettivamente svolse con un certo successo) quello che con atipica partecipazione emotiva nel 1956 prende le parti degli egiziani durante la crisi di Suez: “Veicoli corazzati israeliani si fanno strada nel Sinai mettendolo a ferro e fuoco, mentre l’aviazione israeliana riversa bombe sulle cittadine e sui villaggi egiziani […] Chi sono gli aggressori qui? Chi i criminali di guerra?” (p. 261). A dettare queste parole, ancora una volta, una militanza antisemita che non è mai venuta meno. È d’altronde evidente che senza l’intervento dello Stato di Israele il processo sarebbe stato non realisticamente pensabile, e Eichmann avrebbe continuato a vivere tranquillamente in Argentina.

Una tela di Lucio Fontana

Negli anni in Sud America Eichmann non conduce una vita riservata, come invece per esempio Mengele, che infatti morirà anziano nel 1979, ma anzi pecca di imprudenza. Eichmann lascia infatti una notevole mole di appunti, le “Carte argentine”, e si lascia intervistare nel 1957 da un giornalista olandese nazista. In questi colloqui, denominati “Interviste di Sassen”, Eichmann descrive apertamente la propria vecchia attività, e soprattutto dalla loro analisi emerge il lavoro di ricerca di cui il volume rende conto.

Quando viene divulgata la notizia del rapimento di Eichmann, il panico si diffonde presso camerati e nazisti più o meno pentiti in tutto il mondo. Sono in molti, anche nell’establishment della Germania federale, a temere quello che Eichmann potrebbe dire. In realtà la lealtà del criminale nazista nei confronti delle proprie idee e dei camerati non viene meno neanche a Gerusalemme. Qui, sotto gli occhi di Hannah Arendt e del mondo intero, Eichmann sostiene a proposito dello sterminio degli ebrei: “Lo sapevo, ma non potevo farci nulla”, e si definisce un “uomo di vedute limitate” che “non andava oltre le sue competenze” (p. 418). Un uomo grigio, banale insomma come il male di cui sarebbe stato artefice. Per mettere seriamente in discussione questa lettura, ecco riaffiorare i documenti degli anni argentini, a dimostrare quanto il criminale a Gerusalemme abbia scelto un cambio di ruolo e anche, in fondo, la sua insincerità.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 marzo 2017
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mishloachÈ una tranquilla serata di giovedì in quel di Colonia: la pioggia mi dà finalmente un po’ di respiro, e il tramonto mi ricorda che la settimana sta finendo. Mi preparo una tisana, leggerò finalmente quel libro che ormai fa la polvere sul comodino.
Scheiße.
Domenica è Purim e non ho fatto le mishloach manot. Guardo l’orologio. Sono le 19, niente panico. Scendiamo sotto casa e vediamo se trovo qualcosa. Ringrazio di aver lasciato la Svizzera, almeno qui i negozi chiudono a un orario decente. Ringrazio anche la tradizione dei cestini di Pasqua per le uova colorate, almeno non devo usare antiestetici piatti di plastica. Vorrei pure ringraziare la mia lungimiranza e organizzazione che mi ha permesso di non ridurmi all’ultimo al solito, ma tant’è, compro il necessario per le mie bellissime e pienissime mishloach manot e torno a casa. Pericolo scampato.

Ah no.
Aspetta.
Ma a chi le regalo?!
Un genio, proprio.
Va beh, vediamo, le opzioni sono due: la prima è aspettare domenica, come dovrei, e portarle in tempio. Dove non conosco assolutamente nessuno.
Ipotesi scartata.
La seconda opzione è citofonare ai vicini, che sicuro non spiccicano parola di inglese, cercare di far capire loro che il cibo non è avvelenato, e che non voglio ucciderli, nonostante ieri abbiano fatto un rumore assurdo.
No, non funziona.
Non resta che portarle domani al lavoro. E così, con un meeting alle 8:30 e un’ora spesa tra spostamenti vari di metro e treni, io e il mio ingombrante sacchetto Ikea andremo in ufficio.

purimmmOvviamente le cose non sono andate così semplicemente, figurarsi.
Nella fretta salgo sul treno sbagliato, e me ne rendo conto alla fermata dopo. Sono nel mezzo del nulla. Fermo un tipo chiedendogli di chiamarmi un taxi (perché vi sfido io a prenotare un taxi in inglese quassù). Lo chiama, non arriva, fermo un’altra tipa, aspetta con me. Un uomo losco in una macchina nera mi si approccia. È il taxi. Strano è strano, ma non posso fermarmi a pensare alla mia incolumità ora, devo volare per quel maledetto meeting su Skype che sono già in ritardo. E i cestini in borsa si stanno pure disfacendo.

Arrivo in un ufficio, faccio le mie cose trafelata.
Sono le 10, e mi guardo attorno. Non c’è nessuno dei miei colleghi. Si sono presi la giornata libera, i maledetti.
E ora a chi consegno le mishloach manot?!

carlobigl“Goodmorning”.
Mi guarda con sospetto. D’altronde in 10 giorni che sono qui le ho parlato forse due volte. Di cui una perché l’ho urtata.
“Volevo consegnarti questo. Domenica è Purim, una sorta di Carnevale per noi ebrei, durante la quale si consegnano le misloach manot, porzioni di cibo letteralmente, per assicurarsi che ognuno abbia abbastanza da mangiare per il banchetto di Purim, ma anche per condividere amore e amicizia. Perché è obbligatorio essere felici durante questa festa”.
La sua espressione, da scettica, si apre in un sorriso: “Grazie mille Carlotta, è un gesto stupendo”.

Sarà che sono fortunata, non tutti gli ambienti lavorativi sono solari e accoglienti. Sarà che in fondo sono una stagista, agli inizi, e tutti sono cordiali e accondiscendenti. Sarà anche vero tutto ciò, ma venerdì, mentre lavoravo, avevo il sottofondo più bello: un continuo sgranocchiare di noci e uno scartare caramelle. E, facendo attenzione, si poteva sentire anche il battere di cuori felici.

Chag Purim Sameach

Carlotta Micaela Jarach, milanese. Studia in Svizzera
Carlotta Micaela Jarach, milanese. Dopo gli studi in Svizzera, per lo stage ha scelto Colonia


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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