filippo tedeschi

Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 febbraio 2018
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Leggendo sui vari canali social del mondo giovanile ebraico molte interessanti discussioni attorno al problema della rappresentatività, mi era venuta voglia di scrivere due righe portando quella che è stata anche la mia esperienza di quattro anni di rappresentanza per la nostra unione. Sono entrato in carica per la prima volta ormai cinque anni fa forse nel momento più brutto della storia della nuova Ugei. Non che non ci siano sempre stati alti e bassi nei livelli di partecipazione, alti e bassi dovuti anche sicuramente al fisiologico ricambio generazionale, ma quello di cinque anni fa fu sicuramente il più brutto perché segnato da discussioni spesso violente e dolorose. Dolorose perché arrivavano a toccare le scelte personali delle vite delle persone, dolorose perché estremamente divisive al nostro interno. Quella spaccatura portò nel giro di davvero meno di due anni a un calo vertiginoso della partecipazione. Da quella spaccatura si è ripartiti piano piano, soprattutto grazie al fatto che i protagonisti di quei dibattiti si sono largamente resi conto che la nuova situazione imponeva di concentrarsi su altre priorità e mettere da parte l’ascia di guerra.

Perché vi dico questo? Perché oggi vedendo discussioni e interventi che qualcuno potrebbe definire “rompiscatole”, io vedo comunque che si sta ricreando un clima “frizzante”di dibattito e che sta interessando persone che comunque fino a poco fa della rappresentanza giovanile ebraica non si interessavano. È evidente che questo non è un problema puramente dell’Ugei (dove comunque la cosa è ancora più macroscopica) ma tocca tutto l’ebraismo italiano e tutte le comunità. Un esempio? La Comunità ebraica di Roma, la comunità più grande dove alle ultime elezioni l’affluenza si è fermata poco sopra il 35%. Ed in quel 35% degli ebrei romani stanno dentro tutte “le anime e le correnti” della Comunità. Talvolta estremamente contrapposte. E percentuali e divisioni simili sono riscontrabili anche nelle altre medie e grandi Comunità. Quel simbolico 35% è quella parte “viva” delle nostre comunità, quella “che ci tiene” e al cui interno, volendo, potremmo anche fare un sondaggio su cosa pensano di quello che esce da queste colonne. Ed è anche vero che, questa volta veramente in particolare a Roma, la maggioranza di quel 35% potrebbe non condividerne talvolta i contenuti, talvolta la forma, talvolta l’opportunità. Ma, di nuovo generalizzando, la maggioranza degli iscritti alle nostre comunità (e discorso analogo vale in proporzione anche per i giovani) è invece composto da quel 65% di persone che seppur facendone parte sulla carta, fisicamente e moralmente ne risulta assente. Gente che spesso non solo non si interessa minimamente di quello di cui noi (giovani e grandi) come ebraismo, discutiamo, ma se proprio riuscissimo a interrogarli su, ad esempio, cosa pensino degli articoli di questa testata, sono convinto che spesso non ci vedrebbero tutto il male che ci vede parte di noi.

Questo giornale ha sempre voluto essere una piattaforma di dibattito per tutte le anime del nostro ebraismo e non unicamente un organo di diffusione dei comunicati del Consiglio (il che effettivamente imporrebbe dei vincoli dovuti alla rappresentatività del ruolo). Rappresentante è il Consiglio, non il giornale. E comunque, se anche si volesse che fosse un organo di rappresentanza, bisognerebbe sempre fare i conti con il famoso 65%. Con questo non dico di condividere tutto ciò che il direttore di questo giornale ha scritto in questi anni, anzi, quante discussioni ci siamo fatti, ma ci tengo a precisare che chi fa più rumore non è per forza la maggioranza (anche se pensa di esserlo). Le critiche al nostro Statuto, alla struttura del Congresso e delle elezioni sono importanti e vanno affrontate.

C’è chi dice che è ingiusto doversi prendere dei giorni di ferie e pagarsi un biglietto ferroviario e un albergo per poter esprimere il proprio pensiero. Eppure uno degli obiettivi principali dell’Ugei deve essere proprio quello di far muovere i ragazzi. Far sì che i ragazzi di tutta Italia si possano incontrare anche venendo da città lontane, in modo tale che tutti ci si renda conto di qual è la realtà ebraica al di fuori del proprio Tempio. Perché ricordiamoci non c’è solo la politica, ma c’è anche il lato aggregativo e centinaia e centinaia di famiglie ebraiche sono nate proprio grazie all’Ugei e alla precedente Fgei.

Quali soluzioni? La mia modestissima proposta e di tornare al modello del Congresso a delegati. In cui a Roma si eleggono in una assemblea locale, ad esempio, 8 delegati, a Milano 5, a Torino e Firenze 2 a testa e 2 in rappresentanza di tutte le altre. Ogni delegato poi, in sede di elezione di un consiglio da 7 propone un massimo di 3 nomi tra i delegati. Insomma, rendere il Congresso un atto conclusivo di una discussione a base locale garantendo così la possibilità di una partecipazione più ampia dei ragazzi a livello decisionale, sperando che si riproponga poi negli eventi nazionali. È una proposta che cerca di unire criteri di proporzionalità territoriale e di garanzia di una dovuta rappresentanza anche degli ebrei delle comunità minori. Tutto si può migliorare, ma almeno discutiamone.

Filippo Tedeschi, torinese

Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 gennaio 2018
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L’invito era uno di quelli importanti, la responsabilità di quello che si andava a fare pure. Le giornate dei colloqui ebraico-cristiani, giunte ormai alla trentottesima edizione, sono un evento che raccoglie nello speciale scenario del monastero di Camaldoli (AR) i più importanti studiosi delle religioni, esperti biblisti, rabbini, pastori, membri del clero di Roma e un pubblico attento e preparato. E poi i giovani, con un momento esclusivamente dedicato a noi ragazzi di UGEI, FUCI (Federazione universitaria cattolica italiana) e FGEI (Federazione giovanile evangelica italiana). Il tema di quest’anno dei colloqui era “la preghiera”. Ad alternarsi come relatori, solo per citarne alcuni, i biblisti Alexander Rofé (Università di Gerusalemme) e Daniele Garrone (Facoltà teologica valdese di Roma), il rabbino capo di Firenze Amedeo Spagnoletto e il teologo Piero Stefani. Vari i punti di vista sotto i quali è stato affrontato il tema generale: le radici bibliche della preghiera, come questa sia mutata fino ai nostri giorni, la struttura della preghiera ebraica e poi l’analisi di due preghiere “problematiche” come la Birkat ahMinim e la Preghiera del Venerdì Santo.

A noi giovani il compito di dare un punto di vista più pratico, forse meno teologico, ma sicuramente altrettanto interessante: portare la nostra testimonianza quotidiana nell’approccio con la preghiera. Come mantenere la propria identità in una società giovanile sempre meno religiosa? Quanto l’esperienza di gruppo può essere utile per rafforzare la pratica della preghiera? E la società che ci circonda? Le nuove esperienze delle sale del silenzio e il loro auspicabile approdo nelle Università. L’amore. Il bisogno di sentirsi sempre in relazione con una entità superiore. Questi i temi emersi nel corso della nostra tavola rotonda anche alla luce del confronto e delle domande col pubblico.

Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei 2017

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 gennaio 2018
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A gennaio 2018, come prevede lo statuto, terminerò il mandato insieme agli altri consiglieri UGEI 2017. Non voglio farlo senza prima aver espresso qualche pensiero personale su quella che è stata la mia esperienza.

Sono entrato nel Consiglio UGEI nel 2016, un Consiglio rinnovato del 100% rispetto al precedente, ritrovandomi inaspettatamente presidente. Forse perché non ero pronto, forse perché non si è mai veramente pronti, ci sono stati momenti in cui non ero più sicuro di me. Ho mosso timoroso i primi passi insieme agli amici che mi hanno accompagnato in questa avventura, con la paura di sbagliare (e ho sbagliato tanto!) in un evento o in qualche iniziativa politica. Poi ho ripreso motivazione e coraggio. Ho cercato fin da subito di trasmettere la mia visione di un ebraismo giovanile unito che riuscisse a comprendere tutte le differenze che ci caratterizzano. Ho cercato di analizzare i problemi e proporre soluzioni, potenziando ciò che funzionava.

Quello che ci siamo trovati inizialmente davanti, come credo succeda in qualsiasi organizzazione, se non in tutto nella vita, era un mondo di critiche e personalismi. In molti erano pronti a dire ciò che secondo loro sbagliavamo. Alcune critiche erano costruttive, altre sicuramente meno. Raramente ricevevamo consigli su come migliorare e quasi mai un aiuto effettivo. Il sostegno dagli amici, quello c’era sempre. Questo ci ha rafforzato tanto. Dopo il primo istante di abbattimento siamo diventati più sicuri di noi, consapevoli che non si possa fare nulla di veramente importante senza qualcuno che provi a ostacolarti. Abbiamo organizzato eventi alla nostra maniera, discusso su ciò che ritenevamo più importante e dato a questo giornale l’impostazione “aperta al libero confronto” che meritava.

Alla fine del 2016 ho deciso di ricandidarmi insieme a Giorgio e Filippo per l’anno successivo, volendo offrire una continuità all’UGEI. Insieme a noi altri 4 ragazzi hanno formato il Consiglio 2017.

Sapevamo già cosa avremmo incontrato, eravamo già preparati grazie al bagaglio di esperienze dell’anno prima. Eppure è stato un anno faticoso, probabilmente anche più del precedente. Le tensioni e le difficoltà nel realizzare ciò che volevamo lo hanno reso tale. Non nascondo che alla fine del mandato io, come altri consiglieri, fossi sfinito. Eppure abbiamo realizzato tanto, grandi eventi, nuovi legami e contatti. C’è tanto di cui essere orgogliosi.

Quando poi sono arrivato a Torino, al recente Congresso Nazionale, la gioia. Ho visto tanti ragazzi come me, pronti a discutere dell’ebraismo italiano, di come migliorarci, offrendo proposte concrete. È stato emozionante vedere giovani attivi per le stesse cause in cui credo e per cui mi sono speso per due anni. Ho la consapevolezza dopo due anni di aver lasciato un’UGEI migliore, viva e con tante proposte che spero possano essere realizzate.

A Carlotta e a tutto il Consiglio 2018 offro il mio supporto. Vi lascio la mia storia, se vorrete leggerla. So che a volte può essere dura, ma sono certo riuscirete a trarre la motivazione di cui avrete bisogno dai vostri successi e dall’importanza del ruolo che ricoprirete. Non sentitevi mai delegittimati, non abbiate paura di parlare a nome dell’UGEI, ciò che fate ogni giorno per i giovani delle nostre comunità vi dà pieno diritto di farlo.

A tutti gli altri lettori consiglio di intraprendere un’esperienza come quella che ho vissuto io, non necessariamente nell’UGEI, sia chiaro. Nonostante questa esperienza abbia rallentato i miei studi è stata una palestra dal valore inestimabile e potendo tornare indietro sceglierei comunque questa strada. Cercate ruoli di leadership nelle vostre organizzazioni. Fate ciò in cui credete, metteteci impegno, perché tutto ciò che date vi ritornerà indietro.

Auguri di buon anno civile e di buon lavoro al Consiglio UGEI 2018.

Arièl Nacamulli, nato a Roma, studente al Politecnico di Milano

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 dicembre 2017
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La storia di Chanukkà è la storia di lumi che durano otto giorni, molto oltre le attese. Il guizzo di queste piccole fiammelle ricorda la vivacità tenace di altri lumi: quelli delle comunità ebraiche italiane di dimensioni già molto ridotte e in declino numerico evidentemente inarrestabile, almeno nel breve e medio periodo. Eppure, ha ricordato rav Ariel Di Porto in apertura del Congresso Ugei che si è svolto a Torino dal 15 al 17 dicembre, è proprio in circostanze di questo genere che l’impegno di tante persone può consentire il miracolo, cioè la sopravvivenza di una vita ebraica attiva, di manifestazioni liturgiche regolari, di eventi culturali di alto livello e partecipati, della consapevolezza di essere eredi di una tradizione importante, della costante duplice propensione all’insegnamento e all’apprendimento. Torino è oggi una di queste comunità, e per questo è stata scelta per ospitare il Congresso annuale dell’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia (Ugei), il momento in cui viene valutato l’operato del consiglio uscente, sono discusse le mozioni orientative che guideranno il nuovo consiglio ed eletti gli organi rappresentativi. Quello di Torino è stato il Congresso Ugei con maggiore partecipazione negli ultimi anni, anche e soprattutto grazie alla presenza di molti giovani della nostra comunità, a cui si sono uniti, nei momenti conviviali e alla tradizionale festa del sabato sera, numerosi studenti israeliani. Molti dei cinquanta torinesi coinvolti, peraltro, erano alla prima esperienza Ugei. E’ perfino banale sottolineare l’importanza, per la nostra comunità, di eventi di questo genere, soltanto nei prossimi mesi saremo però in grado di valutare quanto beneficio avrà portato allo sviluppo e all’attività del gruppo locale Get, comunque già in trend positivo. Il coinvolgimento di tanti giovani è stato possibile soltanto grazie al grande e valido aiuto che è stato dato a Filippo Tedeschi e me, consiglieri Ugei nel 2017 e dunque organizzatori, da Simone Santoro, Paz Levy, Baruch Lampronti e Elisa Lascar, e in misura minore da altri che non posso qui tutti ricordare.

Lo shabbaton è stato inoltre arricchito da momenti extracongressuali: una introduzione alla storia e alla realtà presente della comunità di Torino da parte del presidente Dario Disegni, che ha anche invitato il prossimo consiglio a programmare in collaborazione con il Meis un weekend a Ferrara nel 2018, proposta che mi auguro l’Ugei sappia cogliere e valorizzare; l’intervento del vicepresidente Ucei Giulio Disegni; la visita delle sinagoghe torinesi condotta da Baruch Lampronti e molto apprezzata dai partecipanti; la presentazione del progetto tirocini dell’Ucei da parte di Saul Meghnagi; i momenti liturgici e l’accensione della chanukkià insieme. Non ultimo, è stata anche l’occasione per ricordare Alisa Coen z’’l, la nostra amica scomparsa a diciotto anni dodici mesi fa in un drammatico incidente stradale, appena cinque giorni dopo aver partecipato al suo primo Congresso Ugei a Bologna.

Il Congresso si è concluso con l’elezione del nuovo consiglio, che sarà operativo dal 1° gennaio 2018, e di cui sono orgoglioso facciano parte due giovani torinesi che molto potranno dare anche alla nostra comunità negli anni a venire, Simone Israel e Alessandro Lovisolo. Con loro lavoreremo per fare in modo che Torino sia sempre più presente all’Ugei e l’Ugei a Torino, auspicabilmente con un nuovo grande evento fin dal prossimo anno.

Come ha sottolineato rav Alberto Somekh durante una breve lezione che ci ha offerto sabato, è l’accensione il momento centrale di Chanukkà. Non è sufficiente osservare i lumi già accesi da altri, ma è indispensabile un’azione, piccola o grande, in ogni caso diretta, propria, personale. Solo in questo modo possiamo pensare di mantenere per otto giorni, e molto più a lungo, le molte fiammelle vive e tenaci della nostra comunità.

Giorgio Berruto

Dal Notiziario della Comunità ebraica di Torino


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 novembre 2017
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Ci hanno appena lasciato due importanti figure del secondo Novecento, due grandi uomini, leader carismatici delle loro comunità: rav Giuseppe Laras e lo Shaykh Abd al-Wahid Pallavicini. Due uomini diversi per storia, per il modo in cui sono giunti alla loro fede, ma accomunati dall’impegno speso negli anni nel dialogo interreligioso.

Lo hanno fatto in modi diversi: Pallavicini in una chiave più ecumenica, Laras forse in chiave più politica o perlomeno più pratica, ma entrambi con lo stesso impegno e con la stessa passione.

Come giovani ebrei siamo chiamati a continuare sulla strada segnata da questi due grandi maestri cercando di cogliere da entrambi il meglio delle loro visioni per questo dialogo. Il dialogo religioso va fatto se questo risulta essere un dialogo utile, costruttivo di qualcosa di tangibile e non un mero esercizio di erudizione teologica. Tramite il dialogo dobbiamo costruire ponti, capisaldi comuni che ci permettano di avvicinarci e creare punti d’incontro tra le diverse comunità. Questa prima fase è la base di partenza del dialogo, quella che porta al rispetto reciproco, condizione essenziale per poter giungere alla seconda fase, quella più complicata ma più importante: quella in cui si mettono sul tavolo i punti che invece non sono condivisi a livello culturale, teologico, o anche politico. È nella condivisione pacata, e mediata dal rispetto precedentemente costruito, che si può pensare di discutere di ciò che invece non ci accomuna, restando quindi diversi, consapevoli che nelle nostre diversità risiede la nostra ricchezza.

Solo tramite il rispetto del prossimo è possibile poi discutere dei veri problemi di questa nostra società.

Filippo Tedeschi, torinese, è vicepresidente Ugei


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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