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Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 giugno 2018
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Un gigantesco uomo bianco caduto a terra, bocconi. Un piedistallo, anch’esso bianco, con la scritta “Sic transit gloria mundi”. Nel padiglione a fianco donne velate e uomini con il turbante, immagini di Putin, una bandiera LGBT bruciata, scritte in cinese, russo e arabo. Intorno al gigante disteso si aggirano figure a grandezza naturale, ma sembrano lillipuziani rispetto all’uomo bianco; alcune donne hanno il viso coperto, altri sembrano turisti. E’ l’installazione progettata e realizzata dall’artista olandese Dries Verhoeven, esposta in una piazza di Utrecht dal 17 al 26 maggio scorso.

A essere rappresentata è la caduta dell’Occidente dal piedistallo della storia? Così sembra, e così ha confermato lo stesso Verhoeven, che ha abituato in questi anni a realizzazioni che vogliono stupire. Non so se l’Occidente sia caduto e se si possa risollevare, ma è fuori dubbio che molti abbiano la percezione di una crisi che negli ultimi decenni e sempre più starebbe investendo il nostro mondo, e in particolare l’Europa – la “vecchia Europa”, espressione già di per sé piuttosto eloquente. Proprio per questo, quella di Verhoeven è un’opera che fa riflettere.

Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 dicembre 2017
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Il mito di Europa raffigurato su un cratere rinvenuto a Paestum

Leggere Grandangolo, il romanzo di esordio di Simone Somekh già recensito da più voci su queste colonne, mi ha regalato alcuni notevoli spunti. Tra questi, uno ha a che vedere con la vicenda complessiva descritta nel libro e vissuta dal protagonista Ezra Kramer: il viaggio. In Grandangolo il viaggio non è tanto un desiderio, un obiettivo da soddisfare, o meglio: è anche ma non soltanto questo. Il viaggio è la condizione in cui Ezra è calato e sono convinto che questo aspetto sia determinante nel rendere il libro attuale e vivo, perché è in qualche modo la condizione in cui ci troviamo noi tutti oggi. C’è un genere di viaggio che ai nostri giorni è molto diffuso, quello del turismo transcontinentale low cost, con il suo apparato di occhiali da sole e foto ricordo, in grado di azzerare la distanza tra un tempio buddista tailandese, un vulcano andino e persino la cancellata di Auschwitz. Nulla di male in tutto questo, almeno fino a un certo punto, ma non è questo il viaggio come condizione in cui si vive a cui penso leggendo il libro. Penso, invece, alla mobilità complessiva che definisce il mondo che ci circonda oggi: mobilità di persone, di merci, di informazioni. Che questa sia la realtà della nostra epoca, d’altra parte, è confermato indirettamente dai suoi stessi detrattori, che auspicano antistoricamente un ritorno alle vecchie dogane proprio perché riconoscono che la mobilità è una condizione centrale nel mondo di oggi, anche se la avvertono non come potenzialità ma come problema.

Più di ogni altra regione, l’Europa, per secoli terra d’elezione di feudi e barriere, principati, trincee e guerre per spostare confini, è percorsa come mai prima da viaggiatori. Molti sono coloro che si spostano per studio, per lavoro, per desiderio di esperienze nuove, e molti sono anche i nuovi venuti che varcano il Mediterraneo in fuga da condizioni che difficilmente riusciamo a immaginare fino in fondo. Questi ultimi compiono lo stesso percorso di Europa, figlia di Agenore re di Tiro, in Fenicia, quando Zeus sotto le sembianze di un toro la rapì e la condusse fino a Creta, come racconta Ovidio nelle “Metamorfosi”. La bella Europa, dunque, viaggia e approda su un’isola nel cuore del Mediterraneo, un lembo di terra di passaggio e di incontro. Intorno, le acque che allungandosi da Gibilterra al faro di Yafo, dal Sahara al mar Nero, stringono in un abbraccio unico popoli e terre.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 novembre 2017
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“Mio zio David era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva ancora europeo, a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi, slovacchi. Gli unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei. Mio padre diceva sempre: in Cecoslovacchia vivono tre nazionalità: cechi, slovacchi e cecoslovacchi, cioè gli ebrei. In Iugoslavia ci sono i serbi, i croati, gli sloveni e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di iugoslavi smaccati, e persino con Stalin ci sono russi e ucraini e uzbeki e ceceni e tatari, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico” (Amos Oz, “Una storia di amore e di tenebra”, Feltrinelli, ed. 2005 p. 86).

In tutta onestà sono convinto che gli anni trenta, oggi, non siano tornati, nonostante il risorgere diffuso di tensioni nazionaliste, localiste, particolariste, in buona misura frutti troppo maturi del risveglio delle identità. Un risorgere che ha evidentemente un legame con la diffusione sul Continente di razzismo, intolleranza e odio per il diverso e lo straniero, quel fascismo che non era morto, ma che oggi come mai prima dal 1945 rivendica se stesso e la propria storia e, come sempre in simili circostanze, l’antisemitismo, mostro proteiforme sempre pronto a riaffiorare dagli abissi marini.

Dell’Europa sull’orlo della disgregazione è paradigma l’Austria degli Asburgo, l’impero sovranazionale incastonato in uno spazio fuori dal tempo da tanti narratori, poeti e intellettuali ebrei. Sembra, oggi, di assistere al declino dell’idea di Europa, una decadenza che può durare decenni, come quella dell’impero di Francesco Giuseppe, finché un giorno ci si accorgerà che i giochi sono fatti e il mondo, quel mondo in cui ci si illudeva di vivere, è già finito da tempo. È forse una prospettiva eccessivamente pessimistica, eppure ci riguarda da vicino, come ebrei cittadini per eccellenza dell’Europa senza frontiere. Torna allora alla mente il dramma “3 novembre 1918”, in cui Franz Theodor Csokor tratteggia la dissoluzione babelica dell’impero asburgico. Al funerale del colonnello – epitome del funerale di Francesco Giuseppe e dell’Impero – gli ufficiali ungheresi, sloveni, cechi, polacchi e italiani gettano ciascuno una manciata di terra a nome della propria piccola, nuovissima Patria. L’unico che getta la sua alle parole “terra dell’Austria” è il dottor Grün, ebreo: l’unico a rimanere asburgico dopo gli Asburgo. Europeo dopo l’Europa, forse. L’orfano dell’impero smembrato – del Continente disunito –, e loro erede, l’unico che ha perso un Paese senza per questo averne ottenuto un altro.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 novembre 2016
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Mosè rompe le tavole della Legge (Rembrandt, particolare)
Mosè rompe le tavole della Legge (Rembrandt, particolare)

Mi trovo a Edimburgo, in vacanza studio, e non essendo shomer shabat ho in programma di passare il weekend visitando il vallo di Adriano, nel sud del paese. Il caso vuole però che arrivi in ritardo alla stazione dei pullman. Non c’è niente da fare, la gita è saltata, ma non mi do per vinto, e leggendolo come un segno del destino mi incammino verso la sinagoga della città, che mi ero ripromesso di visitare.

Non è facile da trovare, ma riesco a raggiungerla a funzione appena iniziata. Incredibile la somiglianza di atmosfera che si ritrova in giro per il mondo (ahimè bisogna dirlo, a partire dagli uomini della sicurezza di fronte all’edificio). La sinagoga si presenta molto sobria, rispecchiando lo stile architettonico della città, semplice ma armonico e gradevole. I presenti si dimostrano sin da subito molto accoglienti e in men che non si dica mi riforniscono di kippah, siddur e talled. È interessante osservare il rito, che culmina con un solenne Lechà dodi: stessa melodia romana, ma con l’accento scozzese; ancor più interessante è il dvar Torah a seguire tenuto dal rav, ovviamente in inglese, che si rileva un ottimo esercizio, sia per la mente sia per la lingua. Riprende la parashà della settimana “Shelach Lekhà”, che narra delle problematiche fra Mosè e il popolo ebraico, poiché quest’ultimo, nato schiavo, non è pronto a intraprendere la colonizzazione di eretz Israel. Lo stesso esodo, ricorda il rav, sembra per il popolo un’imposizione proveniente dall’alto, da Mosè, da Aronne, dalle élites, e solo la generazione nata nel deserto, i figli del sogno, farà proprio il valore della libertà e potrà entrare a testa alta nella terra di Canaan.

brexitSulla scia di questo discorso, l’imposizione dall’alto e una generazione scettica, ci riporta immediatamente all’attualità del paese, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Tema molto sentito qui in Scozia, dove il 62 per cento dei votanti ha espresso dissenso. Anche qui, proseguendo con l’analogia, vi sarebbero forze esterne, provenienti da Bruxelles, percepite come invadenti e con le quali il paese non è riuscito a identificarsi. Anche qui c’è una generazione pronta e una ancorata al passato, riferendosi alla distribuzione anagrafica dei voti.

Il rav ricorda poi l’importanza dell’istruzione, e come non a caso sia stato il voto delle campagne decisivo per il dietrofront (ma il bello delle democrazie è proprio che il voto dell’umile contadino vale esattamente come quello del primo ministro). Insomma, da vero europeista il rav con rammarico rammenta l’importanza di conoscere il nostro passato, per aiutarci a comprendere il presente e per non commettere di nuovo gli stessi errori. Discorso valido per gli ebrei, ma non di meno per tutti gli europei, con una storia comune che il dietrofront britannico sembra aver voluto negare.

Giulio Piperno
Giulio Piperno, romano, studia Psicologia alla Sapienza

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 ottobre 2016
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extracomQuante volte, in tempi moderni, ci sarà capitato di sentire la parola extracomunitario? Forse abbiamo perso il conto, data l’attualità e la grande frequenza dei fenomeni che hanno a che fare con questo termine. E’ bene allora soffermarci sul significato reale di questa parola: se la scindiamo in due parti la vediamo composta di “extra” e “comunitario”, dunque esterno alla comunità, dove per comunità si intende l’allora Comunità Europea, oggi denominata Unione Europea.

Ebbene sì, abbiamo capito correttamente: uno statunitense, un canadese, un russo, un giapponese o un australiano hanno tutti una cosa che li lega, ovvero che sono extracomunitari. Eppure, se per le strade di Roma incontrassimo questo allegro gruppetto internazionale non ci passerebbe mai per la testa di dire: “Toh guarda, ecco cinque extracomunitari”. Domandiamoci il perché di tutto questo, l’origine dell’accezione che diamo a questa parola.

Si tratta della commistione di tre aspetti: il fenomeno dell’immigrazione, la politica dei partiti razzisti e xenofobi e la distorsione mediatica.

leganordIl fenomeno migratorio è noto da anni per aver interessato e interessare in modo massiccio il nostro paese, facilmente accessibile dal Nord Africa, così come dai paesi balcanici, tra tutti l’Albania. Perciò, essendo gli individui nordafricani o balcanici (eccezion fatta per sloveni e croati) extracomunitari, il termine ha iniziato a definire coloro che immigrano in Italia e nell’UE, sia che poi si regolarizzino ottenendo il permesso di soggiorno, sia a maggior ragione che ciò non avvenga.

A dare ossigeno al fuoco, ci pensano i leader dei partiti di estrema destra, su tutti la Lega Nord. Gli slogan che vengono più frequentemente proposti, a partire dai vertici del partito fino ai cittadini comuni, sempre più spesso tramite i social network, sono: “Gli extracomunitari ci rubano il lavoro” o “Gli extracomunitari sono ladri e spacciatori”, dove per extracomunitari si intende in realtà una stretta cerchia degli stessi: nordafricani (marocchini, algerini e tunisini su tutti) e albanesi. Paradossalmente nella mente dei più razzisti vi sono anche i rumeni, dal momento che la Romania dal 2007 è parte dell’Unione Europea e la definizione di extracomunitari nei confronti dei suoi cittadini non vale più. In misura minore il termine viene utilizzato anche per indicare cittadini stranieri di altre nazionalità come senegalesi o filippini.

A completare l’opera provvedono i media nel riportare una notizia. Faccio un esempio: qualora avvenga un incidente automobilistico, e alla guida ci sia stato un italiano, un francese, un tedesco oppure un canadese, di solito non viene specificata la nazionalità di colui che ha causato l’incidente. Tutto cambia però se il conducente del veicolo è marocchino o albanese: in questo caso viene esplicitata la provenienza. Ma, onestamente, c’è un motivo specifico per cui è necessario? Cambia qualcosa se l’incidente è provocato da un italiano o da un marocchino? In un caso è un reato di serie B e in un caso è un reato di serie A? Assolutamente no, non c’è alcuna differenza. Il reato è esattamente lo stesso. Si deduce che l’unica spiegazione possibile è che ormai nel rapporto tra il mezzo di informazione e colui che riceve la notizia ci sia sempre la necessità di mettere sotto i riflettori della cattiva luce il cittadino non italiano che commette un reato. Si dà a colui che ascolta la notizia una ragione in più per odiare, per ripudiare. E questo che cos’è se non razzismo? È molto importante interrogarsi al giorno d’oggi sul potere che hanno i media, specialmente la televisione.

ukpassportÈ tempo di tornare a riflettere sul significato corretto delle parole, specialmente su una parola delicata come questa. D’altra parte dopo che il 51% dei britannici ha scelto di lasciare l’Unione Europea, anche l’intero popolo del Regno Unito sarà presto nel novero degli extracomunitari, con buona pace dei vari leader di destra.

 

Simone Bedarida
Simone Bedarida


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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